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L’Africa messa a nudo
“Ho lasciato l’Africa odiandola”. Un libro spaventoso
– coraggioso da parte dell’editore, ma terribile. Per molti aspetti oggi “scorretto”,
a partire dall’uso del “negro”. Scorrettisimo già all’epoca, 1933, per la violenza
verbale, eccezionale per un reportage. Ma onesto – diretto, realista. E
infine vero, al di là o al di sotto del colonialismo, per l’occhio ragionevolmente
critico che si vuole europeo. Se si conosce anche solo un poco l’Africa - quella
ancora di cinquant’anni fa, ma pure quella di oggi.
Un bagno di realtà. Sul colonialismo, sulla foresta e
sulla savana, sui riti e miti, e sulla povertà estrema, anche mentale. Di
colonizzati e di coloni. Sui tre colonialismi. Belga, iperburocratico. Inglese,
semplicemente - si direbbe sportivamente – razzista. E francese, disinvolto. Manca
l’italiano, ma non era meno inutile, in Libia ancora nel 1970 alla vigilia dell’espulsione,
in Somalia, in Eritrea che l’Etiopia negava, ad Addis Abeba al tempo del “comunista”
Menghistù, o del socialismo africano, al club Juventus. Dove ogni perversione,
in buona coscienza, è possibile. Specie a carico dei coloni, quelli che non
vogliono ammettere l’illusione.
E poi “non c’è una sola Africa. Ce ne sono un’infinità”.
Tutte illusorie: “La vera Africa, l’Africa spietata, cattiva, (è) quella per
cui la vita di migliaia di uomini non conta niente”. Si paga in banconote, che
non si conservano, l’umidità se le mangia – gli africani le regalano, pur di
avere in cambio una moneta. Si comprano macchine anche se non c’è la benzina. Le
mogli anche si comprano – è la maggiore materia di liti giudiziarie, fra genero
e suocero. Fiorente il commercio di “cose inutili”: amuleti e oggetti d’arte - “sculture
grossolane…. sedie sbilenche e altro ancora”. “In molti posti votano”. Tutto un po’ fake, si direbbe oggi.
Il capitolo iniziale, “Carichi umani”, è un quadro
irripetuto, ancora partecipato, simpatetico, degli emigranti poveri, la terza o
quarta classe, nelle grandi navi transoceaniche. Compresi i cinesi, che si
giocano tutto. Molti già i “bambini di cinque o sei anni che vbaggiano da soli”.
Anche loro “parte della grande confraternita dei migranti”. Che “non sono migliaia,
sono milioni”, nel 1933, “quelli che, dall’Oriente fino al Cile, sperano,
semrpe, sono milioni quelli che ripartono senza stancarsi”.
Una compilazione originale di Adelphi, nel quadro
della pubblicazione del tutto Simenon. Ena Marchi nella postfazione mette il giovane
Simenon in collegamento con Colette, che su “Le Matin” lo pubblicava e lo indirizzava.
E situa queste prose giornalistiche nell’epoca, gli anni 1932-1933, e in Simenon:
“Non sono mai stato tentato dall’esotismo”; “Non è stato certo il viaggio in Africa
a farmi diventare anticolonialista. Lo sono sempre stato. Per il semplice fatto
che il colonialismo attenta alla dignità dell’uomo”, anche del colono; “Io sono
un antirazzista convinto”.
Con un ricco portafoglio fotografico: 41 scatti dei
tanti che Simenon fece personalmente e si portò dietro dall’Africa. Di un’Africa
nuda, per lo più.
Georges Simenon, L’Africa che dicono misteriosa,
Adelphi, pp. 221 € 16
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