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venerdì 2 gennaio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (619)

Giuseppe Leuzzi
 
Sono sessanta anni, ma senza più nessuna eco, nemmeno femminista (italiani tutti nordisti?), dacché Franca Viola, 17 anni, di Alcamo, rapita, picchiata e violentata da un Filippo Melodia, spalleggiato da 12 (dodici) complici, rifiuta il matrimonio riparatore. Rifiuta e denuncia. La “donna del Sud” che la Grande Firma Gian Antonio Stella ridicolizzerà, benché ancora ragazza.
E non c’era nemmeno il “delitto d’onore”, il codice non lo riconosceva per la figlia o la sorella “disonorata”.


Il culto del toro, non solo topografico (topografico per essere di culto), come non pensarci? Ci pensa Marina Valensise, “Cuore greco. Il ritorno dei classici”, che dice la verità semplice di Pasifae e il toro – di Giove irresistibile in forma di toro. L’amplesso di una ninfa un po’ troietta, Pasifae (Europa)? No, è “la forza incontrollabile del desiderio femminile”. Si svela il mistero di tanta toponomastica – delle figure e le storie (il senso) che la sottendono.

 
Ricordando i sindacalisti vittime di mafia, alla voce “Comparetto” del digesto postumo “Arcipelago Sud”, Fofi ricorda di essere andato “un anno o due” dopo l’assassinio di Placido Rizzotto, “con altri «volontari»”, per un’inchiesta sulla disoccupazione a Corleone, “a intervistare il direttore di un ospedale finito di costruire da poco”, che li accolse “generosamente offrendo caffè e biscotti e negando che a Corleone ci fosse altro che la piccola delinquenza comune”. Scoprirà poi che era il dottor Navarra, socio-rivale del capomafia Liggio, “il medico che aveva ucciso il pastorello portato in ospedale perché sconvolto dall’aver assistito non visto all’assassinio del giovane attivista” Rizzotto.
 
Sudismi\sadismi – o del buongoverno
Non ci sono solo le graduatorie dove si vive bene, che danno le città del Sud Italia infette, o quelle del reddito, ovviamente peggiori, c’è anche una graduatoria (europea) del buon governo regionale-locale. E anche qui per ultimo viene il Sud. Il Sud Italia. La Sicilia nel 2024 era la terzultima della graduatoria, davanti a due modeste regioni bulgare, al 208° posto su 210. In peggioramento: quindici anni prima era al 201° posto. Poco meglio il Molise – che pure, in tutto il Sud, si direbbe parecchio bene amministrato.
Questa “ricerca” non si vuole scientifica - parametrata, su indici molteplici e incrociati, eccetera. È un sondaggio, “European Quality of Government”, che l’università di Göteborg effettua periodicamente. Nel 2024 ha toccato 130 mila soggetti di varia nazionalità. Quindi riflette gli umori. E il Sud naturalmente pensa male di se stesso.
Dell’Italia non si salva niente, solo la Liguria, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.
Ma non c’è solo il Sud, con la sua cattiva opinione di sé: Italia e Spagna sono sotto la media di qualità, al livello dei paesi dell’Est Europa. Dove l’opinione politica è sempre “polarizzata”, a vita, come per la squadra del cuore, basta che il campione sia prevalentemente di sinistra se il governo è di destra, o viceversa, e la graduatoria è fatta.
 
Miracolo a San Ferdinando: killer alla nascita
“Ammazzare, nel gergo dei mafiosi, si dice ‘astutare’, cioè spegnere. Nei suoi anni da soldato di ‘ndrangheta, Antonio Zagari ne ha ‘astutati’ troppi. Anche per uno come lui, affiliato dalla famiglia di San Ferdinando fin dal giorno del battesimo, quando suo padre Giacomo gli sputò sul colletto (?) mettendogli accanto un coltello e un libro. Se Antonio avesse mosso le sue dita verso la lama sarebbe diventato un mafioso, altrimenti avrebbe avuto un destino da ‘sbirro’. Il neonato non deluse nessuno: sfiorò il coltello”. Lucio Luca, “Il killer che aveva paura del sangue” – “Il Venerdì di Repubblica”, 28 novembre 2025.
Lucio Luca invece non è inventato, esiste. Il suo articolo seguiva sul settimanale con questo 
sommario – era un un servizio promozionale? un blurb?: “Figlio di ‘ndrangheta, assassino spietato, pentito e infine misteriosamente scomparso. Ora la vita di Antonio Zagari è un film di Daniele Vicari. E: “Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino è il film di Daniele Vicari in sala dal 4 dicembre, con Gabriel Montesi”.

Poi il film non si è visto. Non a Roma – è stato al Barberini la sera dell’uscita, col regista e gli attori in sala, ed è scomparso. Era anche stato al festival di Venezia, pare. Vicari è uno e molti, dalla ricca biografia, benché ancorata ai Nastri d’argento, cioè al sindacato critici cinematografici. Che come si sa non vedono i film, scrivono quello che devono scrivere. Anche sullo Zagari del film, a giudicare dalla presentazione del settimanale di “la Repubblica”.
A meno che, se il film è “una storia vera” come si definisce, questo esserci e non esserci non sia un un destino comune. Se il film era anche stato al festival di Venezia, lo era in maschera? anonimo?
 
Quant’è triste la Sicilia di Arbasino, che è tanto ricca
Venuto, si chiede Arbasino viaggiando per la Sicilia, “Passaggio in Sicilia” (in “Passeggiando tra i draghi addormentati”, pp. 178-238), dopo tanti rinvii, giusto “per i Caravaggio e gli Antonelli, i mosaici e i templi”? E si risponde: “E intanto si rinviava, si rinviava, la visita alla vecchia parente malata. Anche perché tutti ripetevano, da decenni, come per i Colli Euganei e la costa ligure e l’amalfitana e Procida: troppo troppo tardi, bisognava andarci molto prima degli sfasci..., adesso rimangono soltanto le sofferenze e le indignazioni sui degradi”. E “oggi infatti (1995, n.d.r.) il paesaggio siciliano è quasi illeggibile, ricoperto di impalcature e cantieri, baracche e bancarelle, macchine e motorini che si affollano in spazi stretti, e immondizie che rivestono i panorami e la natura e le cose. Microcosmo del ‘techno’ o metafora del ‘grunge’ (anche Goethe a Segesta: «tutta la regione dà l’impressione di una fertilità triste»)?”
Però alla fine, scusandosi per il ritardo, si giustifica con una chiamata di correo: “Non sarà un po’ razzista un «ditino alzato » moralista, e dunque magari Settentrionale, che si rifà al pessimismo di Lampedusa e di Sciascia, per abbandonare ogni speranza civile e industriale e commerciale in base alle considerazioni antropologiche degli esperti insulari?”
In effetti tanta self-deprecation, insistita, è eccezionale – scambiata per pessimismo della ragione, ma la ragione non è pessimista. O non sarà, alla Arbasino, l’essere nati a Racalmuto invece che a Parigi – o inetti e impecuniosi alla Lampedusa?
 
L’arcipelago a secco
Goffredo Fofi ha lasciato una raccolta di ritratti di persone e cose, un centinaio, di una-due paginette – eccetto un saggio su Brancati, finalmente una rivisitazione di tutto Brancati (lasciato a mollo dai siciliani, bisogna dire - Sciascia incluso, che se ne voleva discepolo), e uno inevitabile su Eduardo - che intitola “Arcipelago Sud”. Di cose e persone del Sud, del suo Novecento. Ritratti rapidi e sapidi, da Sergio Atzeni a Angela Zucconi. Di cui fa l’antologia sul presupposto che siano d’interesse dei lettori come lo erano stati da ascoltatori (sono “vite” lette in un’apposita rubrica di Radio 3). Ma specialmente dei lettori del Sud, poiché ne sono una celebrazione. Come, è da suppore, nelle intenzioni dell’editore, che ha voluto il volume e lo ha promosso, Feltrinelli. E niente, la disattenzione ha seguito la promozione, pure nutrita e argomentata.
Nulla di male, o di speciale, succede, un libro “funziona” e uno “non funziona”. Se non che la disattenzione è massima al Sud. Da Roma in giù. Napoli compresa, la città “dell’anima” di Fofi, la quale
 pure per i libri ha normalmente buona attenzione, diligente, argomentata. Non una recensione degna di nota, una curiosità, un aneddoto, una qualche forma di interesse.

L’arcipelago è nazionale, di fatto – “Voci e luoghi della cultura italiana” è il sottotitolo. Non è un libro sul Sud, né si può dire visto dal Sud, se non per le saltuarie esperienze di Fofi, a partire, diciassettenne, da quella con Danilo Dolci a Palermo, formativa ma limitata. Né c’è una prospettiva meridionale o meridionalistica in Fofi. Ma ha una bibliografia “essenziale” di otto pagine. Più due di film e documentari. E altri due di teatro e spettacoli. L’indice dei nomi, su due colonne, prende 14 pagine. E niente, non un battito di ciglia.
Dice: il Sud non legge. Ma no, segue Gratteri in tv, da quando Enzo Biagi le ha inventate si regala le vite e storie di mafia, storie nel senso della storiografia, con tanto di note, e se giovane di belle speranze fa volentieri lo stringher di ogni turpitudine per le Grandi Firme dei Grandi Media del Grande Nord. È autocritico, non vuole complimenti, è il non leggere nel caso di Fofi da leggere come un complimento, una qualità surrettizia? Il sadomasochismo in forma geografica, di paralleli, a sud di Roma, perché no – ancora uno sforzo.
“Una tesi cara a Goffredo Fofi”, spiega in apertura Mirko Grasso, che il volume da ultimo ha curato e ben conosceva Fofi, è - 
era - che “la cultura nazionale… ha nei momenti più alti e in una miriade di espressioni meno note, ma ugualmente di grande valore, una forte matrice meridionalista e di tenace ancoramento nel Sud”. Uno potrebbe sempre dire: per questo non riesce involarsi, nemmeno a salpare. Alla fine la verità trionferà, che siamo tutti leghisti.   

leuzzi@antiit.eu

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