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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (619)
Giuseppe Leuzzi
Sono sessanta anni, ma senza
più nessuna eco, nemmeno femminista (italiani tutti nordisti?), dacché Franca
Viola, 17 anni, di Alcamo, rapita, picchiata e violentata da un Filippo
Melodia, spalleggiato da 12 (dodici) complici, rifiuta il matrimonio
riparatore. Rifiuta e denuncia. La “donna del Sud” che la Grande Firma Gian Antonio
Stella ridicolizzerà, benché ancora ragazza.
E non c’era nemmeno il
“delitto d’onore”, il codice non lo riconosceva per la figlia o la sorella
“disonorata”.
Il culto del toro, non solo topografico (topografico per essere di culto), come non pensarci? Ci pensa Marina Valensise, “Cuore greco. Il ritorno dei classici”, che dice la verità semplice di Pasifae e il toro – di Giove irresistibile in forma di toro. L’amplesso di una ninfa un po’ troietta, Pasifae (Europa)? No, è “la forza incontrollabile del desiderio femminile”. Si svela il mistero di tanta toponomastica – delle figure e le storie (il senso) che la sottendono.
Ricordando i sindacalisti vittime
di mafia, alla voce “Comparetto” del digesto postumo “Arcipelago Sud”, Fofi ricorda
di essere andato “un anno o due” dopo l’assassinio di Placido Rizzotto, “con
altri «volontari»”, per un’inchiesta sulla disoccupazione a Corleone, “a
intervistare il direttore di un ospedale finito di costruire da poco”, che li
accolse “generosamente offrendo caffè e biscotti e negando che a Corleone ci
fosse altro che la piccola delinquenza comune”. Scoprirà poi che era il dottor
Navarra, socio-rivale del capomafia Liggio, “il medico che aveva ucciso il
pastorello portato in ospedale perché sconvolto dall’aver assistito non visto
all’assassinio del giovane attivista” Rizzotto.
Sudismi\sadismi –
o del buongoverno
Non ci sono solo le graduatorie
dove si vive bene, che danno le città del Sud Italia infette, o quelle del
reddito, ovviamente peggiori, c’è anche una graduatoria (europea) del buon
governo regionale-locale. E anche qui per ultimo viene il Sud. Il Sud Italia. La
Sicilia nel 2024 era la terzultima della graduatoria, davanti a due modeste
regioni bulgare, al 208° posto su 210. In peggioramento: quindici anni prima era
al 201° posto. Poco meglio il Molise – che pure, in tutto il Sud, si direbbe
parecchio bene amministrato.
Questa “ricerca” non si vuole
scientifica - parametrata, su indici molteplici e incrociati, eccetera. È un
sondaggio, “European Quality of Government”, che l’università di
Göteborg effettua periodicamente. Nel 2024 ha toccato 130 mila soggetti di varia
nazionalità. Quindi riflette gli umori. E il Sud naturalmente pensa male di se
stesso.
Dell’Italia non si salva
niente, solo la Liguria, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.
Ma non c’è solo il Sud, con la
sua cattiva opinione di sé: Italia e Spagna sono sotto la media di qualità, al
livello dei paesi dell’Est Europa. Dove l’opinione politica è sempre
“polarizzata”, a vita, come per la squadra del cuore, basta che il campione sia
prevalentemente di sinistra se il governo è di destra, o viceversa, e la
graduatoria è fatta.
Miracolo a San
Ferdinando: killer alla nascita
“Ammazzare, nel gergo dei mafiosi, si dice ‘astutare’, cioè spegnere.
Nei suoi anni da soldato di ‘ndrangheta, Antonio Zagari ne ha ‘astutati’ troppi. Anche per uno come
lui, affiliato dalla famiglia di San Ferdinando fin dal giorno del battesimo, quando suo padre Giacomo
gli sputò sul colletto (?) mettendogli accanto un coltello e un libro. Se Antonio avesse mosso le sue
dita verso la lama sarebbe diventato un mafioso, altrimenti avrebbe avuto un destino da
‘sbirro’. Il neonato non deluse nessuno: sfiorò il coltello”. Lucio Luca, “Il killer che aveva paura
del sangue” – “Il Venerdì di Repubblica”, 28 novembre 2025.
Lucio Luca invece non è inventato, esiste. Il suo articolo seguiva sul
settimanale con questo sommario – era un un servizio promozionale? un blurb?: “Figlio di ‘ndrangheta, assassino
spietato, pentito e infine misteriosamente scomparso. Ora la vita di Antonio
Zagari è un film di Daniele Vicari”. E: “‘Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino’ è il film di
Daniele Vicari in sala dal 4 dicembre, con Gabriel Montesi”.
Poi il film non si è visto. Non a Roma – è stato al Barberini la sera
dell’uscita, col regista e gli attori in sala, ed è scomparso. Era anche stato al festival di Venezia, pare.
Vicari è uno e molti, dalla ricca biografia, benché ancorata ai Nastri d’argento, cioè al sindacato
critici cinematografici. Che come si sa non vedono i film, scrivono quello che devono scrivere. Anche
sullo Zagari del film, a giudicare dalla presentazione del settimanale di “la Repubblica”.
A meno che, se il film è “una storia vera” come si definisce, questo
esserci e non esserci non sia un un destino comune. Se il film era anche stato al festival di Venezia, lo era in
maschera? anonimo?
Quant’è triste la Sicilia di Arbasino, che è tanto ricca
Venuto, si chiede Arbasino viaggiando
per la Sicilia, “Passaggio in Sicilia” (in “Passeggiando tra i draghi addormentati”,
pp. 178-238), dopo tanti rinvii, giusto “per i Caravaggio e gli Antonelli, i
mosaici e i templi”? E si risponde: “E intanto si rinviava, si rinviava, la
visita alla vecchia parente malata. Anche perché tutti ripetevano, da decenni,
come per i Colli Euganei e la costa ligure e l’amalfitana e Procida: troppo troppo
tardi, bisognava andarci molto prima degli sfasci..., adesso rimangono soltanto le
sofferenze e le indignazioni sui degradi”. E “oggi infatti (1995, n.d.r.) il paesaggio
siciliano è quasi illeggibile, ricoperto di impalcature e cantieri, baracche e
bancarelle, macchine e motorini che si affollano in spazi stretti, e immondizie
che rivestono i panorami e la natura e le cose. Microcosmo del ‘techno’ o metafora
del ‘grunge’ (anche Goethe a Segesta: «tutta la regione dà l’impressione di una
fertilità triste»)?”
Però alla fine, scusandosi per
il ritardo, si giustifica con una chiamata di correo: “Non sarà un po’ razzista
un «ditino alzato » moralista, e dunque magari Settentrionale, che si rifà al pessimismo
di Lampedusa e di Sciascia, per abbandonare ogni speranza civile e industriale
e commerciale in base alle considerazioni antropologiche degli esperti insulari?”
In effetti tanta self-deprecation,
insistita, è eccezionale – scambiata per pessimismo della ragione, ma la
ragione non è pessimista. O non sarà, alla Arbasino, l’essere nati a Racalmuto
invece che a Parigi – o inetti e impecuniosi alla Lampedusa?
L’arcipelago a secco
Goffredo Fofi ha lasciato
una raccolta di ritratti di persone e cose, un centinaio, di una-due paginette –
eccetto un saggio su Brancati, finalmente una rivisitazione di tutto Brancati (lasciato
a mollo dai siciliani, bisogna dire - Sciascia incluso, che se ne voleva
discepolo), e uno inevitabile su Eduardo - che intitola “Arcipelago Sud”. Di cose e persone del Sud, del suo
Novecento. Ritratti rapidi e sapidi, da Sergio Atzeni a Angela Zucconi. Di cui
fa l’antologia sul presupposto che siano d’interesse dei lettori come lo erano
stati da ascoltatori (sono “vite” lette in un’apposita rubrica di Radio 3). Ma
specialmente dei lettori del Sud, poiché ne sono una celebrazione. Come, è da
suppore, nelle intenzioni dell’editore, che ha voluto il volume e lo ha
promosso, Feltrinelli. E niente, la disattenzione ha seguito la promozione,
pure nutrita e argomentata.
Nulla di male, o
di speciale, succede, un libro “funziona” e uno “non funziona”. Se non che la
disattenzione è massima al Sud. Da Roma in giù. Napoli compresa, la città “dell’anima”
di Fofi, la quale pure per i libri ha normalmente buona attenzione, diligente,
argomentata. Non una recensione degna di nota, una curiosità, un aneddoto, una qualche
forma di interesse.
L’arcipelago è
nazionale, di fatto – “Voci e luoghi della cultura italiana” è il sottotitolo.
Non è un libro sul Sud, né si può dire visto dal Sud, se non per le saltuarie
esperienze di Fofi, a partire, diciassettenne, da quella con Danilo Dolci a
Palermo, formativa ma limitata. Né c’è una prospettiva meridionale o
meridionalistica in Fofi. Ma ha una bibliografia “essenziale” di otto pagine.
Più due di film e documentari. E altri due di teatro e spettacoli. L’indice dei
nomi, su due colonne, prende 14 pagine. E niente, non un battito di ciglia.
Dice: il Sud non
legge. Ma no, segue Gratteri in tv, da quando Enzo Biagi le ha inventate si regala le vite e storie di mafia, storie nel senso della storiografia, con tanto di note, e se giovane di belle speranze fa volentieri lo stringher di
ogni turpitudine per le Grandi Firme dei Grandi Media del Grande Nord. È autocritico,
non vuole complimenti, è il non leggere nel caso di Fofi da leggere come un complimento, una
qualità surrettizia? Il sadomasochismo in forma geografica, di paralleli, a sud
di Roma, perché no – ancora uno sforzo.
“Una tesi cara a
Goffredo Fofi”, spiega in apertura Mirko Grasso, che il volume da ultimo ha
curato e ben conosceva Fofi, è - era - che “la cultura nazionale… ha nei momenti
più alti e in una miriade di espressioni meno note, ma ugualmente di grande
valore, una forte matrice meridionalista e di tenace ancoramento nel Sud”. Uno potrebbe
sempre dire: per questo non riesce involarsi, nemmeno a salpare. Alla fine la
verità trionferà, che siamo tutti leghisti.
leuzzi@antiit.eu
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