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Carrère fa la festa alla madre
“Da piccolo ho amato
mia madre come mai nessuno in vita mia”. Normale si direbbe, tra madre e primo
figlio, e figlio maschio. La foto di copertina sembra confermarlo: una buona
madre, oltre che bella. E il titolo: in casa Carrère madre e figli, Emmanuel e
le due sorelle, minori, chiamavano “fare kolkhoz”, la fattoria comune
sovietica, l’assemblamento la notte sul letto matrimoniale, se il padre era
assente, o i lettini dei bambini portati sotto il letto matrimoniale. La dedica
del racconto maternale alle due sorelle è un’altra conferma. Ma “da piccolo”
che vuole dire, che “da grande” l’ha poi odiata? Odiata certo no, ma si deve a
lui l’aneddoto ora famoso, della sua confidenza a un amico Hervé: “Mia madre,
se anche le chiedi solo l’ora, ti mente”.
Di kolkhoz e
non solo Hélène Carrère d’Encausse è stata specialista per mezzo secolo, gli
anni del sovietismo postbellico e del doposovietismo. La slavista maggiore, in
Europa e anche fuori, per l’aspetto socio-politico. Oltre che una madre, come
si vede, consapevole e materna. Inventiva e affettuosa. Come quando Emmanuel
infante arranca carponi, di prova, su per un cuscino, in cima al quale avrebbe
poi trovato, prova e riprova, gli occhi ridenti della madre che se ne faceva schermo.
Ma non c’è solo questo. Hèlène è una donna che più che altro si direbbe
sublime, più che aneddoti meriterebbe un inno, il più possibile dolente, se è
vero che ha rinunciato all’“amore della vita” intervenuto a un certo punto, per
rispetto del marito, il quale minacciava di suicidarsi – un marito e padre, di
cui sappiamo in apertura del racconto, che più che di altro si dilettava di
araldica (di professione era assicuratore), morto, anche lui diligente in
amore, cinque mesi dopo la moglie.
A due anni dalla
morte della madre Emmanuel Carrère, tra i tanti suoi altri impegni, di
giornalista e di autore “in campagna promozionale”, ha scritto e pubblicato
quattrocento pagine su di lei. Si penserebbe riconoscenti, affettuosi. Il genere
tira sul mercato, ci si sono provati on successo Franchini e Arundhati Roy, ma
un po’ all’incontrario, affettuosi per essere critici, anche cattivi. Del tipo:
mia madre non era una santa, e ora vi dico perché. Di colpe della madre qui non
ce ne sono molte, forse, non detta, solo di ave ceduto alla vanagloria e aver
fatto l’europarlamentare per i gollisti, quando non aveva più molto da fare,
crollata l’Urss – i gollisti non fanno tendenza.
Un racconto godibile,
ma con un’impressione di non detto - dell’autore più che della madre narrata. E
se anche fosse stata una carrierista, dopo la rinuncia all’amore? Carrère è narratore
esimio di vite degli altri, Philip K. Dick, Limonov, il nonno materno. Qui si
appropria della madre. Ma, curiosamente, non sa che farsene. Non ne trova cioè
il punto debole. La messa in piega sempre in ordine? L’autorevolezza? L’Accademia
presto, e sopra ogni cosa – anche addossarsi il fardello della segreteria? A 94
anni, solo un mese prima di finire in casa di cura per morirvi, accelera la
nona edizione del vocabolario dell’Accademia e presiede i lavori fino all’ultima
parola, “zygomatique”. Facile l’accostamento col suo nome impossibile da
nubile, che le rese l’infanzia in Francia un tormento, a scuola e con le amichette:
Zourabischwili.
Leggendo si ha la
sensazione che la ricerca del punto debole, che dovrebbe avvicinarci il personaggio,
trascuri invece i punti forti – che comunque restano anche fuori della memoria
del figlio: la rinuncia all’amore per la famiglia, da parte di una persona
ancora giovane, la capacità di lettura del mondo sovietico, senza dover essere
antirussa, la mancata imposizione ai figli delle genealogie proprie – Carrère
d’Encausse è titolo di nobiltà minore.
I titoli di nobiltà lo
scrittore li lascia a Macron, al funerale: “Dice che nel sangue di nostra madre
scorrevano tutti i fiumi d'Europa, tra il Volga e il Reno, che tra i suoi
antenati c'erano principi russi e baroni baltici, un generale prussiano, la
traduttrice di George Sand in georgiano, una damigella d'onore dell'ultima
imperatrice e almeno un regicida”.
Una “festa della madre”
piena di aneddoti, ma con un che di irrisolto, cioè di antipatico. È la sua cifra di narratore, di fare ambigui i personaggi che ri-crea? Di grande
lettura anche per questo: qual è il mistero del narratore, semplice non può
essere?
Emmanuel Carrère, Kolkhoz,
Adelphi, pp. 398 € 22
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