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domenica 3 maggio 2026

La guerra ha rafforzato il regime in Iran – che detta l’agenda del negoziato

La guerra di Trump e Netanyahu ha rafforzato il regime islamico in Iran? È l’analisi, con reportage dall’interno del Paese, dell’“Economist” – e di “Foreign Affairs” – sugli esiti, finora, dei due mesi di guerra. Che oggi l’avversaria numero uno del regime in Iran, Narges Mohammadi, Nobel per la Pace nel 2003, benché detenuta per le sue opinioni, anche se in brute condizioni di salute, argomenta in un testo che il “Corriere della sera” pubblica: “Avvezzi al dolore, sopravviviamo”. Delusi e rassegnati – “gli iraniani siamo un popolo che da anni soffre”, sottoposto a sanzioni. Con l’inevitabile verità, anche a conoscere poco l’Iran – come dovrebbe fare l’America, che da ottant’anni s’immischia nelle vicende del Paese (sottratto dopo la guerra dalla Cia all’“influenza” britannica, nella logica imperialista-colonialista): “Sotto pressione esterna, negli iraniani cresce il senso di appartenenza”.
L’Iran è, da quasi mezzo secolo ormai, una società e un’economia a forte dominio pubblico – a partire dal “capitalism di Stato” voluto negli ani 1960-1970 dallo scià, sull’esempio dell’Italia. Il regime che si dice degli ayatollah è di fatto, benché islamico, soprattutto nazionale – a dominio pubblico, statale.
Gli ayatollah c’entrano poco, gente di dottrina. Neppure Khomeiny era ayatollah nel senso proprio, non aveva i titoli teologici, né Khamenei padre. Khomeiny s’inventò come strumento giuridico il wilayat al faqih, la tutela (guardiania) del giurista, non potendo pretendere all’imamato, sovranità  assoluta (che peraltro sarebbe blasfemo nell’islam iraniano, sciita) – un regime detto anche ambiguamente, furbescamente, della “guida suprema”, ma comunque ristretto a una “assemblea degli esperti”.
La caratterizzazione laica negli affari si riscontra nella trattativa con l’America di Trump. La “burocrazia” iraniana tiene testa agli Usa – sta dettando l’agenda del negoziato. Sapendo che Trump ha una sola arma, i bombardamenti (lo sbarco a terra si risolverebbe in uno sterminio). Che non risolvono: compattano l’Iran, sono costosi, e per questo anche impopolari in America.
 

 

Trump si è messo contro le destre europee

O “Come Trump ha frainteso l’Europa”. Un primo esame del “rovesciamento” trumpiano delle relazioni Usa-Europa, alla luce dei presupposti MAGA, del movimento americano di destra di cui Trump è l’esponente.
“Un rapporto conflittuale con l’Europa” fa “comodo al movimento MAGA”? È dubbio. L’amministrazione Trump afferma “regolarmente che i problemi principali dell'Europa sono l’immigrazione, la perdita di sovranità a favore della Ue e una sfera pubblica non abbastanza  conservatrice. Questa tesi è stata espressa in modo specialmente da vicepresidente Vance un ano fa, ala conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera: “In Gran Bretagna e in tutta Europa, temo che la libertà di parola sia in declino”. Ma, “dopo oltre un anno di tentativi, l’amministrazione Trump non è riuscita nemmeno ad avvicinarsi alla formazione di una coalizione di partiti di estrema destra in Europa”. Anzi, ha i partiti di destra avversari se non nemici: “I dazi arbitrari, gli attacchi verbali e le minacce territoriali di Trump sono difficili da digerire”. Tanto più che “la maggior parte dei partiti nazionalisti in Europa ha anche un retaggio di antiamericanismo”. Come si è visto in Ungheria.
La sconfitta di Orbàn in Ungheria ha allontanato le destre europee dalle professioni di vicinanza all’America, se ancora la praticavano. Senza contare che “il sostegno aperto ai partiti e ai candidati di destra europei ha danneggiato il rapporto di Washington con i leader europei che non appartengono all’estrema destra”.
Liana Fix-Michael Kimmage, How Trump Misread Europe
, “Foreign Affairs”, free online (leggibile anche in italiano, Come Trump ha frainteso l’Europa)