sabato 2 maggio 2026
Il panino
Al Pantheon una ragazza incede radiosa con un panino che porta sulle mani soevate, come un ostensorio, a cinque piani. Che non potrà addentare, ma se ne serve con gli amici, ragazzi grandi e imberbi, per le foto ricordo, in una processione scherzosa. Viene dalla Maddalena, dove all’angolo il paninaro ha una fila lunga metà della piazza. Giovani per lo più, tutti molto pazienti. Ma qualcuno anche in età, per nulla infastiditi dalla lentezza – ogni panino è un’opera a parte, personalizzata.
Quando la fabbrica è – era - vita o morte
I soliti tycoon americani rilevano la cartiera
e al solito licenziano i vecchi esperti – il futuro è tecnologico. È lo scivolo
verso il disastro – non tutto insieme, uno scalino dopo l’altro. Sullo sfondo
di una famiglia felice e felicissima, lui tecnico di produzione che sa tutto della
carta ed è innamorato della natura, nella casetta di campagna dei genitori che
ha rilevato, con una compagna da sogno e i suoi due figli altrettanto deliziosi.
Quando il Cattivo Americano irrompe con la ristrutturazione, e un nuovo lavoro
– una nuova mentalità – risulta impossibile da ricostituire, tutto scivola,
ineluttabile, verso il disastro.
Una serie di disgrazie da togliere il respiro ma un film didascalico: cosa
succede quando “si perde” il lavoro a una certa età. Con atmosfere, ritmi, personaggi,
dialoghi, perfino le inquadrature, da cinema neorealista – il cinema coreano,
che vince gli Oscar ultimamente, ne ha adattato le tecniche. Questo fa leva sull’ondata
di “ristrutturazioni” che si ebbe negli anni 1990 per effetto della
globalizzazione. Oggi forse fuori tempo, la fabbrica non è più apprezzata, né
indispensabile.
Si penserebbe un remake di Soldini, “Giorni e nuvole”, con Buy e Albanese,
ma la trama sarebbe di Donald Westlake, il giallista, “The Axe”, 1997 – un racconto
già adattato al cinema con lo stesso titolo da Costa Gavras vent’anni fa (due
prima di Soldini).
Park Chan-wook, No other Choice – Non c’è altra scelta,
Sky Cinema, Now
venerdì 1 maggio 2026
Secondi pensieri - 583
zeulig
Identità – Non è un dato di fatto, è una percezione, variabile. Il trisnonno di Cesare Cases, rabbino a Reggio
Emilia, la città del tricolore, si presentò a Napoleone Primo Console per
rimproverarlo di aver distrutto l’identità ebraica con l’abolizione dei ghetti
e delle interdizioni.
Libertà – È “generale”, sociale – di una società ordinata alla
libertà. Concepita per l’Individuo e sull’Individuo, è sempre possibile nella
forma dell’anarchia, l’esito di ogni integralismo liberale-libertario. Ma allora
dell’esclusione e del rifiuto. La libertà si vive – si gode, se ne beneficia,
anche nelle forme della resistenza, della persecuzione, del martirio – se e in
quanto è condivisa.
È liberazione – un processo. Per trials and errors, ma in
ambito-ambiente adatto. Cioè tollerante. Della possibilità di errore.
Opinione pubblica – È sovrastante –
illiberale – se non mediata senza pregiudizio, in dibattito tra pari (cultura,
informazione) e su principi condivisi. Altrimenti inevitabilmente viziata, come
lo è la comunicazione, che ha un emittente o mediatore e un recipiente – un
maestro e un seguito. La libertà di parola libera sul presupposto dell’uguaglianza,
di conoscenza, cultura, e in fondo intelligenza Senza questo correttivo la
comunicazione parte aristocratica, bilanciata, tra un esperto e un fruitore,
tra il colto o furbo o abile, e l’incolto, o credulone o succube. Implica la capacità
o possibilità di capire, inquadrare, connettere, argomentare.
Per lo più è
propaganda, con i mass media ancora prima che con i social.
Si salva per la parte
informazione, ancorché a senso unico, da fornitore a recipiente, in quanto esperta,
analitica, condivisa senza preconcetto.
È la base e il
cemento della democrazia – il dibattito libero, la libertà di parola. Ma la democrazia
implica che le parti debbano essere capaci di decidere a ragion veduta, di scegliere
su presupposti definiti e chiari.
Storia – “Origina come
mito”, e diventa una “memoria sociale” a cui si può fare riferimento “sapendo
che fornirà giustificazione alle loro attuali azioni e convinzioni” – Ralph
Turner, lo storico americano di Yale che fu tra i promotori nel dopoguerra
dell’Unesco.
La “favola
condivisa” di Napoleone?
Prevale il senso - quasi un piacere
– della congiura. Che ha radici nobili, non si può non dire: prima di Étienne Gilson
e l’avversata secolarizzazione c’è Héraut de Séchelles con le quattro
innovazioni: la patria in pericolo, la legge dei sospetti, il piede nei due
blocchi, l’ateismo religioso – centauro oggi socialfascista, fasciocomunista, già
cattocomunista e repubblicocomunista.
Tecnica - Un secolo di filosofia contro la
tecnica e la democrazia livellatrici, a scapito dell’individuo e la sapienza, manovrato,
si direbbe con vecchia terminologia, dal Maligno. Non grande filosofia, inclusi
i nichilisti massimi, Heidegger, Jünger, Nietzsche stesso, benché calligrafi –
ma, poi, l’anarchia finisce in reazione? In
alternativa al tomismo, Lumi compresi, s’è trovato il niente, o l’ateismo di
Sartre e Malraux, che solo si vogliono falsari e ladri - specialmente di fighe,
quelle che aprono la bocca allo stupore. Questa in sintesi la filosofia ultima
dei massimi sistemi: il rifiuto della tecnica, cioè del mondo, cioè di sé e
dell’essere – nel mentre che se ne tenta, seriosamente, l’infantile duplicazione
o clonazione, prima corporea ora mentale. Meglio ridetto: il rifiuto di sé, che
si camuffa da rifiuto del mondo, cioè dell’incolpevole tecnica, e s’adagia nel
complotto, che si vuole progetto. E la vita intristisce. Con l’intellettuale
ridotto a mosca indiscreta che pensa d’avere in mano il fulmine e scaglia punture.
Agevolando il progresso, se promuove l’Autan.
La
rivoluzione è stata igienica con Semmelweiss, consumatrice col fordismo, una
sirenusa, e con l’automazione e l’IA punta ora sul tempo libero – che si vuole,
surrettiziamente “liberato”. Ma non si può dire.
Verità - La verità Heidegger differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi
sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.
La bugia è inafferrabile se il suo
autore ne è pure regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo
semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi degli
sbirri. Però sono manifesti.
La verità emerge ascoltando Beethoven suonato
da Fischer. Beethoven ha sempre questo effetto, di liberare la mente. Quando
tutto è stato detto, la verità è invece un’altra. La verità è sempre semplice,
la verità delle cose, quella delle persone anche, non ha bisogno di
applicazione, ma vuole mente sgombra.
zeulig@antiit.eu
Lo sgambetto della Ragioneria a Meloni – o è la manina leghista
Il 3,01 per cento di disavanzo che condanna
l’Italia all’impecuniosità - e Meloni al sicuro pollice verso al voto di maggio
- non è un errore ma un “un caso di sciatteria” della Ragioneria dello Stato –
ma “sciatteria” è un eufemismo, non si fanno “errori” alla Ragioneria. Lo spiega
Gianfranco Polillo, l’economista, ex vicesegretario del partito Repubblicano,
sottosegretario all’Economia nel governo Monti:
https://formiche.net/2026/04/istat-meloni-polillo-mef/
Ci sono stati errori di calcolo: il disavanzo
da colmare non era di 600 milioni ma del doppio. È su questo che Bruxelles si è
impuntata. Ma non era difficile, malgrado lo scostamento, risolvere la questione
rimettendo l’Italia in bonis: “Il Mef, e in particolare la
Ragioneria generale, avevano tutto il tempo per gestire le entrate e le spese
dell’ultimo trimestre per conseguire quel risultato”, il rientro dell’Italia
dal deficit eccessivo. “Come? Anticipando alcune entrate o ritardando alcune
spese, come si fa in qualsiasi struttura economica: sia pubblica che privata”.
Come fa qualsiasi ragioniere.
Si fa finta di nulla, ma impedire al governo di spendere in un anno elettorale è una ghigliottina armata su Meloni. Da
parte di Giorgetti, ministro leghista dell’Economia.? O da parte della burocrazia
principe dell’Economia, rimasta sempre “democristiana”?
Buffalo Bill e le teste rotolanti
Dai rodeo “organizzati”
di Buffalo Bill vecchio in Maremma a fughe interminabili nelle praterie dell’America
desertica. Un revival del western all’italiana, con punte di horror, per
un amore impossibile. O improbabile?
C’è chi scommette contro
i suoi butteri Buffalo Bill vincente. Se non che qualcuno dei servi non obbedisce
e vince la sfida. Tempesta. Aggravata quando la moglie del padrone scappa col
buttero insubordinato, in America. Peggio - di macabro in macabro, la vicenda
nera sembrerà non avere mai fine: in America si mozzano le teste.
Una tela affollata della
coppia debuttante, più Tarantino che Leone. Sorretta da una produzione
ambiziosa, con Borghi e Nadia Terezkiewicz, la premiata protagonista di “Forever
Young – Les Amandiers”. O voleva essere un horror?
Alessio Rigo de Righi-Matteo Zoppis, Testa o croce?,
Sky Cinema, Now
giovedì 30 aprile 2026
Le petromonarchie hanno paura, degli Usa
All’improvviso, dopo i sorrisi e i miliardi per il progetto trumpiano
della Riviera Gaza, le cose sono diventate difficili per le petromonarchie del
Golfo. L’uscita degli Emirati dall’Opec è l’ultimo segno di un nervosismo
diffuso. Che parte dal bombardamento israeliano di Doha, la capitale del Qatar,
il 9 settembre (alla ricerca dell’esponente di Hamas che negoziava la tregua proposta
dagli Stati Uniti). Una settimana dopo l’Arabia Saudita concludeva, e annunciava solennemente, un’alleanza militare con il Pakistan, comprensiva della
protezione nucleare.
Poi sono arrivati i missili iraniani. Dopo l’attacco di Stati Uniti e
Israele all’Iran che ha portato alla chiusura di Hormuz, e cioè al blocco delle
loro esportazioni, di petrolio e di gas – solo l’Arabia Saudita ha uno sbocco
sul Mediterraneo (attraverso Israele).
Le petromonarchie non si sentono più protette dagli accordi sottoscritti.
Non dagli accordi di Abramo con Israele. Non dagli accordi militari con gli
Stati Uniti - per la concessione agli Stati Uniti delle basi di appoggio per il
Medio Oriente e l’oceano Indiano.
Un effetto non previsto della guerra all’Iran? È questa ipotesi, più che
i bombardamenti, che fa paura alle petromonarchie: la loro rrilevanza per l’alleato a cui si erano affidate.
La legge di Tuchman e il giornalismo che non c’è
Cinque e sei pagine, secondo giorno, per
Nicole Minetti, se veramente ha un figlio adottivo bisognoso di cure, se effettivamente
ce l’ha in adozione - tutto perché un giornale lo mette in dubbio, e Mattarella
lo ha seguito (Mattarella è il presidente della Repubblica…). Quattro su
Sempio, se non è l’assassino di Garlasco. Otto, fra cronaca nazionale e cronaca romana, sul tema: “L’ebreo spara
agli antifascisti” (sic, titolo del “Corriere della sera”). Con gli strilli dell’Anpi,
impiegati del catasto nelle cui mani è caduta la memoria della Resistenza - per
“un ebreo” che non ha sparato agli antifascisti, ha fatto semmai un
gesto d’irrisione, ironico (a veri antifascisti?).
L’unica informazione è buttarla sullo scandalo. Se non c’è scandalo non
c’è giornalismo. E lo scandalo “si crea” – la ricetta dei giornali anglo-americani
cosiddetti “popolari” o tabloid, che vivono di mercimonio.
Si potrebbe dire che questa è l’Italia, un Paese del gossip - più
la sparo e meglio mi sento. Ma, poi, i giornali nessuno quasi li compra più: le
balordaggini ognuno se le legge, e se le scrive, liberamente in rete. Però, è
vero che senza opinione pubblica, anche leggera ma responsabile e intelligente,
non c’è futuro: un Paese che non ragiona dove va?
Il modello social non è una novità. Alla storica Tuchman
si fa risalire una “legge di Tuchman” che lo sanciva più di mezzo secolo fa: “The fact
of being reported multiplies the apparent extent of any deplorable development
by five to tenfold” - il fatto di essere riportato moltiplica la portata apparente di
qualsiasi evento deplorevole da cinque a dieci volte”. Lo scandalismo paga. Ma
chi, se i giornali non li cerca più nessuno?
Israele terra santa degli inglesi
Perché la “Dichiarazione
Balfour” il 2 novembre del 1917, l’atto di nascita di Israele? La “dichiarazione”,
imprevista e inattesa, in forma di lettera aperta a lord Walter Rothschild,
nella qualità di rappresentante della comunità ebraica britannica e di
referente del movimento sionista, è una letterina di una dozzina di brevi righe,
che impegna il governo britannico, di sua spontanea volontà, a una “patria per il popolo ebraico”, una ‘national home for the Jewish People’. Una “dichiarazione
di simpatia con le aspirazioni dell’ebraismo sionista” che Balfour, titolare
del Foreign Office col premier Lloyd George, ha presentato e il governo
ha approvato. Assortita dall’impegno del governo ad “adoperarsi al meglio per
facilitare il raggiungimento di tale obiettivo”.
La letterina si chiudeva con
la clausola che “nulla dovrà essere fatto che possa pregiudicare i diritti
civili e religiosi delle comunità non ebraiche già presenti in Palestina”. Ma
la novità era l’impegno preso dal governo britannico col movimento sionista. E
per l’obiettivo preciso, del “ritorno” degli ebrei in Palestina, che tagliava
le interminabili discussioni tra sionisti, su dove collocare la futura patria.
Poi verrà il nazionalismo
“archeologico”, con la parallela cacciata dei palestinesi dalla Palestina, ma
nei primi anni 1950, quando lavorò a questa ricostruzione, Barbara Tuchman,
giovane studiosa, è incuriosita dalla dichiarazione del futuro lord (conte)
Balfour. Bastava forse che si contentasse di rilevare che sia il proponente
Balfour che Lord Rothschild erano membri eminenti della eminente massoneria
britannica – presieduta tradizionalmente dal duca di Kent, oggi un centenario
biscugino del re Carlo. Ma si è divertita a indagare in profondità, avendo scoperto
che fin dalla preistoria i futuri inglesi si volevano mediterranei, e anzi mediorientali,
se non gerosolimitani – un tempo si sarebbe potuto dire levantini. Dalla preistoria
no, naturalmente, ma già da prima che imparassero a scrivere. Una complicata ricostruzione
accumulando, fra l’erudito e lo spassoso, di questa passione. Intrecciata nell’ultimissima
fase alle vicende del sionismo, come impersonato e gestito dai successori di
Theodor Herzl – la lettera di Balfour si chiudeva con un: “Le sarò grato se
vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista”.
Per finire con le vicende del “mandato” sulla Palestina, chiesto e ottenuto nei
negoziati a fine guerra, nella divisione delle spoglie dell’impero ottomano –
anche in base agli accordi anglo-francesi, Sykes (altro personaggio in commedia,
compare di Lawrence d’Arabia)-Picot, di cui agli annali diplomatici. E quindi
dell’enorme dispendio di risorse nei tre decenni del mandato, tra esodo, controesodo,
terrorismo, e vassalli arabi riottosi.
La storiografia
successiva accerterà che Balfour recepiva una richiesta congiunta di Sykes,
agente britannico presso le nascenti monarchie arabe hashemite (Iraq e
Giordania), Lord Rothschild e Chaim Weizmann, il futuro primo presidente di
Israele, chimico russo espatriato che lavorava agli esplosivi per l’Ammiragliato
britannico, organizzatore e capo di un’organizzazione sionista cosiddetta “liberale”,
dopo la morte di Herzl, i Sionisti Generali. A Tuchman sarà anche risparmiata l’ulteriore
sorpresa degli evangelici americani, in linea con i padri del Mayflower?, ultimamente fra i più decisi assertori del
sionismo integrale – “fuori i palestinesi dalla Palestina”. Ma da subito si
pone il problema di come la Bibbia, la “saga” degli inglesi, si combini con
l’imperialismo, in Palestina con la dichiarazione Balfour. In esergo il rapporto
della Royal Palestine Commission of Inquiry del 1937: “Nessun altro problema
del nostro tempo è radicato così profondamente nel passato”. Che sarà il fondamento
del sionismo “archeologico”, del “recupero del passato” – ma Tuchman ancora
non lo sa.
Si parte dalle origini,
un po’ confuse un po’ ridicole, degli inglesi mediterranei, sbarcati nelle isole
per bizzarre peregrinazioni. E cristiani prima di ogni altro. “È una curiosa
ironia”, può notare la storica nella breve premessa alla prima edizione, 1956,
che “gli ebrei hanno recuperato la loro patria (home) in parte per
effetto della religione che avevano dato ai Gentili”.
La Palestina, la Terrasanta,
nota Tuchman subito, aveva “troppa storia” per poter essere conquistata
“distrattamente”, come si voleva che Londra avesse fatto le altre conquiste
coloniali: “Era stata un campo di battaglia, di Ebrei e Assiri, Greci e Persiani,
Romani e Siriani, Saraceni e Franchi, Turchi ed Europei”. Più sangue “era stato
versato per la Palestina che per qualsiasi altro posto della terra”. La premessa
finisce in questa chiave, sebbene con l’auspicio che si arrivi alla pace: “Storicamente,
l’occupante della Palestina è sempre andato incontro a disastri, a partire
dagli stessi ebrei”. Ma la Bibbia è “l’epica nazionale” inglese, come spiegava Thomas
Huxley. E il Medio Oriente, se non propriamente la Palestina, il suo progenitore
– prima dei Celti: nelle figure di un Bruto e un Gomer, figli rispettivamente
di Enea e di Noè. Col sostegno dell’antropologia, nota Tuchman divertita: “I
dati accumulati di forme del cranio, colore dei capelli, e frammenti di selci
risultano, curiosamente, essere venuti da quella parte del mondo… Il
pre-celtico in Gran Bretagna si ritiene essere stato di origine mediterranea,
se non propriamente mediorientale”. E le prime storie britanniche (“scritte da
britannici, non da romani”) sono su questa falsariga; l’“Epistola” di Gildas,
ca 550, un rifacimento della Bibbia in chiave britannica, e due secoli dopo il Venerabile
Beda, che le origini pone attorno al mar Nero – Noé, l’Arca. E introduce i
Cimbri ("Cymbri, Kimbri, Cimmeri, o un altro di un centinaio di spelling”)
come primi abitanti delle isole, venendo da Est. Ma intanto si è consumata e
affermata la teoria che il primo cristianesimo è sorto nelle isole britanniche,
introdotto da Giuseppe d’Arimatea, passato dal sepolcro di Gesù oltremanica, ben
prima che san Paolo approdasse a Roma.
Le vicende successive, di
pellegrinaggi in Terrasanta, spedizioni militari, con le crociate e dopo, e
celebrazioni letterarie compongono una narrazione altrettanto gustosa. “L’Inghilterra
e la Palestina dall’Età del bronzo a Balfour” è il sottotitolo. A fine 600 un Andmnan
abate di Iona, uno dei grandi monasteri scozzesi del Nord, versato in latino,
scrisse “De Locis Sanctis”, il resoconto di un viaggio in Terrasanta che gli ha
fatto un naufrago, un Arculf, un vescovo francese, reduce da un pellegrinaggio lungo
nove mesi. Ne nascerà la voga dei pellegrinaggi, lunga alcuni secoli. Una Margery
Kempe, nel secolo quindicesimo, sarà “così sopraffatta alla vista (di Gerusalemme,
n.d.r.) che «stava per cadere sul sedere»”, secondo un cronista. Un Willibald poi
santo, St. Willibald of Essex, “figlio di un certo Richard che vantava il
titolo di Re”, di cui non altro non si sa, a diciotto anni persuase la famiglia
scettica al pellegrinaggio. Il padre obiettò, ma poi lo seguì. Fino a Lucca, dove
morì. A Roma si ammalò il fratello, ma Willibald proseguì, lasciando l’infermo
alle cure della sorella – era l’anno 721. Rimarrà in Terrasanta una decina d’anni, quattro volte a Gerusalemme, protetto dal califfo, e a Tiro, Sidone, Antiochia,
Damasco, Costantinopoli e Nicea, “prima di veleggiare infine in direzione Sicilia
e Italia, dove si stabilì per un periodo a Monte Cassino, esattamente dieci anni
dopo la partenza”.
L’ultimo
capitolo sono le avventure di Lawrence d’Arabia e del suo compagno d’avventura Mark
Sykes, i “nostri agenti al Cairo”, poliglotti, conversatori, animatori dell’inesistente
nazionalismo arabo, a partire dal 1915, presso i principati dell’allora Heggiaz
per indurli alla sovversione contro gli ottomani, promettendo regni – promesse
poi mantenute in quelli che saranno chiamati Iraq e Giordania. Il primo governatore militare
di Gerusalemme, Ronald Storrs, registra i primi ebrei in arrivo “quasi svenire di
felicità”, che “si muovono come nella scoperta e lo splendore di un sogno che
si avvera”. Ma “quasi dallo stesso momento lo splendore cominciò a svanire e il
processo di deterioramento a intrufolarsi, finché non emerse trenta anni più
tardi, quando i cacciatorpedinieri britannici tirarono sulla nave chiamata ‘Exodus’
che trasportava rifugiati ebrei alla National Home”.
L’indice dà un’idea della
ricchezza e complessità della “lunga storia”: Origini: una favola concordata --
Apostolo dei Britanni: Giuseppe d'Arimatea – “Entro le tue porte, o Gerusalemme”:
il movimento dei pellegrini -- Le Crociate -- La Bibbia in inglese -- Avventure
dei mercanti nel Levante -- Ai confini della profezia: l’Inghilterra puritana e
la speranza di Israele -- Eclissi della Bibbia: il regno del signor Saggio
mondano -- La questione orientale: scontro di imperi in Siria -- La visione di
Lord Shaftesbury: un Israele anglicano -- La Palestina sulla via dell’impero --
Entrano gli ebrei: “Se non sono per me stesso, chi sarà per me?” -- La corsa
verso la Terra Santa -- Avvicinamento: Disraeli, Suez e Cipro -- Le aquile si
radunano: il dilemma del Sultano -- Herzl e Chamberlain: la prima offerta
territoriale -- Culmine: la Dichiarazione Balfour e il Mandato di Palestina --
Post scriptum: fine della visione.
Un libro non tradotto che
è invece di lettura quasi obbligatoria, nella ricerca, l’analisi e la
narrazione. Esaustivo cioè, dà l’idea di avere esperito tutte le fonti, equilibrato
nella prospezione dei fatti, e di lettura sempre agevole, invitante. L’autrice
acclamata dei “I cannoni di agosto” e “La marcia dei folli” è peraltro doppiamente
attendibile, benché scettica – ironica per lo più – sul sionismo, sull’archeologia
dell’Israele di oggi nella Bibbia. Di prominente famiglia ebraica americana. Il
padre, Maurice Wertheim, banchiere, editore della rivista (ora di estrema
sinistra) “The Nation”, collezionista d’arte, fondatore di una Theatre Guild, presidente
dell’American Jewish Committee. La madre, Alma Morgenthau, figlia di Henry,
ambasciatore del presidente Wilson, in guerra e dopo, presso l’Impero Ottomano,
sorella di Henry Morgenthau jr., il ministro del Tesoro di F. D. Roosevelt, autore
nel 1945 del piano di desertificazione della Germania – non preso in
considerazione.
La storia, dettagliata e ironica, di una fascinazione. Una parte non trascurabile delle isole britanniche. Molto documentata e molto leggibile. Con una cinquantina di pagine
di note bibliografiche. E una ventina abbondante per il solo indice dei nomi.
Barbara Tuchman,
Bible and Sword, Macmillan, pp.XIII + 414 pp.vv.
mercoledì 29 aprile 2026
Problemi di base esistenziali - 913
spock
Si è quel che
si è stati?
Si è quel che
si diventa?
Non si cambia,
in meglio, con la migliore buona volontà?
Si va per addizioni
e sottrazioni – bisognerebbe conoscere l’aritmetica?
E il passato,
non è presente?
L’angelo della
storia guarda all’indietro, o non a 360 gradi?
spock@antiit.eu
La sfida vincente alla Dottrina Carter
Epic Fury
o Epic Gamble, azzardo epico, come ha voluto subito il “Financial
Times”? A due mesi dalla guerra “stravinta” gli Stati Uniti sono impaniati nelle
sottigliezze iraniane, il Blitzkrieg è finito nel pantano. E fino ad ora gli effetti sono negativi, e anche molto, per
l’“Occidente” - a parte l’industria degli idrocarburi americana, che si
rifinanzia e ricapitalizza con i prezzi alle stelle.
Èpic Fury è stato una copia di Desert Storm, il bombard amento
congiunto, in quel caso tra Stati Uniti e Gran Bretagna, concertato, quotidiano,
dal 17 gennaio al 23 febbraio 21991, contro l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva
invaso il Kuwait e minacciava l’Arabia Saudita. Raf e Usaf bombardarono caserme, aeroporti,
schieramenti iracheni di fanteria, facilmente identificabili nel territorio
desertico, con poco contrasto dall’aviazione irachena: furono cioè efficaci all’obiettivo,
recuperare i territori invasi. L’obiettivo di Epic Fury non è stato dichiarato ma,
quale che sia, non è stato raggiunto: l’Iran non si ritiene battuto militarmente
e negozia da posizione palesemente di forza – pone condizioni. Nel presupposto cioè
l’America non possa continuare indefinitamente la guerra. Essendo stata battuta
a Hormuz, senza combattere, sulla Dottrina Carter, che regge la politica
americana nel Golfo.
La dottrina Carter è all’origine della forza americana di intervento rapido,
la Rapid Deployment Force, e della presenza “significativa” della Us Navy, della
Marina americana, nel Golfo e nell’oceano Indiano. Fu elaborata in seguito all’invasione
sovietica dell’Afghanistan nel 1979, da Zbigniew Brzezinsky, consigliere di
Carter per la sicurezza nazionale, e presentata dal presidente al Congresso il
23 gennaio del 1980. Col fine dichiarato di tenere i sovietici “lontano dal Golfo Persico”. Carter annunziava che gli Stati Uniti
consideravano il Golfo area nevralgica per gli interessi nazionali, e avrebbero
utilizzato la forza per difenderne l’autonomia e la libertà di circolazione.
Una serie di accordi con le petromonarchie hanno poi portato a una presenza stabile
di forse americane sulla sponda occidentale del Golfo.
Joyce e Shakespeare, tutto sbagliato tutto da rifare
“Il piano, trasparente, di sostituire completamente l’‘Ulisse’ con
un’altra versione era in parte motivato dalle speranze degli eredi di Joyce di
ottenere un nuovo copyright della durata di settantacinque anni a
partire dal 1984. Ciò poteva essere realizzato solo creando un’opera
completamente nuova, cosa che, in un certo senso, è avvenuta. I sostenitori
della nuova edizione hanno cercato di convincere il pubblico e il mondo
accademico che tutte le edizioni precedenti fossero inutilizzabili. L’attacco
al vecchio testo si è concentrato su una manciata di errori di battitura che
sono stati riproposti più e più volte, come se l’errore “beard” al posto
di “bread” (rilevato solo nel 1961) dimostrasse che tutte le edizioni
successive al 1922 non meritavano alcuna attenzione...
“Durante la vita di
Joyce, centinaia di errori tipografici nella prima edizione furono corretti, ma
un numero simile di nuove varianti si insinuò inosservato nelle edizioni
successive, il che significa che il primo e l’ultimo testo pubblicato durante
la sua vita erano ugualmente distanti da ciò che Joyce aveva inteso.
Improvvisamente, negli anni ‘80, ci è stato detto che c’erano «migliaia» di
errori fin dall’inizio, almeno sette per pagina. Questa affermazione è una
trovata pubblicitaria per una «nuova» edizione, ma non ha alcun fondamento nel
testo stesso. ‘Ulisse. Testo Corretto’ non è un
testo purificato, ma una versione diversa da quella che Joyce concepì,
autorizzò e vide pubblicata”.
Prendendo spunto da una mostra
sui refusi o “errata” che usava introdurre nelle ristampe, liste di termini da
correggere con l’indicazione della pagina, la rivista ripropone la discussione sempre
aperta tra qual è il vero “Ulisse” di Joyce, e il vero “Re Lear”. Con altri
casi di “errata” – uno segnalato lungamente da Nabokov su una traduzione di
Puškin. In aggiunta al caso celebre della Bibbia inglese del 1631, che si era
dimenticato un “non”, giacché il settimo comandamento (secondo la tradizione
ebraica, il nono secondo quella cattolica) recitava: “Commetterai adulterio”.
Come per Joyce, il campo resta
tormentato anche per Shakespeare, soprattutto per “Re Lear”: “È davvero
possibile che, dopo tanti secoli di modifiche e dispute, gli editori non siano
ancora riusciti a produrre un testo del ‘Re Lear’ come lo
avrebbe voluto Shakespeare? Che il mondo si sia convinto che quest’opera è il
capolavoro del maestro, senza accorgersi che gli editori hanno mescolato
parole, versi ed episodi (tratti dal testo in quarto e in folio del 1608 e da
quello in folio del 1623) che in realtà erano destinati a sostituirsi a
vicenda, e che a volte, nella versione stampata, risultano privi di senso?”
John Kidd, The Scandal
of ‘Ulysses’, “The New York Review of Books”,
E.A.J. Honigman, The
New Lear, ib., free online,
(leggibili anche in
italiano, “Lo scandalo dell’‘Ulisse” e “Il nuovo Lear”)
martedì 28 aprile 2026
Epic Fury contro Ue e Giappone
A due mesi dall’attacco all’Iran, l’“Epic Fury” del pacifista Trump, è
come se l’America avesse colpito gli alleati fedeli, Europa e Giappone, e
favorito i nemici, vecchi e nuovi. La Russia di Putin è uscita dall'isolamento,
e dalla bancarotta. Può proporsi mediatrice, forte della fiducia di Teheran - soprattutto per il dossier più irto, l’arricchimento
dell’uranio. Ed è tornata a esportare, liberamente e a buon prezzo, tutto il
petrolio e il gas che riesce a produrre. La Cina, che si pensava colpita anch’essa
dal blocco di Hormuz, può invece farne a meno senza i problemi che ha l’Europa.
Mentre rinsalda la sua nuova politica di intesa cordiale con le petromonarchie
arabe del Golfo – amica dei nemici, gli ayatollah e i principati loro nemici.
L’Europa, che ha appreso di Epic Fury dalla radio, è caduta nella
confusione, tra sconcerto e rabbia: inflazione in arrivo, bilanci saltati, e
nervi pure. Il cancelliere tedesco che impreca contro Bruxelles (diretta da una
sua compagna di partito) e gli Stati Uniti ha dell’impensabile. In Giappone,
fortemente colpito dai blocchi e controblocchi, nel mezzo di un rilancio economico
e militare, i media non hanno più parole contro gli Stati Uniti – “irresponsabili”
è l’epiteto più affabile. Lo “storico accordo commerciale” vantato da Trump,
che era in via di definizione ed è stato firmato dalla premier Takaichi a Washington
il 19 marzo, non ha dissolto le contrarietà – non si parla di “250 ciliegi in fiore”
in regalo per i 250 anni dell’indipendenza americana.
Il comunisno scappa sempre
“il Manifesto” ristampa
per i suoi 55 anni la prima pagina del numero zero, la prova del giornale,
approntato il 16 aprile 1971 – “un giornale «vero», fatto con le notizie del
giorno” e stampato in bozze. Su otto articoli cinque sono sulla Cina. Bene,
cioè normale, non sorprendente, trattandosi di comunisti in dissidio col
partito Comunista italiano, filorusso. Il titolo complessivo è trionfalistico: “La
Cina rompe l’assedio internazionale e sposta gli equilibri mondiali”. La
rivoluzione? No, cioè si, ma è, non menzionata, la “rivoluzione” di
Kissinger, la 2diplomazia del ping-pong”.
Il “fondo” (commento), di
Rossana Rossanda, senza citare Kissinger lo spiega. Pechino ha invitato ai suoi
giochi di ping-pong una squadra americana e il premier in persona, il
potentissimo Chu- en-lai, li ha incontrati. Mentre a Washington il presidente
Nixon annunziava un piano in sei punti per togliere la Cina dell'isolamento,
politico e economico, in cui era avvolta, la Cina di Mao, dalla fine della
guerra.
La cronaca correttamente
prospettava l’ingresso della Repubblica Popolare all’Onu - con un seggio
eventualmente, naturalmente, permanente in Consiglio di sicurezza. Ma riferiva
anche che Mosca era scontenta, molto. E preoccupato era anche il commento
del giornale. Rossanda si chiede se anche la Cina non si siederà al tavolo dell’imperialismo:
“Compagni e militanti si sono interrogati ieri, non senza incertezza. Si erano
già interrogati sulla posizione della Cina nei confronti del Pakistan;
s'interrogheranno domani sull’invito del governo cinese a una signora non
particolarmente benemerita della rivoluzione? Sorella d’un tipico «lacchè degli
imperialisti», lo scià di Persia”. La signora era nientemeno che Ashraf, la
gemella dominante dello scià, da ultimo immobiliarista a Teheran, con truffe
che aprirono le proteste fatali al regime.
Un commento - la
preoccupazione - e una commemorazione che dicono il comunismo sempre più in là, come
ritroso o in fuga - una chimera.
“il manifesto”,
reprint n. 0, 16 aprile 1971 - col quotidiano in edicola
lunedì 27 aprile 2026
Una guerra per gli ayatollah
Una
guerra per ridare dignità
(santità?)
agli ayatollah
– il martirio
è l’essenza dello sciismo,
il
martirio di Ali (sciita è la setta,
shia, di
Alì), cugino e genero
del Profeta,
sposo di Fatima
la venerata,
quarto califfo dell’islam,
primo
degli sciiti, gli altri tre
considerandosi usurpatori,
figlio
del fratello germano di Abdallah,
il padre
del Profeta, che il cugino
volle
cresciuto in casa, prima che sposo
della prediletta
biscugina sua figlia,
valoroso
in battaglia ma vittima
alla
successione di alleanze
e intrighi
fra le tribù?
La coltivazione della sconfitta - o l’anti-Liberazione
“La coltivazione della catastrofe non è strana per una borghesia uscita
dalla coltivazione della sconfitta. Politici del governo e dell’opposizione
hanno comune origine dal tronco del blocco antifascista, alleato dell’ufficiale
nemico del tempo.
“Noi proletari e rivoluzionari, che non abbiamo nemici nazionali,
possiamo ben dirlo, mentre la classe dominante discute la indegnità dei suoi
ammiragli, che avrebbero coscientemente portato i piccoli incrociatori «carta
velina» sotto il tiro implacabile e centrato col radar delle dreadnoughts
britanniche, mentre i tiri dei loro cannoncini bucavano il mare a mezza
distanza. Non eravate tutti, nemici tra voi oggi, alleati degli inglesi, che
portavano qui e sbarcavano ad Augusta la civiltà che vi ha figliati, e non
dovreste far parte a quegli ammiragli delle vostre decantate medaglie al valore
partigiano?
“Da quando la borghesia girava avanti la ruota della
storia e portava innanzi con un’amministrazione nuova e audace l’attrezzatura
della specie umana, le dichiarammo la guerra di classe e ne tracciammo
l’itinerario nefasto e distruttore... Ma le vicende della storia italiana sono
utili a provare nel modo più evidente che la classe operaia non può fare altre
conquiste, nemmeno minimaliste, se non si spiantano e si spianano due bordelli:
il parlamento elettivo e la macchina amministrativa.”- Amadeo Bordiga, “Il
disastro calabrese, o la coltivazione delle catastrofi”, 1953
La maternità - naturale e traumatica
La ragazza madre che non ha
abortito ma non può mantenere la creatura, e la donna in carriera, reduce da
tre aborti spontanei, che avvia, soffrendo, l’adozione. Due storie destinate ovviamente
a incontrarsi, ma nella drammatizzazione di un evento tanto naturale quanto
problematico, la maternità.
Sceneggiato da Ilaria Bernardini
dal suo romanzo dallo stesso titolo. Un racconto semplice, didascalico più che
drammatico, ma due bei ruoli per Miriam Leone e Tecla Insolia.
Elisa Amoruso, Amata,
Sky Cinema, Now
domenica 26 aprile 2026
Ombre - 821
2.600 giornalisti accreditati alla Casa
Bianca. Però. Al pranzo annuale dei corrispondenti da Washington, dell’attentato
ennesimo a Trump, tanti erano attavolati, in smoking – e onorati di esserci, ma
questo è un altro discorso. Però, poi si dice che l’America è finita.
“”Oggi il popolo italiano ricorda uno dei
momenti decisivi della propria storia: la fine dell’occupazione nazista e la
sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e
democrazia”. Però, detto di Meloni. Ma non è una notizia, non per i media bene
informati, “Il Messaggero”, “Corriere della sera”, “La Stampa”, “la Repubblica”
“il Sole24 Ore (“Il Sole a p. 9). Se ci tolgono l’antifascismo non sappiamo che
dire?
Ai padroni certo fa comodo, un governo
debole.
Unicredit imputa a un errore di traduzione
in tedesco, di una parola, il divieto che la Bafin, la Consob tedesca, le impone
di commentare i conti Commerzbank - a due settimane dall’ops, il 5 maggio. Ma l’errore non è stato puntare su Commerzbank con la Germania nazionalista senza più
scrupoli, anzi in corsa verso la destra estrema, di Afd - un partito al 20 per
cento al voto un anno fa, e al 27 per cento nei sondaggi?
È strano che la Germania, di cui pure
tutto si sa, sia così remota.
L’ex sindaco missino Alemanno unico condannato
“definitivo” di Mafia Capitale, per accorgimenti, di imputazione e di
procedura, suggeriti all’evidenza alla Procura dagli stesi giudici che poi lo
hanno condannato è l’evidenza di quanto politicizzata è certa giustizia. Mentre
i coimputati – al cuore della vicenda - sono poi stati sbiancati dalla
Cassazione.
Alemanno, destra impenitente, unico
condannato per finanziamento illecito da una cooperativa di sinistra. Ci
sarebbe da ridere di questa giustizia, se non fosse un dramma.
“La Repubblica” pubblica due volte lo
stesso articolo – nomen omen? La recensione di un libro Adelphi. Una
prima volta a opera dello scrittore di casa Romagnoli, la seconda, in grande
evidenza in prima pagina, del bestsellerista francese Carrère. Potenza dell’ufficio
stampa Adelphi? Nessuno al giornale legge (più) il giornale?
Lo stesso giornale
titola enfatico: “Conti, Meloni contro la Ue”. Chissà che sfacelo di questo governo
antieuropeista – che ottiene a Bruxelles (quasi) tutto quello che chiede. Poi il
giornale ex di Scalfari prosegue, in piccolo: “Ma i tecnici del Parlamento e
l’Ocse avvertono: ‘Pil del 2026 a rischio, servirà una correzione’”. Cioè, ha
ragione Meloni?
Ancora “la Repubblica” fa i conti a
Emiliano, il giudice-politico-scrittore-professore, uno dei prominent
Pd, alla cui guida si è anche candidato, di quanto guadagna destreggiandosi
alla Zalone tra varie “dipendenze”
statali, quindi a carico nostro. Ma in piccolo, nella rubrica della posta. I
panni sporchi si lavano poco, in casa?
Italia bocciata all’esame Ue dei bilanci
per 600 milioni, lo zero virgola zero qualcosa. Cioè per niente. È quanto della
Ue è insopportabile, la “procedura Ue” costa. Si poteva rimediare spostando contabilmente
qualche posta di spesa, minima, da dicembre a gennaio. Ma Eurostat ha detto no
alla Ragioneria dello Stato.
Forse non è cattiveria, è stolidità –
l’Europa dei ragionieri.
O non sarà un caso di stupidità – l’Ue
è “stupida”, dixit Prodi, che se ne intende. Ma puzza di ipocrisia. Francia
e Belgio navigano da anni su un disavanzo annuo del 5 e passa per cento, e non
si occupano di rimediare – la Francia non fa neanche il bilancio, non c’è la maggioranza
politica per farlo (la Spagna pure non fa il bilancio, da tre anni, e fa crescere
il pil del 2 e 3 per cento).
Si susseguono i “rovesciamenti” di
sentenze anti-governo delle giudici di Roma, in tema di rimpatri degli immigrati
illegali condannati e della condanna del sottosegretario alla Giustizia Delmastro
(di cui la Procura aveva chiesto in Tribunale l’archiviazione e poi l’assoluzione) – le loro condanne sono cassate dalla Corte europea e dalla Corte d’Appello. Giudici
tricoteuses – leggono troppi volantini rivoluzionari? Isteriche, alla
Freud – Grande Scienziato? E dire che erano – e sono sotto sotto – di sacrestia,
buone democristiane.
La giustizia politica è come l’alluvione,
che i rifiuti riporta a galla.
E i giudici del Tribunale dei minori
dell’Aquila, che si accaniscono a fare dei mostri i bambini già felici del bosco? Si diventa
magistrati memorizzando le pandette. Ma non ci vuole un esame della capacità di
giudizio?
Centoventi minuti di noia, di tira-e-molla,
a velocità ridotta, per appassionarsi infine ai rigori. Con un ragazzetto, Motta,
che appare brevilineo ma misura due metri - si raggomitola e sgomitola come un
felino - e li para tutti. Il calcio si è ridotto ai rigori: due ore di niente per
pochi minuti di spettacolo vero - atletico, sportivo.
Un portiere, questo Motta, della Juventus,
che ce l’aveva gratis, dal vivaio, e l’ha scartato. Per spendere decine di
milioni per altri portieri, di cui è scontenta. Sicuro che non ci sono “sfioramenti” (tangenti, bustarelle)
nel mercato del calcio? Che si svolge tutto nei paradisi fiscali.
Nella stessa partita, Atalanta-Lazio, si
vede un arbitro che non ha mai giocato al calcio (l’impressione è corroborata dalla
biografia): questo Colombo, che pure gode buona fama, non sa che per buttare
giù un attaccante in corsa basta toccarlo, poco, sul fianco del piede sollevato
- accortezza elementare per qualsiasi terzino. Si può arbitrare uno sport che non
si è praticato? È il problema dei giudici italiani, che vengono dalle pandette
e non dalla vita vissuta.
“Dal dopoguerra gli Stati Uniti, mai
attaccati, hanno preso di mira e bombardato una trentina di Paesi”. Carlo Rovelli,
il fisico, è anti-americano, però.
Era più che ovvio che il passaggio di
Mediobanca sotto una banca fallita, due volte, avrebbe spaventato i grandi clienti.
Che sono subito scappati da via Filodrammatici – con i loro wealth manager,
i banchieri di loro fiducia. La Lega è milanese, ma Milano non è la Lega – non
è stupida.
Che squallore pretendere di sapere su
Epstein di più, molto più, di quanto sanno gli americani, con il loro giornalismo
scandalizzatissimo. Per di più pagando, la solita “ex spia” (israeliana) e la “compagna
abbandonata”(argentina) – una che le Procure (democratiche) di New York tengono
con cura fuori della porta, benché l’ex compagno che lei accusa, Rampoldi, sia repubblicano
e amico di Trump. Si capisce che l’abbonamento Rai sia ormai di pochi spiccioli,
se ne fa questo uso.
Che dire dell’opposizione a Meloni? C’è
odio, sicuro: c’è gente che perde giornate, settimane, mesi per scovare per
scovare sue foto con questo e con quello fra le tante che circolano in rete,
per “dimostrare” che il tale è il padre rifiutato, il tal altro un mafioso. Senza
alcuna ricaduta pubblicitaria-commerciale, giusto per l’odio. O c’è una
organizzazione per fare questo (immane) lavoro? A pagamento? Da parte di chi?
Nelle cronache delle morti per ricina,
che si susseguono ormai da settimane, non si è mai menzionato l’olio di ricino,
che deriva(va) dalla stessa pianta – neanche nella prossimità del 25 aprile. Un
passo avanti nella storia si è dunque fatto?
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Ombre
La tolleranza repressiva
“Questo
saggio esamina il concetto di tolleranza nella nostra società industriale
avanzata. La conclusione a cui si giunge è che la realizzazione dell’obiettivo
della tolleranza richiederebbe intolleranza verso le politiche, gli
atteggiamenti e le opinioni prevalenti, nonché l’estensione della tolleranza a
politiche, atteggiamenti e opinioni che sono illegali o represse. In altre
parole, oggi la tolleranza appare di nuovo per quello che era alle sue origini,
all’inizio dell’era moderna: un obiettivo di parte, una nozione e una pratica
sovversiva e liberatoria. Al contrario, ciò che oggi viene proclamato e
praticato come tolleranza, in molte delle sue manifestazioni più efficaci,
serve la causa dell’oppressione”. C’è tutto nell’attacco del saggio.
Anche quando la tolleranza
fosse legge: “In un sistema autoritario, il popolo non tollera – sopporta le
politiche stabilite”. Ieri, 1965, quando il saggio si scrive, come oggi, quando
il saggio si ripubblica. La tolleranza come un dovere non è tollerante. È anzi
intollerante – non più aperta, liberale, democratica. Diventa quello che sarà mezzo
secolo più tardi, p.es., il politicamente corretto - è in questa chiave che il saggio
è stato ripubblicato.
Notevole anche la non
citazione di Voltaire. Sì di John Stuart Mill, anche di Baudelaire, di passaggio,
e di Sartre (prefazione a Frantz Fanon) e Robespierre, o di fra Dolcino e Savonarola,
a chi fosse il tollerante più intollerante.
Un testo poi pubblicato
in volume, nel 1969, con altri saggi di Robert Paul Wolff e Barrington Moore,
jr., “A Critique of Pure Tolerance”, ma già tradotto, nel 1967, su “Giovane
Critica”, la rivista di Giampiero Mughini, nel n.15-16, primavera-estate 1967,
col titolo “La tolleranza repressiva”.
A tratti sembra scritto oggi: “La tolleranza verso ciò che è radicalmente malvagio appare ora come un bene perché serve alla coesione del tutto sulla strada verso il benessere, o un benessere ancora maggiore. La tolleranza verso il sistematico imbecillimento di bambini e adulti attraverso la pubblicità e la propaganda, lo sfogo della distruttività nella guida aggressiva, il reclutamento e l'addestramento di forze speciali, la tolleranza impotente e benevola verso l'inganno palese nel commercio, lo spreco e l'obsolescenza programmata non sono distorsioni e aberrazioni, bensì l'essenza di un sistema che promuove la tolleranza come mezzo per perpetuare la lotta per la sopravvivenza e sopprimere le alternative. Le autorità in materia di istruzione, morale e psicologia si scagliano con veemenza contro l'aumento della delinquenza giovanile; sono meno veementi contro la fiera presentazione, a parole, nei fatti e nelle immagini, di missili, razzi e bombe sempre più potenti: la delinquenza matura di una intera civiltà”....
Herbert Marcuse, Critica
della tolleranza, Mimesis, pp. pp. 40 € 5
free online (leggibile
anche in italiano)
https://www.marcuse.org/herbert/publications/1960s/1965-repressive-tolerance-fulltext.html
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