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sabato 2 maggio 2026

Il panino

Al Pantheon una ragazza incede radiosa con un panino che porta sulle mani soevate, come un ostensorio, a cinque piani. Che non potrà addentare, ma se ne serve con gli amici, ragazzi grandi e imberbi, per le foto ricordo, in una processione scherzosa. Viene dalla Maddalena, dove all’angolo il paninaro ha una fila lunga metà della piazza. Giovani per lo più, tutti molto pazienti. Ma qualcuno anche in età, per nulla infastiditi dalla lentezza – ogni panino è un’opera a parte, personalizzata.
Era un buco, quello del paninaro sulla Maddalena dietro il Pantheon, pochi mq., e lo è tuttora. Ma per molti anni di poca fortuna, malgrado la posizione strategica, ora negozio Tim o Wind, ora gelateria, benché di marca. Finché non lo ha preso il paninaro. Che, rispettoso del successo, ha anche rilevato un altro angolo della piazza, di fronte al primo. Ma la fila è sempre lunga. E non solo ora di turisti, molti sono perfino italiani - italiani fare la fila, romani? ma la fanno.
Lo stesso si può vedere alla caffetteria del Parco della Musica. Che ha un’offerta molto variata, di cibo cucinato, taglieri, macedonie di frutta, insalate, anche complicate. Ma la fila è sempre per il panino, anche se non assortito o variato. Qui italiani per lo più, per lo più in età.
Per il risparmio? No, il panino costa, anche se farcito miseramente, che una pizza o una minestra in trattoria. Sono i “paninari” della seconda metà degli anni Ottanta cresciuti? No, è la mania del junk food, che sarebbe “cibo spazzatura”, in Italia ribattezzato street food ma sempre quello è, e in America è, da tempo, un grosso problema, inducendo obesità e vari scompensi.

Quando la fabbrica è – era - vita o morte

I soliti tycoon americani rilevano la cartiera e al solito licenziano i vecchi esperti – il futuro è tecnologico. È lo scivolo verso il disastro – non tutto insieme, uno scalino dopo l’altro. Sullo sfondo di una famiglia felice e felicissima, lui tecnico di produzione che sa tutto della carta ed è innamorato della natura, nella casetta di campagna dei genitori che ha rilevato, con una compagna da sogno e i suoi due figli altrettanto deliziosi. Quando il Cattivo Americano irrompe con la ristrutturazione, e un nuovo lavoro – una nuova mentalità – risulta impossibile da ricostituire, tutto scivola, ineluttabile, verso il disastro.
Una serie di disgrazie da togliere il respiro ma un film didascalico: cosa succede quando “si perde” il lavoro a una certa età. Con atmosfere, ritmi, personaggi, dialoghi, perfino le inquadrature, da cinema neorealista – il cinema coreano, che vince gli Oscar ultimamente, ne ha adattato le tecniche. Questo fa leva sull’ondata di “ristrutturazioni” che si ebbe negli anni 1990 per effetto della globalizzazione. Oggi forse fuori tempo, la fabbrica non è più apprezzata, né indispensabile. 

Si penserebbe un remake di Soldini, “Giorni e nuvole”, con Buy e Albanese, ma la trama sarebbe di Donald Westlake, il giallista, “The Axe”, 1997 – un racconto già adattato al cinema con lo stesso titolo da Costa Gavras vent’anni fa (due prima di Soldini).  
Park Chan-wook, No other Choice – Non c’è altra scelta, Sky Cinema, Now

venerdì 1 maggio 2026

Secondi pensieri - 583

zeulig


Identità – Non è un dato di fatto, è una percezione, variabile. Il trisnonno di Cesare Cases, rabbino a Reggio Emilia, la città del tricolore, si presentò a Napoleone Primo Console per rimproverarlo di aver distrutto l’identità ebraica con l’abolizione dei ghetti e delle interdizioni.  
 
Libertà – È “generale”, sociale – di una società ordinata alla libertà. Concepita per l’Individuo e sull’Individuo, è sempre possibile nella forma dell’anarchia, l’esito di ogni integralismo liberale-libertario. Ma allora dell’esclusione e del rifiuto. La libertà si vive – si gode, se ne beneficia, anche nelle forme della resistenza, della persecuzione, del martirio – se e in quanto è condivisa.
 
È liberazione – un processo. Per trials and errors, ma in ambito-ambiente adatto. Cioè tollerante. Della possibilità di errore.
 
Opinione pubblica – È sovrastante – illiberale – se non mediata senza pregiudizio, in dibattito tra pari (cultura, informazione) e su principi condivisi. Altrimenti inevitabilmente viziata, come lo è la comunicazione, che ha un emittente o mediatore e un recipiente – un maestro e un seguito. La libertà di parola libera sul presupposto dell’uguaglianza, di conoscenza, cultura, e in fondo intelligenza Senza questo correttivo la comunicazione parte aristocratica, bilanciata, tra un esperto e un fruitore, tra il colto o furbo o abile, e l’incolto, o credulone o succube. Implica la capacità o possibilità di capire, inquadrare, connettere, argomentare.
Per lo più è propaganda, con i mass media ancora prima che con i social.
Si salva per la parte informazione, ancorché a senso unico, da fornitore a recipiente, in quanto esperta, analitica, condivisa senza preconcetto.
 
È la base e il cemento della democrazia – il dibattito libero, la libertà di parola. Ma la democrazia implica che le parti debbano essere capaci di decidere a ragion veduta, di scegliere su presupposti definiti e chiari.
 
Storia – “Origina come mito”, e diventa una “memoria sociale” a cui si può fare riferimento “sapendo che fornirà giustificazione alle loro attuali azioni e convinzioni” – Ralph Turner, lo storico americano di Yale che fu tra i promotori nel dopoguerra dell’Unesco.
La “favola condivisa” di Napoleone?
 
Prevale il senso - quasi un piacere – della congiura. Che ha radici nobili, non si può non dire: prima di Étienne Gilson e l’avversata secolarizzazione c’è Héraut de Séchelles con le quattro innovazioni: la patria in pericolo, la legge dei sospetti, il piede nei due blocchi, l’ateismo religioso – centauro oggi socialfascista, fasciocomunista, già cattocomunista e repubblicocomunista.
 
Tecnica - Un secolo di filosofia contro la tecnica e la democrazia livellatrici, a scapito dell’individuo e la sapienza, manovrato, si direbbe con vecchia terminologia, dal Maligno. Non grande filosofia, inclusi i nichilisti massimi, Heidegger, Jünger, Nietzsche stesso, benché calligrafi – ma, poi, l’anarchia finisce in reazione? In alternativa al tomismo, Lumi compresi, s’è trovato il niente, o l’ateismo di Sartre e Malraux, che solo si vogliono falsari e ladri - specialmente di fighe, quelle che aprono la bocca allo stupore. Questa in sintesi la filosofia ultima dei massimi sistemi: il rifiuto della tecnica, cioè del mondo, cioè di sé e dell’essere – nel mentre che se ne tenta, seriosamente, l’infantile duplicazione o clonazione, prima corporea ora mentale. Meglio ridetto: il rifiuto di sé, che si camuffa da rifiuto del mondo, cioè dell’incolpevole tecnica, e s’adagia nel complotto, che si vuole progetto. E la vita intristisce. Con l’intellettuale ridotto a mosca indiscreta che pensa d’avere in mano il fulmine e scaglia punture. Agevolando il progresso, se promuove l’Autan.
La rivoluzione è stata igienica con Semmelweiss, consumatrice col fordismo, una sirenusa, e con l’automazione e l’IA punta ora sul tempo libero – che si vuole, surrettiziamente “liberato”. Ma non si può dire.


Verità - La verità Heidegger differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.
 
La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è pure regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi degli sbirri. Però sono manifesti.
 
La verità emerge ascoltando Beethoven suonato da Fischer. Beethoven ha sempre questo effetto, di liberare la mente. Quando tutto è stato detto, la verità è invece un’altra. La verità è sempre semplice, la verità delle cose, quella delle persone anche, non ha bisogno di applicazione, ma vuole mente sgombra.


zeulig@antiit.eu

Lo sgambetto della Ragioneria a Meloni – o è la manina leghista

Il 3,01 per cento di disavanzo che condanna l’Italia all’impecuniosità - e Meloni al sicuro pollice verso al voto di maggio - non è un errore ma un “un caso di sciatteria” della Ragioneria dello Stato – ma “sciatteria” è un eufemismo, non si fanno “errori” alla Ragioneria. Lo spiega Gianfranco Polillo, l’economista, ex vicesegretario del partito Repubblicano, sottosegretario all’Economia nel governo Monti:
https://formiche.net/2026/04/istat-meloni-polillo-mef/
Ci sono stati errori di calcolo: il disavanzo da colmare non era di 600 milioni ma del doppio. È su questo che Bruxelles si è impuntata. Ma non era difficile, malgrado lo scostamento, risolvere la questione rimettendo l’Italia in bonis: “Il Mef, e in particolare la Ragioneria generale, avevano tutto il tempo per gestire le entrate e le spese dell’ultimo trimestre per conseguire quel risultato”, il rientro dell’Italia dal deficit eccessivo. “Come? Anticipando alcune entrate o ritardando alcune spese, come si fa in qualsiasi struttura economica: sia pubblica che privata”. Come fa qualsiasi ragioniere.
Si fa finta di nulla, ma impedire al governo di spendere in un anno elettorale è una ghigliottina armata su Meloni. Da parte di Giorgetti, ministro leghista dell’Economia.? O da parte della burocrazia principe dell’Economia, rimasta sempre “democristiana”?

Buffalo Bill e le teste rotolanti

Dai rodeo “organizzati” di Buffalo Bill vecchio in Maremma a fughe interminabili nelle praterie dell’America desertica. Un revival del western all’italiana, con punte di horror, per un amore impossibile. O improbabile?
C’è chi scommette contro i suoi butteri Buffalo Bill vincente. Se non che qualcuno dei servi non obbedisce e vince la sfida. Tempesta. Aggravata quando la moglie del padrone scappa col buttero insubordinato, in America. Peggio - di macabro in macabro, la vicenda nera sembrerà non avere mai fine: in America si mozzano le teste.
Una tela affollata della coppia debuttante, più Tarantino che Leone. Sorretta da una produzione ambiziosa, con Borghi e Nadia Terezkiewicz, la premiata protagonista di “Forever Young – Les Amandiers”. O voleva essere un horror?
Alessio Rigo de Righi-Matteo Zoppis, Testa o croce?, Sky Cinema, Now

giovedì 30 aprile 2026

Le petromonarchie hanno paura, degli Usa

All’improvviso, dopo i sorrisi e i miliardi per il progetto trumpiano della Riviera Gaza, le cose sono diventate difficili per le petromonarchie del Golfo. L’uscita degli Emirati dall’Opec è l’ultimo segno di un nervosismo diffuso. Che parte dal bombardamento israeliano di Doha, la capitale del Qatar, il 9 settembre (alla ricerca dell’esponente di Hamas che negoziava la tregua proposta dagli Stati Uniti). Una settimana dopo l’Arabia Saudita concludeva, e annunciava solennemente, un’alleanza militare con il Pakistan, comprensiva della protezione nucleare.
Poi sono arrivati i missili iraniani. Dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran che ha portato alla chiusura di Hormuz, e cioè al blocco delle loro esportazioni, di petrolio e di gas – solo l’Arabia Saudita ha uno sbocco sul Mediterraneo (attraverso Israele).
Le petromonarchie non si sentono più protette dagli accordi sottoscritti. Non dagli accordi di Abramo con Israele. Non dagli accordi militari con gli Stati Uniti - per la concessione agli Stati Uniti delle basi di appoggio per il Medio Oriente e l’oceano Indiano.
Un effetto non previsto della guerra all’Iran? È questa ipotesi, più che i bombardamenti, che fa paura alle petromonarchie: la loro 
rrilevanza per l’alleato a cui si erano affidate.

La legge di Tuchman e il giornalismo che non c’è

Cinque e sei pagine, secondo giorno, per Nicole Minetti, se veramente ha un figlio adottivo bisognoso di cure, se effettivamente ce l’ha in adozione - tutto perché un giornale lo mette in dubbio, e Mattarella lo ha seguito (Mattarella è il presidente della Repubblica…). Quattro su Sempio, se non è l’assassino di Garlasco. Otto, fra cronaca nazionale e cronaca romana, sul tema: “L’ebreo spara agli antifascisti” (sic, titolo del “Corriere della sera”). Con gli strilli dell’Anpi, impiegati del catasto nelle cui mani è caduta la memoria della Resistenza - per “un ebreo” che non ha sparato agli antifascisti, ha fatto semmai un gesto d’irrisione, ironico (a veri antifascisti?).
L’unica informazione è buttarla sullo scandalo. Se non c’è scandalo non c’è giornalismo. E lo scandalo “si crea” – la ricetta dei giornali anglo-americani cosiddetti “popolari” o tabloid, che vivono di mercimonio.
Si potrebbe dire che questa è l’Italia, un Paese del gossip - più la sparo e meglio mi sento. Ma, poi, i giornali nessuno quasi li compra più: le balordaggini ognuno se le legge, e se le scrive, liberamente in rete. Però, è vero che senza opinione pubblica, anche leggera ma responsabile e intelligente, non c’è futuro: un Paese che non ragiona dove va?
Il modello social non è una novità. Alla storica Tuchman si fa risalire una “legge di Tuchman” che lo sanciva più di mezzo secolo fa: “The fact of being reported multiplies the apparent extent of any deplorable development by five to tenfold” -
il fatto di essere riportato moltiplica la portata apparente di qualsiasi evento deplorevole da cinque a dieci volte”. Lo scandalismo paga. Ma chi, se i giornali non li cerca più nessuno?


Israele terra santa degli inglesi

Perché la “Dichiarazione Balfour” il 2 novembre del 1917, l’atto di nascita di Israele? La “dichiarazione”, imprevista e inattesa, in forma di lettera aperta a lord Walter Rothschild, nella qualità di rappresentante della comunità ebraica britannica e di referente del movimento sionista, è una letterina di una dozzina di brevi righe, che impegna il governo britannico, di sua spontanea volontà, a una “patria per il popolo ebraico”, una ‘national home for the Jewish People’. Una “dichiarazione di simpatia con le aspirazioni dell’ebraismo sionista” che Balfour, titolare del Foreign Office col premier Lloyd George, ha presentato e il governo ha approvato. Assortita dall’impegno del governo ad “adoperarsi al meglio per facilitare il raggiungimento di tale obiettivo”.
La letterina si chiudeva con la clausola che “nulla dovrà essere fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche già presenti in Palestina”. Ma la novità era l’impegno preso dal governo britannico col movimento sionista. E per l’obiettivo preciso, del “ritorno” degli ebrei in Palestina, che tagliava le interminabili discussioni tra sionisti, su dove collocare la futura patria.
Poi verrà il nazionalismo “archeologico”, con la parallela cacciata dei palestinesi dalla Palestina, ma nei primi anni 1950, quando lavorò a questa ricostruzione, Barbara Tuchman, giovane studiosa, è incuriosita dalla dichiarazione del futuro lord (conte) Balfour. Bastava forse che si contentasse di rilevare che sia il proponente Balfour che Lord Rothschild erano membri eminenti della eminente massoneria britannica – presieduta tradizionalmente dal duca di Kent, oggi un centenario biscugino del re Carlo. Ma si è divertita a indagare in profondità, avendo scoperto che fin dalla preistoria i futuri inglesi si volevano mediterranei, e anzi mediorientali, se non gerosolimitani – un tempo si sarebbe potuto dire levantini. Dalla preistoria no, naturalmente, ma già da prima che imparassero a scrivere. Una complicata ricostruzione accumulando, fra l’erudito e lo spassoso, di questa passione. Intrecciata nell’ultimissima fase alle vicende del sionismo, come impersonato e gestito dai successori di Theodor Herzl – la lettera di Balfour si chiudeva con un: “Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista”. Per finire con le vicende del “mandato” sulla Palestina, chiesto e ottenuto nei negoziati a fine guerra, nella divisione delle spoglie dell’impero ottomano – anche in base agli accordi anglo-francesi, Sykes (altro personaggio in commedia, compare di Lawrence d’Arabia)-Picot, di cui agli annali diplomatici. E quindi dell’enorme dispendio di risorse nei tre decenni del mandato, tra esodo, controesodo, terrorismo, e vassalli arabi riottosi.
La storiografia successiva accerterà che Balfour recepiva una richiesta congiunta di Sykes, agente britannico presso le nascenti monarchie arabe hashemite (Iraq e Giordania), Lord Rothschild e Chaim Weizmann, il futuro primo presidente di Israele, chimico russo espatriato che lavorava agli esplosivi per l’Ammiragliato britannico, organizzatore e capo di un’organizzazione sionista cosiddetta “liberale”, dopo la morte di Herzl, i Sionisti Generali. A Tuchman sarà anche risparmiata l’ulteriore sorpresa degli evangelici americani, in linea con i padri del Mayflower?, ultimamente fra i più decisi assertori del sionismo integrale – “fuori i palestinesi dalla Palestina”. Ma da subito si pone il problema di come la Bibbia, la “saga” degli inglesi, si combini con l’imperialismo, in Palestina con la dichiarazione Balfour. In esergo il rapporto della Royal Palestine Commission of Inquiry del 1937: “Nessun altro problema del nostro tempo è radicato così profondamente nel passato”. Che sarà il fondamento del sionismo “archeologico”, del “recupero del passato” – ma Tuchman ancora non lo sa.
Si parte dalle origini, un po’ confuse un po’ ridicole, degli inglesi mediterranei, sbarcati nelle isole per bizzarre peregrinazioni. E cristiani prima di ogni altro. “È una curiosa ironia”, può notare la storica nella breve premessa alla prima edizione, 1956, che “gli ebrei hanno recuperato la loro patria (home) in parte per effetto della religione che avevano dato ai Gentili”.
La Palestina, la Terrasanta, nota Tuchman subito, aveva “troppa storia” per poter essere conquistata “distrattamente”, come si voleva che Londra avesse fatto le altre conquiste coloniali: “Era stata un campo di battaglia, di Ebrei e Assiri, Greci e Persiani, Romani e Siriani, Saraceni e Franchi, Turchi ed Europei”. Più sangue “era stato versato per la Palestina che per qualsiasi altro posto della terra”. La premessa finisce in questa chiave, sebbene con l’auspicio che si arrivi alla pace: “Storicamente, l’occupante della Palestina è sempre andato incontro a disastri, a partire dagli stessi ebrei”. Ma la Bibbia è “l’epica nazionale” inglese, come spiegava Thomas Huxley. E il Medio Oriente, se non propriamente la Palestina, il suo progenitore – prima dei Celti: nelle figure di un Bruto e un Gomer, figli rispettivamente di Enea e di Noè. Col sostegno dell’antropologia, nota Tuchman divertita: “I dati accumulati di forme del cranio, colore dei capelli, e frammenti di selci risultano, curiosamente, essere venuti da quella parte del mondo… Il pre-celtico in Gran Bretagna si ritiene essere stato di origine mediterranea, se non propriamente mediorientale”. E le prime storie britanniche (“scritte da britannici, non da romani”) sono su questa falsariga; l’“Epistola” di Gildas, ca 550, un rifacimento della Bibbia in chiave britannica, e due secoli dopo il Venerabile Beda, che le origini pone attorno al mar Nero – Noé, l’Arca. E introduce i Cimbri ("Cymbri, Kimbri, Cimmeri, o un altro di un centinaio di spelling”) come primi abitanti delle isole, venendo da Est. Ma intanto si è consumata e affermata la teoria che il primo cristianesimo è sorto nelle isole britanniche, introdotto da Giuseppe d’Arimatea, passato dal sepolcro di Gesù oltremanica, ben prima che san Paolo approdasse a Roma.  
Le vicende successive, di pellegrinaggi in Terrasanta, spedizioni militari, con le crociate e dopo, e celebrazioni letterarie compongono una narrazione altrettanto gustosa. “L’Inghilterra e la Palestina dall’Età del bronzo a Balfour” è il sottotitolo. 
A fine 600 un Andmnan abate di Iona, uno dei grandi monasteri scozzesi del Nord, versato in latino, scrisse “De Locis Sanctis”, il resoconto di un viaggio in Terrasanta che gli ha fatto un naufrago, un Arculf, un vescovo francese, reduce da un pellegrinaggio lungo nove mesi. Ne nascerà la voga dei pellegrinaggi, lunga alcuni secoli. Una Margery Kempe, nel secolo quindicesimo, sarà “così sopraffatta alla vista (di Gerusalemme, n.d.r.) che «stava per cadere sul sedere»”, secondo un cronista. Un Willibald poi santo, St. Willibald of Essex, “figlio di un certo Richard che vantava il titolo di Re”, di cui non altro non si sa, a diciotto anni persuase la famiglia scettica al pellegrinaggio. Il padre obiettò, ma poi lo seguì. Fino a Lucca, dove morì. A Roma si ammalò il fratello, ma Willibald proseguì, lasciando l’infermo alle cure della sorella – era l’anno 721. Rimarrà in Terrasanta una decina d’anni,  quattro volte a Gerusalemme, protetto dal califfo, e a Tiro, Sidone, Antiochia, Damasco, Costantinopoli e Nicea, “prima di veleggiare infine in direzione Sicilia e Italia, dove si stabilì per un periodo a Monte Cassino, esattamente dieci anni dopo la partenza”.

L’ultimo capitolo sono le avventure di Lawrence d’Arabia e del suo compagno d’avventura Mark Sykes, i “nostri agenti al Cairo”, poliglotti, conversatori, animatori dell’inesistente nazionalismo arabo, a partire dal 1915, presso i principati dell’allora Heggiaz per indurli alla sovversione contro gli ottomani, promettendo regni – promesse poi mantenute in quelli che saranno chiamati Iraq e Giordania. Il primo governatore militare di Gerusalemme, Ronald Storrs, registra i primi ebrei in arrivo “quasi svenire di felicità”, che “si muovono come nella scoperta e lo splendore di un sogno che si avvera”. Ma “quasi dallo stesso momento lo splendore cominciò a svanire e il processo di deterioramento a intrufolarsi, finché non emerse trenta anni più tardi, quando i cacciatorpedinieri britannici tirarono sulla nave chiamata ‘Exodus’ che trasportava rifugiati ebrei alla National Home”.
L’indice dà un’idea della ricchezza e complessità della “lunga storia”: Origini: una favola concordata -- Apostolo dei Britanni: Giuseppe d'Arimatea – “Entro le tue porte, o Gerusalemme”: il movimento dei pellegrini -- Le Crociate -- La Bibbia in inglese -- Avventure dei mercanti nel Levante -- Ai confini della profezia: l’Inghilterra puritana e la speranza di Israele -- Eclissi della Bibbia: il regno del signor Saggio mondano -- La questione orientale: scontro di imperi in Siria -- La visione di Lord Shaftesbury: un Israele anglicano -- La Palestina sulla via dell’impero -- Entrano gli ebrei: “Se non sono per me stesso, chi sarà per me?” -- La corsa verso la Terra Santa -- Avvicinamento: Disraeli, Suez e Cipro -- Le aquile si radunano: il dilemma del Sultano -- Herzl e Chamberlain: la prima offerta territoriale -- Culmine: la Dichiarazione Balfour e il Mandato di Palestina -- Post scriptum: fine della visione.
Un libro non tradotto che è invece di lettura quasi obbligatoria, nella ricerca, l’analisi e la narrazione. Esaustivo cioè, dà l’idea di avere esperito tutte le fonti, equilibrato nella prospezione dei fatti, e di lettura sempre agevole, invitante. L’autrice acclamata dei “I cannoni di agosto” e “La marcia dei folli” è peraltro doppiamente attendibile, benché scettica – ironica per lo più – sul sionismo, sull’archeologia dell’Israele di oggi nella Bibbia. Di prominente famiglia ebraica americana. Il padre, Maurice Wertheim, banchiere, editore della rivista (ora di estrema sinistra) “The Nation”, collezionista d’arte, fondatore di una Theatre Guild, presidente dell’American Jewish Committee. La madre, Alma Morgenthau, figlia di Henry, ambasciatore del presidente Wilson, in guerra e dopo, presso l’Impero Ottomano, sorella di Henry Morgenthau jr., il ministro del Tesoro di F. D. Roosevelt, autore nel 1945 del piano di desertificazione della Germania – non preso in considerazione.
La storia, dettagliata e ironica, di una fascinazione. Una parte non trascurabile delle isole britanniche. Molto documentata e molto leggibile. Con una cinquantina di pagine di note bibliografiche. E una ventina abbondante per il solo indice dei nomi.
Barbara Tuchman, Bible and Sword, Macmillan, pp.XIII + 414 pp.vv.

mercoledì 29 aprile 2026

Problemi di base esistenziali - 913

spock
 
Si è quel che si è stati?
 
Si è quel che si diventa?
 
Non si cambia, in meglio, con la migliore buona volontà?
 
Si va per addizioni e sottrazioni – bisognerebbe conoscere l’aritmetica?
 
E il passato, non è presente?
 
L’angelo della storia guarda all’indietro, o non a 360 gradi?
 
spock@antiit.eu

La sfida vincente alla Dottrina Carter

Epic Fury o Epic Gamble, azzardo epico, come ha voluto subito il “Financial Times”? A due mesi dalla guerra “stravinta” gli Stati Uniti sono impaniati nelle sottigliezze iraniane, il Blitzkrieg è finito nel pantano. E fino ad ora gli effetti sono negativi, e anche molto, per l’“Occidente” - a parte l’industria degli idrocarburi americana, che si rifinanzia e ricapitalizza con i prezzi alle stelle.
Èpic Fury è stato una copia di Desert Storm, il bombard amento congiunto, in quel caso tra Stati Uniti e Gran Bretagna, concertato, quotidiano, dal 17 gennaio al 23 febbraio 21991, contro l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait e minacciava l’Arabia Saudita. Raf e Usaf bombardarono caserme, aeroporti, schieramenti iracheni di fanteria, facilmente identificabili nel territorio desertico, con poco contrasto dall’aviazione irachena: furono cioè efficaci all’obiettivo, recuperare i territori invasi. L’obiettivo di Epic Fury non è stato dichiarato ma, quale che sia, non è stato raggiunto: l’Iran non si ritiene battuto militarmente e negozia da posizione palesemente di forza – pone condizioni. Nel presupposto cioè l’America non possa continuare indefinitamente la guerra. Essendo stata battuta a Hormuz, senza combattere, sulla Dottrina Carter, che regge la politica americana nel Golfo.  
La dottrina Carter è all’origine della forza americana di intervento rapido, la Rapid Deployment Force, e della presenza “significativa” della Us Navy, della Marina americana, nel Golfo e nell’oceano Indiano. Fu elaborata in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, da Zbigniew Brzezinsky, consigliere di Carter per la sicurezza nazionale, e presentata dal presidente al Congresso il 23 gennaio del 1980. Col fine dichiarato di tenere i sovietici “lontano dal Golfo Persico”. Carter annunziava che gli Stati Uniti consideravano il Golfo area nevralgica per gli interessi nazionali, e avrebbero utilizzato la forza per difenderne l’autonomia e la libertà di circolazione. Una serie di accordi con le petromonarchie hanno poi portato a una presenza stabile di forse americane sulla sponda occidentale del Golfo.  

Joyce e Shakespeare, tutto sbagliato tutto da rifare

Il piano, trasparente, di sostituire completamente l’‘Ulisse’  con un’altra versione era in parte motivato dalle speranze degli eredi di Joyce di ottenere un nuovo copyright della durata di settantacinque anni a partire dal 1984. Ciò poteva essere realizzato solo creando un’opera completamente nuova, cosa che, in un certo senso, è avvenuta. I sostenitori della nuova edizione hanno cercato di convincere il pubblico e il mondo accademico che tutte le edizioni precedenti fossero inutilizzabili. L’attacco al vecchio testo si è concentrato su una manciata di errori di battitura che sono stati riproposti più e più volte, come se l’errore “beard” al posto di “bread” (rilevato solo nel 1961) dimostrasse che tutte le edizioni successive al 1922 non meritavano alcuna attenzione...
“Durante la vita di Joyce, centinaia di errori tipografici nella prima edizione furono corretti, ma un numero simile di nuove varianti si insinuò inosservato nelle edizioni successive, il che significa che il primo e l’ultimo testo pubblicato durante la sua vita erano ugualmente distanti da ciò che Joyce aveva inteso. Improvvisamente, negli anni ‘80, ci è stato detto che c’erano «migliaia» di errori fin dall’inizio, almeno sette per pagina. Questa affermazione è una trovata pubblicitaria per una «nuova» edizione, ma non ha alcun fondamento nel testo stesso. ‘Ulisse. Testo Corretto’  non è un testo purificato, ma una versione diversa da quella che Joyce concepì, autorizzò e vide pubblicata”.
Prendendo spunto da una mostra sui refusi o “errata” che usava introdurre nelle ristampe, liste di termini da correggere con l’indicazione della pagina, la rivista ripropone la discussione sempre aperta tra qual è il vero “Ulisse” di Joyce, e il vero “Re Lear”. Con altri casi di “errata” – uno segnalato lungamente da Nabokov su una traduzione di Puškin. In aggiunta al caso celebre della Bibbia inglese del 1631, che si era dimenticato un “non”, giacché il settimo comandamento (secondo la tradizione ebraica, il nono secondo quella cattolica) recitava: “Commetterai adulterio”.
Come per Joyce, il campo resta tormentato anche per Shakespeare, soprattutto per “Re Lear”: “È davvero possibile che, dopo tanti secoli di modifiche e dispute, gli editori non siano ancora riusciti a produrre un testo del ‘Re Lear’ come lo avrebbe voluto Shakespeare? Che il mondo si sia convinto che quest’opera è il capolavoro del maestro, senza accorgersi che gli editori hanno mescolato parole, versi ed episodi (tratti dal testo in quarto e in folio del 1608 e da quello in folio del 1623) che in realtà erano destinati a sostituirsi a vicenda, e che a volte, nella versione stampata, risultano privi di senso?”
John Kidd, The Scandal of ‘Ulysses’, “The New York Review of Books”,
E.A.J. Honigman, The New Lear, ib., free online,
(leggibili anche in italiano, “Lo scandalo dell’‘Ulisse” e “Il nuovo Lear”)

martedì 28 aprile 2026

Epic Fury contro Ue e Giappone

A due mesi dall’attacco all’Iran, l’“Epic Fury” del pacifista Trump, è come se l’America avesse colpito gli alleati fedeli, Europa e Giappone, e favorito i nemici, vecchi e nuovi. La Russia di Putin è uscita dall'isolamento, e dalla bancarotta. Può proporsi mediatrice, forte della fiducia di Teheran -  soprattutto per il dossier più irto, l’arricchimento dell’uranio. Ed è tornata a esportare, liberamente e a buon prezzo, tutto il petrolio e il gas che riesce a produrre. La Cina, che si pensava colpita anch’essa dal blocco di Hormuz, può invece farne a meno senza i problemi che ha l’Europa. Mentre rinsalda la sua nuova politica di intesa cordiale con le petromonarchie arabe del Golfo – amica dei nemici, gli ayatollah e i principati loro nemici.
L’Europa, che ha appreso di Epic Fury dalla radio, è caduta nella confusione, tra sconcerto e rabbia: inflazione in arrivo, bilanci saltati, e nervi pure. Il cancelliere tedesco che impreca contro Bruxelles (diretta da una sua compagna di partito) e gli Stati Uniti ha dell’impensabile. In Giappone, fortemente colpito dai blocchi e controblocchi, nel mezzo di un rilancio economico e militare, i media non hanno più parole contro gli Stati Uniti – “irresponsabili” è l’epiteto più affabile. Lo “storico accordo commerciale” vantato da Trump, che era in via di definizione ed è stato firmato dalla premier Takaichi a Washington il 19 marzo, non ha dissolto le contrarietà – non si parla di “250 ciliegi in fiore” in regalo per i 250 anni dell’indipendenza americana.


Il comunisno scappa sempre

“il Manifesto” ristampa per i suoi 55 anni la prima pagina del numero zero, la prova del giornale, approntato il 16 aprile 1971 – “un giornale «vero», fatto con le notizie del giorno” e stampato in bozze. Su otto articoli cinque sono sulla Cina. Bene, cioè normale, non sorprendente, trattandosi di comunisti in dissidio col partito Comunista italiano, filorusso. Il titolo complessivo è trionfalistico: “La Cina rompe l’assedio internazionale e sposta gli equilibri mondiali”. La rivoluzione? No, cioè si, ma è, non menzionata, la “rivoluzione” di Kissinger, la 2diplomazia del ping-pong”.
Il “fondo” (commento), di Rossana Rossanda, senza citare Kissinger lo spiega. Pechino ha invitato ai suoi giochi di ping-pong una squadra americana e il premier in persona, il potentissimo Chu- en-lai, li ha incontrati. Mentre a Washington il presidente Nixon annunziava un piano in sei punti per togliere la Cina dell'isolamento, politico e economico, in cui era avvolta, la Cina di Mao, dalla fine della guerra.
La cronaca correttamente prospettava l’ingresso della Repubblica Popolare all’Onu - con un seggio eventualmente, naturalmente, permanente in Consiglio di sicurezza. Ma riferiva anche che Mosca era scontenta, molto. E preoccupato era anche il commento del giornale. Rossanda si chiede se anche la Cina non si siederà al tavolo dell’imperialismo: “Compagni e militanti si sono interrogati ieri, non senza incertezza. Si erano già interrogati sulla posizione della Cina nei confronti del Pakistan; s'interrogheranno domani sull’invito del governo cinese a una signora non particolarmente benemerita della rivoluzione? Sorella d’un tipico «lacchè degli imperialisti», lo scià di Persia”. La signora era nientemeno che Ashraf, la gemella dominante dello scià, da ultimo immobiliarista a Teheran, con truffe che aprirono le proteste fatali al regime.
Un commento - la preoccupazione - e una commemorazione che dicono il comunismo sempre più in là, come ritroso o in fuga - una chimera.
il manifesto”, reprint n. 0, 16 aprile 1971 - col quotidiano in edicola


lunedì 27 aprile 2026

Una guerra per gli ayatollah

Una guerra per ridare dignità
(santità?) agli ayatollah
– il martirio è l’essenza dello sciismo,
il martirio di Ali (sciita è la setta,
shia, di Alì), cugino e genero
del Profeta, sposo di Fatima
la venerata, quarto califfo dell’islam,
primo degli sciiti, gli altri tre
considerandosi usurpatori,
figlio del fratello germano di Abdallah,
il padre del Profeta, che il cugino
volle cresciuto in casa, prima che sposo
della prediletta biscugina sua figlia,
valoroso in battaglia ma vittima
alla successione di alleanze
e intrighi fra le tribù?

La coltivazione della sconfitta - o l’anti-Liberazione

“La coltivazione della catastrofe non è strana per una borghesia uscita dalla coltivazione della sconfitta. Politici del governo e dell’opposizione hanno comune origine dal tronco del blocco antifascista, alleato dell’ufficiale nemico del tempo.
“Noi proletari e rivoluzionari, che non abbiamo nemici nazionali, possiamo ben dirlo, mentre la classe dominante discute la indegnità dei suoi ammiragli, che avrebbero coscientemente portato i piccoli incrociatori «carta velina» sotto il tiro implacabile e centrato col radar delle dreadnoughts britanniche, mentre i tiri dei loro cannoncini bucavano il mare a mezza distanza. Non eravate tutti, nemici tra voi oggi, alleati degli inglesi, che portavano qui e sbarcavano ad Augusta la civiltà che vi ha figliati, e non dovreste far parte a quegli ammiragli delle vostre decantate medaglie al valore partigiano?
“Da quando la borghesia girava avanti la ruota della storia e portava innanzi con un’amministrazione nuova e audace l’attrezzatura della specie umana, le dichiarammo la guerra di classe e ne tracciammo l’itinerario nefasto e distruttore... Ma le vicende della storia italiana sono utili a provare nel modo più evidente che la classe operaia non può fare altre conquiste, nemmeno minimaliste, se non si spiantano e si spianano due bordelli: il parlamento elettivo e la macchina amministrativa.”- Amadeo Bordiga, “Il disastro calabrese, o la coltivazione delle catastrofi”, 1953

La maternità - naturale e traumatica

La ragazza madre che non ha abortito ma non può mantenere la creatura, e la donna in carriera, reduce da tre aborti spontanei, che avvia, soffrendo, l’adozione. Due storie destinate ovviamente a incontrarsi, ma nella drammatizzazione di un evento tanto naturale quanto problematico, la maternità.
Sceneggiato da Ilaria Bernardini dal suo romanzo dallo stesso titolo. Un racconto semplice, didascalico più che drammatico, ma due bei ruoli per Miriam Leone e Tecla Insolia.
Elisa Amoruso, Amata, Sky Cinema, Now

domenica 26 aprile 2026

Ombre - 821

2.600 giornalisti accreditati alla Casa Bianca. Però. Al pranzo annuale dei corrispondenti da Washington, dell’attentato ennesimo a Trump, tanti erano attavolati, in smoking – e onorati di esserci, ma questo è un altro discorso. Però, poi si dice che l’America è finita.  
 
“”Oggi il popolo italiano ricorda uno dei momenti decisivi della propria storia: la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia”. Però, detto di Meloni. Ma non è una notizia, non per i media bene informati, “Il Messaggero”, “Corriere della sera”, “La Stampa”, “la Repubblica” “il Sole24 Ore (“Il Sole a p. 9). Se ci tolgono l’antifascismo non sappiamo che dire?
Ai padroni certo fa comodo, un governo debole.
 
Unicredit imputa a un errore di traduzione in tedesco, di una parola, il divieto che la Bafin, la Consob tedesca, le impone di commentare i conti Commerzbank - a due settimane dall’ops, il 5 maggio. Ma l’errore non è stato puntare su Commerzbank con la Germania nazionalista senza più scrupoli, anzi in corsa verso la destra estrema, di Afd - un partito al 20 per cento al voto un anno fa, e al 27 per cento nei sondaggi?
È strano che la Germania, di cui pure tutto si sa, sia così remota.
 
L’ex sindaco missino Alemanno unico condannato “definitivo” di Mafia Capitale, per accorgimenti, di imputazione e di procedura, suggeriti all’evidenza alla Procura dagli stesi giudici che poi lo hanno condannato è l’evidenza di quanto politicizzata è certa giustizia. Mentre i coimputati – al cuore della vicenda - sono poi stati sbiancati dalla Cassazione.
Alemanno, destra impenitente, unico condannato per finanziamento illecito da una cooperativa di sinistra. Ci sarebbe da ridere di questa giustizia, se non fosse un dramma.
 
“La Repubblica” pubblica due volte lo stesso articolo – nomen omen? La recensione di un libro Adelphi. Una prima volta a opera dello scrittore di casa Romagnoli, la seconda, in grande evidenza in prima pagina, del bestsellerista francese Carrère. Potenza dell’ufficio stampa Adelphi? Nessuno al giornale legge (più) il giornale?
 
Lo stesso giornale titola enfatico: “Conti, Meloni contro la Ue”. Chissà che sfacelo di questo governo antieuropeista – che ottiene a Bruxelles (quasi) tutto quello che chiede. Poi il giornale ex di Scalfari prosegue, in piccolo: “Ma i tecnici del Parlamento e l’Ocse avvertono: ‘Pil del 2026 a rischio, servirà una correzione’”. Cioè, ha ragione Meloni?
 
Ancora “la Repubblica” fa i conti a Emiliano, il giudice-politico-scrittore-professore, uno dei prominent Pd, alla cui guida si è anche candidato, di quanto guadagna destreggiandosi alla Zalone tra varie “dipendenze” statali, quindi a carico nostro. Ma in piccolo, nella rubrica della posta. I panni sporchi si lavano poco, in casa?
 
Italia bocciata all’esame Ue dei bilanci per 600 milioni, lo zero virgola zero qualcosa. Cioè per niente. È quanto della Ue è insopportabile, la “procedura Ue” costa. Si poteva rimediare spostando contabilmente qualche posta di spesa, minima, da dicembre a gennaio. Ma Eurostat ha detto no alla Ragioneria dello Stato.
Forse non è cattiveria, è stolidità – l’Europa dei ragionieri.
 
O non sarà un caso di stupidità – l’Ue è “stupida”, dixit Prodi, che se ne intende. Ma puzza di ipocrisia. Francia e Belgio navigano da anni su un disavanzo annuo del 5 e passa per cento, e non si occupano di rimediare – la Francia non fa neanche il bilancio, non c’è la maggioranza politica per farlo (la Spagna pure non fa il bilancio, da tre anni, e fa crescere il pil del 2 e 3 per cento).
 
Si susseguono i “rovesciamenti” di sentenze anti-governo delle giudici di Roma, in tema di rimpatri degli immigrati illegali condannati e della condanna del sottosegretario alla Giustizia Delmastro (di cui la Procura aveva chiesto in Tribunale l’archiviazione e poi l’assoluzione) – le loro condanne sono cassate dalla Corte europea e dalla Corte d’Appello. Giudici tricoteuses – leggono troppi volantini rivoluzionari? Isteriche, alla Freud – Grande Scienziato? E dire che erano – e sono sotto sotto – di sacrestia, buone democristiane.
La giustizia politica è come l’alluvione, che i rifiuti riporta a galla.
 
E i giudici del Tribunale dei minori dell’Aquila, che si accaniscono a fare dei mostri i bambini già felici del bosco? Si diventa magistrati memorizzando le pandette. Ma non ci vuole un esame della capacità di giudizio?
 
Centoventi minuti di noia, di tira-e-molla, a velocità ridotta, per appassionarsi infine ai rigori. Con un ragazzetto, Motta, che appare brevilineo ma misura due metri - si raggomitola e sgomitola come un felino - e li para tutti. Il calcio si è ridotto ai rigori: due ore di niente per pochi minuti di spettacolo vero - atletico, sportivo.
 
Un portiere, questo Motta, della Juventus, che ce l’aveva gratis, dal vivaio, e l’ha scartato. Per spendere decine di milioni per altri portieri, di cui è scontenta. Sicuro che non ci sono “sfioramenti” (tangenti, bustarelle) nel mercato del calcio? Che si svolge tutto nei paradisi fiscali.
 
Nella stessa partita, Atalanta-Lazio, si vede un arbitro che non ha mai giocato al calcio (l’impressione è corroborata dalla biografia): questo Colombo, che pure gode buona fama, non sa che per buttare giù un attaccante in corsa basta toccarlo, poco, sul fianco del piede sollevato - accortezza elementare per qualsiasi terzino. Si può arbitrare uno sport che non si è praticato? È il problema dei giudici italiani, che vengono dalle pandette e non dalla vita vissuta.
 
“Dal dopoguerra gli Stati Uniti, mai attaccati, hanno preso di mira e bombardato una trentina di Paesi”. Carlo Rovelli, il fisico, è anti-americano, però.

Era più che ovvio che il passaggio di Mediobanca sotto una banca fallita, due volte, avrebbe spaventato i grandi clienti. Che sono subito scappati da via Filodrammatici – con i loro wealth manager, i banchieri di loro fiducia. La Lega è milanese, ma Milano non è la Lega – non è stupida.
 
Che squallore pretendere di sapere su Epstein di più, molto più, di quanto sanno gli americani, con il loro giornalismo scandalizzatissimo. Per di più pagando, la solita “ex spia” (israeliana) e la “compagna abbandonata”(argentina) – una che le Procure (democratiche) di New York tengono con cura fuori della porta, benché l’ex compagno che lei accusa, Rampoldi, sia repubblicano e amico di Trump. Si capisce che l’abbonamento Rai sia ormai di pochi spiccioli, se ne fa questo uso.
 
Che dire dell’opposizione a Meloni? C’è odio, sicuro: c’è gente che perde giornate, settimane, mesi per scovare per scovare sue foto con questo e con quello fra le tante che circolano in rete, per “dimostrare” che il tale è il padre rifiutato, il tal altro un mafioso. Senza alcuna ricaduta pubblicitaria-commerciale, giusto per l’odio. O c’è una organizzazione per fare questo (immane) lavoro? A pagamento? Da parte di chi?
 
Nelle cronache delle morti per ricina, che si susseguono ormai da settimane, non si è mai menzionato l’olio di ricino, che deriva(va) dalla stessa pianta – neanche nella prossimità del 25 aprile. Un passo avanti nella storia si è dunque fatto?
 

La tolleranza repressiva

Questo saggio esamina il concetto di tolleranza nella nostra società industriale avanzata. La conclusione a cui si giunge è che la realizzazione dell’obiettivo della tolleranza richiederebbe intolleranza verso le politiche, gli atteggiamenti e le opinioni prevalenti, nonché l’estensione della tolleranza a politiche, atteggiamenti e opinioni che sono illegali o represse. In altre parole, oggi la tolleranza appare di nuovo per quello che era alle sue origini, all’inizio dell’era moderna: un obiettivo di parte, una nozione e una pratica sovversiva e liberatoria. Al contrario, ciò che oggi viene proclamato e praticato come tolleranza, in molte delle sue manifestazioni più efficaci, serve la causa dell’oppressione”. C’è tutto nell’attacco del saggio.
Anche quando la tolleranza fosse legge: “In un sistema autoritario, il popolo non tollera – sopporta le politiche stabilite”. Ieri, 1965, quando il saggio si scrive, come oggi, quando il saggio si ripubblica. La tolleranza come un dovere non è tollerante. È anzi intollerante – non più aperta, liberale, democratica. Diventa quello che sarà mezzo secolo più tardi, p.es., il politicamente corretto - è in questa chiave che il saggio è stato ripubblicato.
Notevole anche la non citazione di Voltaire. Sì di John Stuart Mill, anche di Baudelaire, di passaggio, e di Sartre (prefazione a Frantz Fanon) e Robespierre, o di fra Dolcino e Savonarola, a chi fosse il tollerante più intollerante.
Un testo poi pubblicato in volume, nel 1969, con altri saggi di Robert Paul Wolff e Barrington Moore, jr., “A Critique of Pure Tolerance”, ma già tradotto, nel 1967, su “Giovane Critica”, la rivista di Giampiero Mughini, nel n.15-16, primavera-estate 1967, col titolo “La tolleranza repressiva”.

A tratti sembra scritto oggi: La tolleranza verso ciò che è radicalmente malvagio appare ora come un bene perché serve alla coesione del tutto sulla strada verso il benessere, o un benessere ancora maggiore. La tolleranza verso il sistematico imbecillimento di bambini e adulti attraverso la pubblicità e la propaganda, lo sfogo della distruttività nella guida aggressiva, il reclutamento e l'addestramento di forze speciali, la tolleranza impotente e benevola verso l'inganno palese nel commercio, lo spreco e l'obsolescenza programmata non sono distorsioni e aberrazioni, bensì l'essenza di un sistema che promuove la tolleranza come mezzo per perpetuare la lotta per la sopravvivenza e sopprimere le alternative. Le autorità in materia di istruzione, morale e psicologia si scagliano con veemenza contro l'aumento della delinquenza giovanile; sono meno veementi contro la fiera presentazione, a parole, nei fatti e nelle immagini, di missili, razzi e bombe sempre più potenti: la delinquenza matura di una intera civiltà”....

Herbert Marcuse, Critica della tolleranza, Mimesis, pp. pp. 40 € 5
free online (leggibile anche in italiano)
https://www.marcuse.org/herbert/publications/1960s/1965-repressive-tolerance-fulltext.html