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martedì 18 giugno 2019

Il mito del muliebrismo

Una donna felina, non una novità. Neanche la storia, di duelli, amori fuggevoli, amori non corrisposti, tradimenti, nell’eccitazione dell’amour fou, che nel secondo Ottocento faceva testo, era la lettura preferita. Verga voleva ripetere il successo di “Eva”, e subito scrisse questa storia, proponendo anche un altro titolo, “Tigre reale”. L’editore Treves lo sconsigliò: “Stampiamolo pure, ma dopo un altro migliore. Io venderei certamente il vostro libro, dopo il successo dell’«Eva»,  ma la vostra riputazione ci scapiterebbe, perché amici e nemici vostri stanno aspettandovi alla seconda prova con garndi aspettative”. Verga ritirò il manoscritto e lo dimenticò. Col titolo di “Tigre reale” scrisse invece un altro romanzo, che in qualche modo andò.
Una storia come tante. Che però, sebbene dimenticata o rifiutata, nel suo genere funziona: Verga cominciò a scrivere alla Dumas jr, e ci sapeva fare – di “coraggioso cattivo gusto” dirà Luigi Russo. Più interessante della novella è il paratesto, della filologa verghiana Rita Verdirame, che l’ha scovata la tre le carte e riproposta. A proposito del “mito del muliebrismo”, dela donna cacciatrice crudele. Della “narrativa mondana” postunitaria. Di Verga trentenne già verista acuminato, che su felis mulier annotava tra gli appunti preparatori mezza pagina col cipiglio del paleontologo. Prima di prodursi sveltamente nell’ennesima storia d’amore, scandita ogni poche pagine da una sospensione, per la pubblicazione a puntate sul “Corriere della sera”.  
Curiosamente inalterati, un secolo e mezzo dopo, i costumi. Si duellava allora come oggi si fa a bottigliate o si accoltella, per un presunto sgarbo alla donna amata – cioè no, con cui ci si accompagna.
Giovanni Verga, Felis Mulier, Sellerio, remainders, pp. 136 € 2,71


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