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lunedì 19 ottobre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (439)

Giuseppe Leuzzi

L’amicizia è cosa del Nord
Nel 1977 Graham Greene pubblica “Il fattore umano”, un romanzo di spionaggio, come omaggio a Kim Philby, lo spione inglese che faceva il doppio gioco per l’Unione Sovietica e nel 1963, sapendosi scoperto, era riuscito a rifugiarsi a Mosca, dove era riapparso con la divisa di colonnello. Gli manda le bozze per averne osservazioni. Mentre Sciascia è molto criticato in Italia, negli stessi anni, per l’amicizia dichiarata con un vecchio mafioso del suo paese, vecchio di anni ma anche di tipologia, della cosiddetta, allora, “vecchia mafia” - non un grassatore ma bene del tipo “onorata società”, che spartisce i torti ma non è alieno dalla violenza.

Sciascia, curiosamente, benché grande lettore di Greene, non apprezzò “Il fattore umano”: troppo triste. Come scrisse subito, in un elzeviro poi raccolto in “Nero su nero”: “Questo libro è di una straziante opacità, lo si attraversa come una vallata fitta di nebbia e piena di rovi. Non si può, ecco, non si dovrebbe, scrivere dei libri così soffocanti”. L’amicizia sentiva anche lui come oppressiva?
Stiamo parlando di due autori totalmente diversi. Greene, benché coltivasse l’immagine di scrittore dolente, straziato dalle umane debolezze, coltivava un lato libertino, col quale era personalmente più in sintonia. “Il fattore umano” costruì come un omaggio alla slealtà. Di cui aveva in più occasioni tessuto l’elogio: allo Hamburg Prize, che lo celebrava nel 1969, aveva sorpreso i giurati concionando nel ringraziamento su “La virtù della slealtà”. Ma già nel 1948 aveva voluto épater le bourgeois, rispondendo a un’inchiesta giornalistica “Why do I write”, perché scrivo: compito del narratore è “la ricerca della verità tramite la slealtà”, ai suoi personaggi, alle sue storie. E nel “Fattore umano” fa l’elogio del comunismo, di cui invece aveva semrpe diffidato. Un “provocatore”.  Sciascia invece era e si voleva l’onest’uomo che sappiamo.
L’amicizia è terreno scivoloso. Greene l’ha affrontato: nel 1986, a 82 anni e non in buona salute, era andato a Mosca a porgere i suoi omaggi a Philby. L’anno dopo, per l’articolo sul Csm che promuoveva Borsellino per equilibri politici sovvertendo i criteri di esperienza e anzianità, Sciascia fu attaccato praticamente da tutti - anche da Andrea Camilleri. Anche per il vecchio cenno al vecchio mafioso di Racalmuto. L’amicizia, condannata in Italia nella polemica generale Nord-Sud, stranamente è un valore assoluto in Inghilterra – nessuno criticò G. Greene in visita al traditore a Mosca.
 
In viaggio con lo stereotipo – 2
In visita a Napoli dopo Roma, tra maggio e giugno del 1839, nel suo unico viaggio di vacanza, Sainte-Beuve scrisse dalla capitale del Regno al direttore della “Revue des deux mondes” François Buloz: “Ho visto di Napoli e dintorni ciò che è più citato: ci sono cose molto belle, e tuttavia si sono scritte molte parole su di esse, di cui una metà almeno sarebbe da contestare.  Ognuno vedendo negli oggetti le sue proprie impressioni piuttosto che gli oggetti stessi, ha fatto una Napoli, un Capo Miseno, un golfo di Baia di sua fantasia. Le bellezze più reali non sono state abbastanza distinte dal resto - e qui come altrove ci si è seguiti, si è copiato, si è fatta la truppa pecorona, ci si è tenuti al celebrato del celebre”.
Il critico vedeva quello che aveva letto. Di cui era pure tentato di scrivere – ne scrisse nelle lettere e in alcune poesie – ma non convinto, da port-royaliste quasi calvinista era a Napoli e Roma nella tana del lupo, tra san Gennaro, statue discinte, e profusione di ori nella miseria. Ma da viaggiatore per caso, viaggiatore-non-viaggiatore, vedeva i limiti delle corrispondenze epidermiche, quando non sono veri e propri saggi, lunghi anche se non profondi, di un ignoto che si pretende di padroneggiare, di costringere anche in formule.
Lo stesso delle bruttezze. Ognuno se ne fa la sua propria fantasia, direbbe Sainte-Beuve. Ma per una volta generoso, invece che critico. Perché non è “ognuno” che se ne fa un’idea, ma ognuno segue lìidea gia fatta, del momento, che tiene banco, che fa testo.
Il curioso è che Sainte-Beuve stesso non ha fatto che questo. Come tanti altri romantici, aveva poetato sull’Italia senza saperne niente, eccetto qualche lettura. Nella raccolta “Vita, poesie e pensieri di Joseph Delorme” che lo aveva reso subito celebre a 25 anni, aveva scritto una lunga poesia, intitolata “Italie”, con le “Georgiche” di Virgilio in esergo, “O ubi campi”, nella quale aveva raccolto un buon numero di luoghi comuni. In particolare si dice infelice mentre in Italia sarebbe stato felice – senza esserci stato (ne diamo la traduzione in prosa): “E tuttavia la felicità mi sarebbe stata facile! Perché la sorte non ha gettato i miei passi sulle rive di Otranto, i piani di Sicilia, i boschetti di Pestum che io non vedrò!”. Sugli imaginari “boschetti di Pestum” farà però ammenda: alla riedizione del “Delorme” sotto il titolo “Poesie complete” aggiungerà una nota nel 1840, dopo il viaggio, fingendosi redattore-editore del volume: “Non ci sono più boschetti a Pestum, ci sono ammirevoli colline che si stagliano sul più bel cielo, e dei rovi in basso, dei rettili, e le febbri per metà dell’anno”. André Guyaux, che ha rifatto le bucce con humour all’Italia di Sainte-Beuve (“«Cette rapide ébauche que j’emporte de l’Italie»: Sainte-Beuve à Rome et à Naples”), dice che “vedeva Pestum in mezzo alla sua piana di Montrouge”, vicino Parigi, dove aveva vissuto per un periodo.
 
Storia dei bravi
I “bravi” dei “Promessi sposi c’erano già nel Cinquecento.  Perseguiti come malfattori ma inutilmente. E non solo a Milano e Lombardia. A Firenze si data al 1534, o 1535, un editto del Consigio degli Otto, la magistratura cittadina, contro i “bravi” e chiunque portasse armi. Francsco Berni li chiama anche “sbravi”, sotto il titolo però di “Sonetto delli bravi” – “sbravi” per assonanza con “sgherri, masnadieri, sviati” (anche, in altra rima, “Capitolo del debito”, con “sbricchi” e con “sbisai”, veneto per “smargiasso”). Pietro Nelli poco dopo Berni, nel 1547, “Le satire alla Carlona”, li apparenta ai “bulli”. A metà Cinquecento se ne poteva scrivere a Venezia anonimo un “De l’età de bravi” - da cui un’estesa citazione si trova in wikipedia, che li accomuna ai lenoni.
A Milano le “grida” contro i bravi sono come dice Manzoni, numerose e inefficaci, per tutto il secondo Cinquecento. Perché i bravi per lo più erano servitori di casa, gente di mano dei signori e poteri, la cui livrea assicurava loro l’impunità. Paolo Morigia nel 1567 ne denuncia la presenza massiccia in città. L’anno precedente l’aveva denunciata in Lombarda: “In questi dì del 1566 nello stato di Milano, et su le porte, et anco dentro la città, si scopersero una gran quantità di assassini, che facevano grandissime insolenze, et oltragi; oltre gli brutti ammazzamenti, di modo che nìuno era sicuro, né in villa, né anco nella Città, o in casa propria, da questi scelerati”. Morigia, storico poligrafo, era monaco dell’ordine dei Gesuati, dei quali fu per quattro volte superiore generale.   
Sparafucile del “Rigoletto”, sarebbe l’ultimo bravo. Qualche anno prima, 1839, Mercadante aveva dedicato al personaggio un’opera, “Il bravo”, ma era già fuori mercato.
La prima “grida” milanese che parla di “bravi” è repertoriata al 23 aprile 1572. Poi si susseguono ogni paio d’anni: ogni governatore spagnolo di Milano ne ha prodotto una o più. Fino al 1650. Wikipedia, che le repertoria tutte, ne cita ancora una del 1661, governatore non più spagnolo (napoletano, sposato con gentildonne spagnole) Francesco Gaetani, e una del 1701, di Carlo Enrico di Lorena – un francese Toson d’Oro spagnolo, avendo combattuto per la Sgna contro la Francia.
Norme contro i bravi – “bravi et vagabondi”, una mezza dozzina, furono emanate nel Seicento anche a Venezia. “Il bravo”, un romanzo di James Fenimore Cooper (quello de “L’ultimo dei Mohicani) è ambientato a Venezia.
Non c’è crimine imbattibile. La figura e la parola ricorrono già nella rima “Maccheronea”, 1517, il latinorum di Teofilo Folengo: il tipo è perfettamente individuato, nella tenuta, i modi, le pose, le furfanterie, ma dopo aver bollato la categoria di vigliacchi, sempre a tintinnare la spada al fianco, salvo mostrare “coraggiosamente i calcagni” quando è il momento di sguainarla non a tradimento. Si direbbe questi primissimi bravi i mafiosi di oggi.
“Bravo” è anche il titolo di un dipinto di Tiziano, del 1520 circa – un dipinto a lungo attribuito a Giorgione: il bravo è rappresentato di spalle in ombra, mentre aggredisce a tradimento, di spalle, un giovane, che si volta dubitativo e impaurito.
Fra le tante “grida” contro i bravi di Milano, anche antecedenti a quelle dei “Promessi sposi”, sul finire del Cinquecento, dei “bravi” si metteva in rialto che giravano con i capelli sulla fronte – lo “zuffo”, il ciuffo. Che suona come il “muffo”, il fazzoletto da collo colorato, che distingueva i mafiosi della “onorata società”
Melchiorre Gioia nel primo Ottocento ne ha descritto una lunga serie di delitti, sempre garantiti in un modo  nell’altro dall’impunità – “Sul comercio dei commestibili e caro prezzo del vitto”, 1830.  .
Di fatto erano polizie private, con livrea del padrone, che “bastava”, dice la Treccani, “a garantir loro l’impunità”. Le mafie erano allora nobiliari, “sgherri al soldo dei signori, guardie del corpo es esecutori insieme di ordini iniqui e di delitti”. Furono un fenomeno massiccio, nelle città di corte, per un secolo abbondante, tra Cinque e Seicento. In Lombardia se ne sono contati, tra l’anno della peste, il 1630, e metà Seicento, fra 30 e 60 mila. Poi i bravi scomparvero: urbanesimo e borghesia presero il sopravvento, anche presso la nobiltà già debilitata, e le leggi ebbero il sopravento.
 
Milano
“Dissacrare il lealismo asburgico è stato un abuso dei risorgimentisti italiani”, gli stessi che “non hanno reso gli italiani né più civili né migliori”, notava Giacomo Devoto nel 1972 a proposito dela “dissacrazione” allora in atto di Manzoni, tra l’altro per il “moderatismo cattolico”. Il linguista, “né fiorentino né milanese”, si professa “lontano dalla definizione dissacrante del mondo sia pure meschino dei moderati lombardi”, di “onestà forse gretta ma sostanziale”.
È un po’ lo sguardo che vi aveva portato il milanese Gadda nei racconti milanesi.
 
Ha difficoltà a concepire il passato remoto secondo i linguisti. Il milanese come il lombardo -l’italiano in genere del Nord. Come forma verbale e mentale. Cartesio procedeva mascherato. Milano non si maschera ma si volta indietro – dimentica. Sarà questa la forza del fare.
 
Tutte le insufficienze sanitarie di quest’anno, dai contagi della movida ai contagi in ospadale e nelle residenze per anziani, i focolai di decine di migliaia di contagiati e migliaia di morti, e ora il vaccino antinfluenzale che non c’è, vengono addossate alla giunta di governo in Lombardia. Che però è leghista, lombarda. A capo di un’amministrazione che c’era anche prima e ci sarà dopo. E non a una sanità che è stata organizzata solo per il profitto.
 
La Regione Lombardia generosa si è offerta – si era offerta prima della nuova pandemia - di accogliere i contagiati dal coronavirus di altre regioni. Per far rifiorire il business sanità.
 
Una “falsa città” nelle note di viaggio di Sartre, 1936, che entrando a Napoli si domanda deluso: “Sono a Napoli? Napoli esiste?”, e poi prosegue, prima di “scoprire” la città: “Ho conosciuto delle città – Milano, per esempio - delle false città, che si disgregano quando vi si entra”. In un “saggio” pubblicato dal “Mattino” di Napoli nel 1982 e ripreso da Ramondino-Müller, “Dadapolis”.
 
Il limegno Manuel Scorza invece, sempre sul “Mattino, nel 1984, la dice lontana, secondo il cliché: “«Lima è più vicina a Londra che al Perù», diceva Humboldt. Milano è più vicina a Copenhagen, a Parigi, a Monaco che a Napoli”.
Ma Copenhagen ha il mare.
 
Fa un po’ pena il giudice Davigo, di Candia Lomellina, ex Robespierre di Mani Pulite, che il Csm oggi ha dichiarato decaduto. Brigava per restarci ancora un anno, anche se ha settant’anni, è fuori ruolo, e fuori anche dall’Associazione Magistrati che lo aveva portato al Csm - rappresentava se stesso, come si suol dire. Ma, da buon lombardo, difendeva gli emolumenti suppletivi e la scorta, e quindi che obiettare? È la forza dei lombardi, difendere l’interesse, anche minimo.

Fra le tante “immunodeficienze” della Lombardia nella peste cinese c’è quella dell’acquisto dei vaccini antinfluenzali. Che a marzo erano disponibili a 5,90 euro e non furono acquistati perché “troppo cari”. Poi, invece, sono stati acquistati a prezzi tra 14,40 e 26 euro. Ora, siccome essere lombardo significa sapersi fare i conti, cos’è questa imprevidenza se non corruttela? Ma non ditelo a Milano, a Milano non c’è corruzione, la corruzione è a Roma – quando non è della ‘ndrangheta. 

leuzzi@antiit.eu

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