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lunedì 19 ottobre 2020

La cagna fedele che uccise Flaiano

La celebrazione del fascino femminile. Dell’animalità, dell’istinto – lei è “tutta bellezza e confusione”. Che rianima e corrobora l’uomo spento, sotto le specie dello scrittore nevrotico o nevrotizzato, in America per motivi di lavoro. Il nome classico – nella prima stesura “Melampus” – rimanda al Melampo guaritore della mitologia greca, ma anche al cane fedele di Ulisse dallo stesso nome. Ma il vero racconto è del contesto “autoriale”.
Flaiano, che usav afare vacanza in Canada, spesso in compagnia di Andrea Andermann, allora cineasta, sceneggia una fantasia personale, l’autore in crisi, o un flirt. Con la quale ebbe l’idea di cimentarsi, dopo tante sceneggiature, nella regia cinematografica. Era il 1966 o 1967. Il racconto poi finì a Marco Ferreri, che ne fece uno dei suoi film grotteschi, “La cagna”, rovesciando il personaggio femminile - facendone non una donna traditrice, il titolo non è allusivo: lei si vuole cagna sollecita e fedele, squittisce al suo scrittore, isolato su un’isola deserta con il cane, si struscia, lo lecca.
Flaiano non vivrà poi per molto, è morto nel 1972, ma dopo lo “scippo” decise di non lavorare più per il cinema. Scrisse anche poco, “Oh Bombay” – che pubblicò sotto il titolo “Il gioco e il massacro”, insieme con questo racconto.  
Ennio Flaiano,
Melampo, Einaudi, pp. 172 € 6.20

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