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domenica 8 gennaio 2023

I borghi non muoiono

Una ricerca antropologica alle origini vent’anni fa della nuova attenzione ai borghi abbandonati o semiabbandonati dell’entroterra italiano, della dorsale appenninica (con la prefazione di Predrag Matvejevi’ nell’edizione originale), in una con i viaggi di Paolo Rumiz.  Qui senza la imponene documentazione fotografica della edizione Donzelli, nel 2004.
Una rivisitazione dei “paesi abbandonati” in Calabria, l’area cui Vito Teti è rimasto legato, anche nella vita accademica, antropologo all’università di Cosenza: Pentedattilo, Roghudi, “il paese più infelice del mondo”, e il Chorìo di Roghudi, Savelli, Briatico, Mileto, Oppido, Seminara, le tante baracche, ancora, del terremoto del 1908, Belforte, Soriano, Serra San Bruno, Castelmonardo, Filadelfia, i borghi dell’Angitola, Rocca e Francavilla, Maierato, Precacore-Samo, Bianco, le tre Soverato, da allora diventate una specie di Rimini del Sud, e molto Africo, Nicastrello, Capistrano, etc.. La lista è lunga. E si può dire interminabile, per alluvioni e terremoti. Ultimamente per la decrescita demografica accoppiata all’emigrazione, specie della borghesia inelelttuale: si può girovagare per i paesi dela Calabria, a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, in totale solitudine.
Africo prende molta attenzione perché è un borgo di cui si è progettato e realizzato negli anni della Repubblica il riposizionamento (gli africoti, limitrofi del suo San Luca, Corrado Alvaro ricorda in una conferenza sulla Calabria tenuta al Lyceum di Firenze nel 2029 aggirarsi sperduti nelle campagne padane, nutriti di paglia rimasticata), lontano dal vecchio sito e di diversa ambientazione. Creando un dissidio ancora insanato tra vecchio e nuovo – che Teti ritroverà a proposito di un altro borgo, Cavallerizzo, franato e ricostruito a tempo record negli anni 2010, che ha aperto una frattura fra i vecchi abitanti, alcuni dei quali rifiutano tuttora il nuovo insediamento (ma qui la questione è probabilmente di politica).  
La lunga, lenta peregrinazione di Teti lo porta alla scoperta che, per quanto trascurati o desertificati, i paesi continuano a vivere. Vivono di senso: di storia, caratteri, lingua, devozioni (le più lente a morire, si può aggiungere), anche solo di pietra e di aria, di case, capanne, grotte, sabbia, rocce, e di alberi, venti, nuvole, acque. Sono “il luogo di una poetica”, dice Matvejevi’c. Sono un “luogo comune”, argomenta l’antropologo, ma ben vivo – “comune” nel senso di tutti: tra memoria e riappropriazione, rifiuto e compassione, realtà e fantasia. Il loro richiamo è fisico: “irriducibile elemento di identità” nella memoria di chi vi ha abitato, restano nell’abbandono di “corposa e materiale consistenza”. Si possono dire oggi, a un decennio dalle leggi Monti che li sottopongono a usurante tassazione, ancora uno dei tanti elementi caratterizzanti dell’Italia (la piazza, con la fontana e il putto, o il delfino), di cui l’Italia senza urgenza o obbligo si sbarazza, per neghittosità (stupidità).
Vito Teti,
Il senso dei luoghi, pp. 266, free online

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