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mercoledì 4 febbraio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (923)

Giuseppe Leuzzi


Per colpa del Sud si è fatto finta che il ciclone “Harry”, oltre a non avere distrutto il Sud, non abbia disperso un migliaio di migranti dalla Libia e dalla Tunisia, “la più grave ecatombe di esseri umani nel Mediterraneo” - “solo un centinaio” sono conteggiate, distrattamente, anzi alcune decine. Assurdo. Ma assurdo il “Sud” in Italia.


C’è qualcosa di non detto nella vicenda del ragazzino lasciato a piedi dall’autista del bus per  Cortina d’Ampezzo, tra San Vito di Cadore e Vodo Cadore. Il ragazzo ha marciato sulla strada, tra San Vito e Vodo ci sono sei km e mezzo, con due zaini, alle 17-18 di fine gennaio, tra freddo quindi e buio, e nessuno si è fermato, anche soltanto per chiedere. E perché non c’è lo scuola-bus in Cadore – c’è perfino in Calabria? E che senso ha mettere il biglietto del bus a 10 euro – dieci? Ma no, tutto è a posto, è solo un autista di bus meridionale – non veniva da Agrigento?

Il Ponte sullo Stretto era una copertina della “Domenica del Corriere” già il 21 marzo 1965. Cioè settant’anni fa. Il rendering immaginato del settimanale, che il “Corriere della sera” ripubblica per i suoi 150 anni, era più o meno lo stesso di oggi.
 
Una panoramica dall’elicottero è la sola foto verità tra le migliaia che da un paio di settimane ormai si propongono su giornali e tg della frana a Niscemi: mostra che le case coinvolte nella frana sono poche decine, sulle duemila e più che ne conta la cittadina – le altre sono ben arretrate sul fronte della frana. La cosa non diminuisce il senso di fragilità che la frana ha evidenziato. Ma mostra molta malafede in chi sul luogo ha visto, vede, corruzione e malafede, usa toni apocalittici e decreta condanne bibliche e etniche.
 
Una sola persona, delle tante evacuate, a Niscemi si è lasciata andare a singulti e lamenti, con voce strozzata in crescendo, una donna anziana - che peraltro con la coda dell’occhio guardava la videocamera. Oh, è stata su tutti i tg, per più giorni. La compostezza degli abitanti di Niscemi, compresi quelli che hanno perduto la casa, disturba. Su questo nemmeno una riga. Sono siciliani, sono meridionali? Devono lamentarsi.
 
Saviano sparato su “la Repubblica”: “Al referendum il sì indebolisce la lotta alle mafie”. Uno che vive di mafia - anche se deve vivere sotto scorta? Contro la mafia sono serviti finora i Carabinieri, e fra i Procuratori della Repubblica Costa, Livatino, Chinnici, Falcone, Borsellino, quelli che se ne sono occupati. 
I Carabinieri il cui motto è “Obbedisco”.

 
Si fa grande caso dell’impiego di Trump prima della Guardia Nazionale in funzione di polizia e poi della polizia di frontiera (Immigration and Customs Enforcement) in funzione di milizia urbana, con scandalo. Mentre l’Italia democratica ha fatto uso “normale” del fuoco dei Carabinieri al Sud, a Melissa, Avola, Battipaglia e altri posti, e della militarizzazione della Calabria e della Sicilia, in varie aree in vari momenti – e tutt’oggi con le “retate” del giudice Gratteri, dalle quali solitamente i 2\3-4\5 escono senza colpe.
 
Esce il terzo volume dei “leoni di Sicilia” e uno si chiede: dov’era la mafia? Gli storici della mafia – ci sono storici della mafia – e quelli della Sicilia non ce lo dicono. Ma non è un problema da poco: che dei poveri immigrati, quali i Florio, possono fare fortuna per quasi un secolo e mezzo - e degli stranieri tipo Bingham, di poche risorse. Finendo poi per incapacità propria. Dov’era la mafia? Nelle aree supermafiose che si vogliono della Sicilia, Palermo-Trapani-Marsala.
Urge uno storico della mafia al tempo dei Florio – e degli Ingham. Ne va del tutto mafia.
 
Sudismi\sadismi – Non c’è scampo
La Procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, apre l’anno giudiziario in questi termini:
“Piemonte e Valle d’Aosta si confermano terre di mafia nel senso dell’accoglienza delle mafie «esterne», per Io più ’ndrangheta, e della successiva «gemmazione» di mafie autoctone”. Che non possono essere mafie – esercitare la minaccia o la violenza. Per la Procuratrice sono mafie perché attività o imprese di calabresi o siciliani.
La Procuratrice ha un rigurgito di realismo subito dopo, spiegando: “Non è più il tempo delle semplificazioni quali «gli ’ndranghetisti soffocano gli imprenditori con le richieste del pizzo»; invero, sempre più sono gli imprenditori che si rivolgono alle organizzazioni di ’ndrangheta per appaltare segmenti dei loro cicli produttivi, ad esempio, logistica, sicurezza, smaltimento rifiuti, recupero crediti a costi dimezzati e quindi con rilevanti guadagni”. A imprese o studi di calabresi o siciliani. Non c’è scampo. 
 
Dai comuni la salvezza
Il divario viene da lontano. Sì, dagli Asburgo comparati ai Borboni. Sì, dalla modernizzazione comparata con l’arretratezza. Ma, poi, basta la semplice amministrazione. Neanche la buona amministrazione, l’amministrazione e basta, la diffusione della democrazia – la democrazia comincia dal basso.  
Dopo l’unità si discuteva di ridurre il numero dei comuni, di concentrarli. Per ridurre la spesa (sempre con la cinghia stretta, da subito, l’Italia si è fatta a debito, ha sempre avuto, ogni pochi anni, un problema di debito). Offrendo al federalista-autonomista Carlo Cattaneo di ribattere con cifre incontestabili (“Federalismo”, pp. 41-43): “La Lombardia, che fra tutte le regioni d’Italia si trovò primamente e più largamente delle altre dotata di strade, di scuole, di medici condotti, e d’ogni altra comunale provvidenza, è appunto quella che fra tutte quante ha il massimo numero di comuni piccoli e piccolissimi. Più di un quarto di essi (607) non giungono a cinquecento anime: per un altro quarto e più (749) non giungono a mille anime. E sopra 2242 questa è già la maggioranza”.
Per proseguire ironicamente: “Beata la Sicilia, che non ha ancora le strade, né le condotte mediche, né le scuole! Ma mentre i comuni lombardi ragguagliano, l’uno per l’altro, solamente 358 abitanti, quelli di Sicilia ne ragguagliano un numero diciotto volte maggiore (6881). E mentre in Lombardia la superficie, divisa per comuni, dà solamente otto chilometri quadri per ciascuno, in Sicilia ne dà settantatré. Questo è ciò che si chiama un plesso robusto. Il plesso comunale della Sicilia sarebbe dunque diciotto volte più robusto ed efficace che il comune lombardo?…..
“L’aumento continuo della prosperità, dopo il 1755, in quel perpetuo campo di guerra che si chiama Lombardia, fra le tante irruzioni straniere da cui furono immuni la Sardegna e la Sicilia, si deve principalmente a questo. Si deve alla molteplicità dei comuni, alla mutua loro indipendenza, a una più larga padronanza delle cose proprie, a un più libero uso della ragione e della volontà, nei propri affari. Questo è il segreto”.
 
La frana al Corriere
Martedì 27 la frana di Niscemi è a p. 23 del “Corriere della sera”, dietro tutte le cronache, nere e bianche, anche minime. Mercoledì apre il giornale, con “Disastro in Sicilia, lite sui fondi”. Che ancora non ci sono. Come a dire: questi badano a rubare non a salvarsi. Alla p. 3 Gian Antonio Stella, “firma” del quotidiano, si supera. Lui sa tutto di Niscemi, da 236 anni - con notevoli fonti meridionali, è da supporre: 236 anni di abusi e di incuria.
La “firma” del giornale fa in tempo anche a infilarci Sarno, nel “manicomio” di “polemiche, ritardi, processi”. Ma non le alluvioni in Piemonte, in Liguria, in Romagna, che pure hanno fatto morti – più che a Sarno. L’istinto dell’avvoltoio è in quest’uomo immediato e feroce. E al giornale? E a Milano, così tanto ambrosiana e caritatevole?
Nel libro che si sta finendo di leggere, l’autrice ricorda che non poteva vendere la casa a Malibù, avendo già dato la caparra per un’altra abitazione in altra zona della contea di Los Angeles,”perché a Malibù piovve per tutta la primavera. Le colline franavano. L’autostrada Pacific Coast era chiusa. Nessuno poteva nemmeno dare un’occhiata alla casa a meno che non non vivesse sul lato Malibù dello smottamento”.
 
Cronache della differenza: Calabria
“Ho passato mesi difficili”, Stefania Auci confida a Sara Scarafia, su “L’alba dei leoni”, il terzo volume della saga Florio, “poi c’è stata una svolta… Ho sentito di dover concludere questa saga muovendomi in una Calabria poco o per nulla raccontata”. Dopo due successi planetari della saga dei Florio, un racconto delle origini. Perché, spiega, “la storia dei Florio è una storia anzitutto di tenacia, di fatica; c’è la volontà di perseguire un obiettivo. Di non arrendersi. Una storia di riscatto”. Che Bagnara invece attende ancora - come un po’ tutta la Calabria.
 
Non sono mancati, sull’onda del successo annunciato del romanzo dei Florio tra Melicuccà e Bagnara, gli storici locali che, anche loro, hanno ricostituito la “storia” dei Florio - di cui naturalmente non si sa nulla, è solo materia di romanzo. E senza affaticarsi negli archivi, nemmeno ora. Nemmeno quelli sottomano, parrocchiali e comunali. Troppa fatica, applicazione, impegno – la testardaggine del calabrese è un mito.
 
Curiosamente, sommersa localmente dai media col tutto mafia, è da qualche tempo location tropicale - del tropico del “buon selvaggio”, pulito, deserto e amichevole, otre che bello. Per “Temptation Island”, poi per “Sandokan”. Che si svolge a Gizzeria Lido. Sotto l’autostrada: scogliere, spiagge profonde di sabbia fine, tramonti dorati, fondali montuosi. Un posto dove si andava per il “pesce fresco”. Lo sviluppo può essere semplice. Miracolosamente, anche, senza mafie.
 
Scendendo da Cosenza verso Lamezia e Gizzeria, in effetti, si ha nel pomeriggio un effetto incredibilmente fantastico di Fata Morgana: la costa a sud, verso il Capo Vaticano, rialzata e proiettata sul mare di fronte, precisa in tutti i particolari, case rurali, alberi, perfino le targhe stradali.
 
Su Riomare, l’idea della confezione monoporzione del tonno in scatola, Joseph Nissim, neo immigrato dalla Grecia a Milano, “aggiunse l’apertura a strappo”, racconta la figlia Marina, “che aveva visto nei prodotti americani, infine chiamò alcune famiglie calabresi esperte della lavorazione del tonno”. Marina oggi dirige un gruppo da 3 miliardi e mezzo.
 
Condivide con la Puglia il passaggio favoleggiato di Carlo Magno nelle antiche cronache o res gestae. Nella “Chanson de Roland”, 370-371 (ediz. Cesare Segre, Ginevra, Droz, 2003), Blancandrino me segnala il passaggio a Ganellone (Gano di Maganza): “Merveilus hom est Charles,\ Ki cunquist Puille et trestute Calabre!”.
 
Ma mentre la Puglia la conquistò la Calabria di Blancandrino Carlo Magno la distrusse? “Trestuter” non c’è nella lessicografia - né Segre spiega il termine. Che però suona coma il dialettale “stutari”, spegnere, anche nel senso malavitoso di uccidere. Dal greco, anche greco moderno, per diminuire, scemare. “Trestuter” come distruggere? Che anche Dante usa, nel “Purgatorio”, XVI, 72 “…-… Ma poi che furon di stupore scarche\ lo quale negli alti cor tosto s’attuta…”, finito lo stupore, che nelle menti elevate si sgonfia presto.
 
Una volta si entrava a Reggio, anche in autostrada, quindi ancora negli anni 1970, al profumo della zagara in primavera, e in inverno di arance e limoni. Poi la vallata è stata riempita di costruzioni, al solito gigantesche e interminate, e la parte alta, Arghillà, di palazzoni “popolari”, un migliaio di alloggi. Zigurrat candidi presto abbandonati, senza servizi, sporchi.
Erano anche agrumeti di pregio, di una tipologia, l’ovale calabrese, tardiva, sul mercato a maggio.  Si dice che l’intelligenza non difetta mai, ma a Reggio evidentemente sì.

Nella generale ripulsa della terminazione geografica greca in -oto fa eccezione Bagnara. In omaggio di fatto al resistente mito della “bagnarota”, l’ambulante dai polpacci robusti, grande camminatrice per le valli dell’interno, il cesto della mercanzia in testa, che era anche madre di famiglia e matriarca. Ancora nel 1974, quado Andreotti abolì il monopolio (e la tassa) sul sale, attiva a contrabbandarlo dalla Sicilia, che in regime di autonomia aveva abolito il balzello, avanti e indietro sul ferry-boat, dove s’industriava, tollerata, di non pagare il biglietto, occultato nelle ampie gonne – si voleva ne indossasse sette.

leuzzi@antiit.eu

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