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giovedì 5 febbraio 2026

Cronache dell’altro mondo – giornalistiche (381)

Ieri mattina la redazione del “Washington Post” è stata convocata da remoto alle nove. Nel mentre che a 300 degli 800 redattori giungeva una mail di licenziamento. Senza imputazioni specifiche, per ridimensionamento aziendale. Un’assemblea di semplici comunicazioni - assemblea in realtà di redattori isolati, ciascuno al suo domicilio.
Il motivo è la necessità di salvare il quotidiano storico dalla chiusura. Una dozzina d’anni fa Jeff Bezos, il creatore di amazon, lo aveva rilevato dalla famiglia Graham, disaffezionata dal giornale-istituzione da tempo in rosso, con un investimento di 250 milioni di dollari dalla sua fortuna personale. Il quotidiano si era rilanciato, ma dopo il covid ha ripreso a perdere copie, a beneficio del concorrente “The New York Times”.
Il “Washington Post” si era illustrato da ultimo con la denuncia dei Pentagon Papers e del Watergate, e aveva portato alle dimissioni del presidente Nixon. Nella campagna presidenziale del 2024, Bezos aveva chiesto e ottenuto che il quotidiano non prendesse partito, con l’endorsement tradizionale a favore della candidatura democratica, di Kamala Harris. Ma il declino è continuato. Mentre le cronache politiche erano costantemente anti-Trump e anti-MAGA – anche con una rubrica quotidiana, 
“The 7: Tracking Trump”, dismessa dieci giorni fa.

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