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Cronache dell’altro mondo – giornalistiche (381)
Ieri mattina la redazione del “Washington Post” è stata convocata da
remoto alle nove. Nel mentre che a 300 degli 800 redattori giungeva una mail di licenziamento.
Senza imputazioni specifiche, per ridimensionamento aziendale. Un’assemblea di semplici
comunicazioni - assemblea in realtà di redattori isolati, ciascuno al suo
domicilio.
Il motivo è la necessità di salvare il quotidiano storico dalla chiusura.
Una dozzina d’anni fa Jeff Bezos, il creatore di amazon, lo aveva rilevato dalla famiglia Graham, disaffezionata dal giornale-istituzione da tempo in rosso, con
un investimento di 250 milioni di dollari dalla sua fortuna personale. Il quotidiano si era rilanciato, ma dopo il covid ha ripreso a
perdere copie, a beneficio del concorrente “The New York Times”.
Il “Washington Post” si era illustrato da ultimo con la denuncia dei Pentagon Papers e del Watergate, e aveva portato alle dimissioni del presidente Nixon.
Nella campagna presidenziale del 2024, Bezos aveva chiesto e ottenuto che il
quotidiano non prendesse partito, con l’endorsement tradizionale a favore
della candidatura democratica, di Kamala Harris. Ma il declino è continuato. Mentre
le cronache politiche erano costantemente anti-Trump e anti-MAGA – anche con una
rubrica quotidiana, “The 7: Tracking Trump”, dismessa dieci giorni fa.
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