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martedì 3 febbraio 2026

I novelli predatori dell’arca perduta

Siamo “sempre più in una sorta di Somalia digitale, uno Stato fallito grande quanto il pianeta, soggetti alla legge dei signori della guerra digitale e delle loro milizie”? Senza l’interrogativo è il tema – ma divagante, interrogativo di fatto – della scorribanda di Da Empoli, tra cose viste e vissute, con l’acume dello scienziato politico. Specie la lettura di Machiavelli, del suo “principe” Borgia, quello che agisce prima di discutere. Con tratti da grand reporter, per una lettura rapida e sapida, e veritiera. Basti il ritratto di Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, tanto buono, ammirevole con gli ospiti (tra essi Da Empoli, quando si accompagnava come consigliere a Renzi), e spietato. Come il Borgia di Machiavelli, fulmineo.

Un ritratto tanto meglio sbalzato alla lettura per avere ricorrente in mente la capitale Riad così ospitale da non offrire un albergo, non negli anni 1960, e ancora non nel 1974, giusto una stanza sopra un magazzino di ferramenta, nella quale si entrava dalla porta finestra, e la luce era una lampadina appesa solitari a un filo pendente. Con le ambasciate che si confinavano a Gedda sul mar Rosso. D ove i lavori e i servizi erano assicurati da africani delle ex colonie italiane: il saudita non “lavorava”, come minimo pretendeva un incarico  professionale, addetto alle relazioni pubbliche per autista, quando c’era, quando era disponibile. E il petrolio lo facevano gli americani nelle loro cittadelle. L’anno dopo la crisi petrolifera che aveva arricchito il reame. “L’Espresso” era sequestrato alla dogana, per le donne nude. Ma l’anno si terminò con tre principi, tra i quali un futuro monarca, Fahd, che costrinsero il casino di Montecarlo allo shut down perché avevano deciso di sbancarlo con continui rilanci – e in America s’inventò una sindrome speciale per i principi sauditi, all’epoca un paio di migliaia (il fondatore della dinastia, Abdelaziz el Saud, morto nel 1953, aveva 50 mogli - governava per matrimonio, “sposando” le tribù), lo stress da ricchezza improvvisa.
O Surkov, spin doctor (ex) di Putin, uomo massiccio e ultimativo. Ma anche lui molto fine. Per la teoria degli imperi che si reggono “esportandosi”, esportando i loro problemi, p.es. il caos interno. Così Roma, così gli Usa nel Novecento, così la Russia, “per la quale la costante espansione non è solo un’idea, ma la profonda ragione esistenziale della nostra storia”.
Incontri e ritratti si alternano con i fatti. È guerra, “in Libia, in Medio Oriente, in Ucraina: i confini del continente che ha fondato la sua ricostruzione sulla pace sono diventati un unico campo di battaglia”. Unico no, ma questo non è peggio? “Giorno dopo giorno la guerra penetra un po’ più all’interno dei confini europei... Per non parlare delle operazioni di disinformazione su larga scala”, i cyberattacchi. Con l’inquietante coda: “Non sempre i media hanno accesso all’integralità dei fatti, ma nella maggior parte degli Stati europei i seggi elettorali, ad esempio, sono sistematicamente presi di mira da attacchi informatici”.
Con molti cameo che fanno storia. La cena woke degli Obama dopo il secondo mandato, con il cuoco che ha fondato un’associazione Death over Dinner, la morte a tavola, e una “facilitatrice” di conversazione” a ogni tavolo. Eric Schmidt, mago dell’intelligenza artificiale, che scheda e cura uno per uno i 63 milioni che hanno votato Obama nel 2008 per farlo rivotare nel 2012, quando molti sono perplessi. Gli incontri all’Onu: ambientini, chiusi e cupi, incontri a ripetizione, triplici e quadruplici controlli di sicurezza, minutaggio risicato, a nessun risultato. E notevoli ricette politiche. Quella di Cambridge Analytics, prima degli scandali: creare il problema (“aumentare la temperatura, in modo che alla gente venga sete”) per rilanciarsi con la consulenza.
Molti i personaggi. Kissinger. Cossiga. Una piccola epopea quello dell’ebullient Bukele, presidente e caudillo del Salvador, che risolve tutti i problemi, all’Onu, al suo paese, al Centro e Sud America. Con la riscoperta di Malaparte - che non è difficile, gioca su più tavoli, letteratura compresa, ma in Italia sì (dopo il Pci niente?): la “Tecnica del colpo di stato” sintetizzata come “Ocean Eleven” – come in effetti a Mosca era avvenuto, operata da Trockij e non da Lenin.
La ricetta migliore è quella, concisa, chiara e inappellabile, del Borgia di Machiavelli, il suo “principe”, agire prima e poi discutere. E quella degli avvocati, la genia “più odiata in America”, che fanno l’ossatura del partito Democratico da mezzo secolo. Un libro scorretto, ma senza eccessi, matter of fact, e quindi saporito.
Però, allora: e il metodo Trump, prima fare poi discutere, invece così vituperato? E gli stessi “predatori”? Musk dopo Trump ha perso tutto, quasi – certo, il libro sarà stato licenziato a febbraio, ma così è. E LeCun, chi era costui? Lo stesso Eric Schmidt, con tutto il suo ego e la sua capacità manipolatoria, dopo il piedistallo Google? Il suo “progetto Narvalo”, o cura al particolare della seconda presidenza Obama finito nell’orto di famiglia in tavola a cui Da Empoli è convitato, con Renzi, a fine mandato – la quintessenza, stupida, del woke. L’IA sui motori di ricerca è solo fastidiosissima – profusa, circonvoluta, paterna, da confessionale. Gli artigli sono solidi ma, anch’essa, sul lato business, commerciale – ormai navigar e è un continuo fastidio e una perdita di tempo, lo smartphone ha bisogno di una regolata, e anche molti motori di ricerca. Le guerre, certo, ci sono. Ma come è nata quella in Ucraina, solo per il codice Surkov – quello dell’esportazione dei problemi? O quella di Palestina – Israele è una “realtà” europea prima che americana? E quella di Libia, chi l’ha fatta e con quale improntitudine – giusto per rovinare gli affari all’Italia e la sua frontiera Sud?
Il nuovo che avanza dobbiamo proprio obliterarlo? Trump p.es., l’innominato della trattazione, “alla testa di un variopinto corteo di autocrati disinibiti, di conquistadores tecnologici, di reazionari e di complottisti impazienti di costruire un mondo nuovo”, che però fino ad oggi si sbraccia per fare pace, con punte di ridicolo. Il pregiudizio non fa bene all’analisi politica, Machiavelli non sarebbe stato d’accordo su Renzi sindaco di Firenze, o su Sarkozy-Macron presidenti della Francia e in buona misura dell’Europa, dalla Libia alla crisi del debito e anche all’Ucraina.
Ai “predatori (del digitale)”, poi scelti a titolo, del resto, Da Empoli dedica solo un (breve) capitolo. Molto resterà da vedere, siamo solo all’inizio? Da Empoli come il De Maistre che cita (Joseph, il controrivoluzionario), nel suo famoso “Discours à la marquise De Costa sur la vie et la mort de son fils”: “Bisogna avere il coraggio di ammetterlo, Madame: per molto tempo non abbiamo capito la rivoluzione a cui stiamo assistendo; per molto tempo l’abbiano considerata un evento. Ci sbagliavamo: si tratta di un’epoca”. Ma Da Empoli sicuramente non vorrebbe associarsi a un reazionario. E l
’ora dei predatori non è l’era dei predatori.

Giuliano Da Empoli, L’ora dei predatori, Einaudi, pp.123 € 14

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