Cerca nel blog

venerdì 13 febbraio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (624)

Giuseppe Leuzzi

Il dottor Gratteri essendo un giudice non può dirsi un mafioso – quello degli “avvertimenti” (“Voteranno per il Sì (al referendum per la riforma della giustizia, n.d.r.) gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” - compreso il qui lo dico e qui lo nego (“io non l’ho detto”), a cui il giudice ci ha abituati. Ma il signor Cairo e i suoi media sì, per i quali il giudice lavora.
Il “Corriere della sera”, che la dichiarazione al  
“Giornale di Calabria” ha pubblicizzato su Corriere.tv, su nove spazi oggi in prima pagina non ne trova uno per l’“avvertimento”, dopo che la cosa è stata denunciata – il mafioso nasconde la mano.

Gratteri-Cairo, una mafia a parti rovesciate? Gratteri è calabrese, Cairo and co. milanesi. Ma molti calabresi nella storia si illustrano per essere rinnegati. Famosi quelli islamizzati, i più crudeli, specie nelle scorrerie contro i poveri e gli indifesi. Pare che nella Costantinopoli dei sultani un intero quartiere si fosse formato col nome di Nuova Calabria.

Non avendo cuore – voglia – di sorbirsi il giudice Gratteri in tv, ci si fida della “Gazzetta del Sud” oggi, giornale ben all’orecchio del giudice, di cui riferisce la reazione: “Vediamo le persone che scrivono (sul referendum sui social, n.d.r.) chi sono, persone per bene, pregiudicati, parenti di pregiudicati. C’è di tutto, ma vediamo i numeri. E vediamo più avanti se serve altro”. Un altro “avvertimento”.

Si arresta un Calabrò, detto “’u dutturicchiu”, il dottorino, dopo la condanna all’ergastolo per il rapimento e l’assassinio di Cristina Mazzotti. Dottorino perché? gli è stato chiesto. “Ho fatto tre anni di sudi in Medicina. Poi ho smesso perché mi hanno arrestato”. Liberato, “mi sono
iscritto a Farmacia e dopo due anni mi hanno arrestato di nuovo”. Tipico, lo scherzo prima di tutto, a’ zannella. Ma viene condannato dopo cinquant’anni. In primo grado.
Dopo essere stato presente, nota Giuzzi sul “Corriere della sera”, “a quasi tute le udienze del processo Mazzotti”.

Nel dramma del trapianto fallito di cuore del bambino di Napoli, per il cure sostitutivo danneggiato dal trasporto, non si fa cenno che il cuore è partito, non nella giusta confezione per il viaggio, da Bolzano. L’omissione è singolare soprattutto da parte della madre del bambino e del suo avvocato: il loro orizzonte è Napoli, l’ottimo ospedale Monaldi, che pure ha tenuto in vita il bambino per un anno o più. L’odio-di-sé fa aggio su tutto.

L’Europa sorge a Nord – del Mediterraneo
“L’Europa sorge nel Nord”, spiega l’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004, nella conferenza “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato” (ora nela piccola raccolta del “Foglio”, “L’Occidente vincerà”?. Si sa, ma è il Nord del Mediterraneo.
“Chi parla dell’origine dell’Euro rinvia solitamente ad Erodoto”, spiega il future Benedetto XVI”, che parla indirettamente a proposito dei Persiani: “Considerano come cosa loro l’Asia e i popoli barbarici che vi abitano, mentre ritengono che l’Europa e il mondo greco siano una cosa a parte… Di fatto, con la formazione degli stati ellenistici e dell’Impero Romano si era formato un continente che divenne la base della successiva Europa…: erano le terre tutt’attorno al Mediterraneo, le quali in virtù dei loro legami culturali, in virtù dei traffici e dei commerci, in virtù del comune sistema politico formavano le une insieme alle altre un vero e proprio continente. Solo l’avanzata trionfale dell’islam nel VII e all’inizio dell’VIII secolo ha tracciato un confine attraverso il Mediterraneo, lo ha per così dire tagliato a metà”.
Una lezione ovvia, ma quanto trascurata, dopo gli eccessi di Mussolini. L’Europa era l’impero romano. E tale è rimasta, col Sacro Romano Impero, ancora per molti secoli, che sempre si riconosceva a Roma.
 
Tra Napoli e la Sicilia il nulla
Stefania Auci ha scelto, per rinverdire il successo dei suoi “Leoni di Sicilia”, i Florio, di narrare la famiglia prima dello sbarco a Palermo dei fratelli Paolo e Ignazio - con Giuseppina, la combattiva donna di un anticipo di “poliamore”, delle goethiane affinità elettive. Fabbri e calzolai a Bagnara, provenienti da un paesino dell’entroterra, Melicuccà. Di un mondo quindi minimo, paesano, povero, chiuso, tutt’altro dalla scintillante Palermo – dove uno smercio da pizzicagnolo è chiamato aromateria.
Forse per questo, per evidenziare la cesura, il grande salto, ha scelto curiosamente di fare di Bagnara un luogo geografico, senza anima, senza vita - curiosamente per il lettore che vi si avventuri? Auci conosce un po’ di Calabria, se ai trent’anni, quando ha avuto il primo figlio, insegnava a Cosenza. Fa comunque una trascrizione esatta della fonetica e dei modi dialettali. Usa correttamente i toponimi, Melicuccà, Ceramida, la chiesa del Carmine, epicentro di molta storia – anche se sposta la chiesa, che è in alto, verso la marina. E deve avere fatto ricerca accurata all’anagrafe, comunale e parrocchiale, se i registri sono sopravvissuti ai terremoti e maremoti. O avrà avuto un buono stringer locale. Ma non più di tanto. Il che è strano per una narrazione, che si vuole profusa, ma non ha molti temi, eccetto le dinamiche familiari.
Un lungo capitolo Auci fa di briganti, che però non sono propriamente Bagnara né la evocano. E un altro lungo sul terremoto del 1783, naturalmente – che ha distrutto Bagnara come due terzi della Calabria. Mentre omette la Bagnara quale è, o è stata, che avrebbe fatto da sé un romanzo. Un paese di mare: pescatori, marinai, commercianti. Specie le bagnarote, le donne di Bagnara, ambulanti dai garretti d’acciaio, mollettiere e settemplici gonne. collo taurino, la cesta della mercanzia in testa, un metro di diametro, vaganti con ogni mezzo nelle pieghe dell’Aspromonte – materia di numerose ricerche accademiche sul matriarcato, fino a questo dopoguerra. Con una spiaggia profonda di sabbia fine, secca, dorata, prima che cinquanta o sessant’anni fa decidessero di scavarsi il solito “porticciolo” – ora la sabbia non c’è più e si entra in mare in acque scure tra i “pennelli”. Aveva a Pellegrina, che Auci trascura, mulini e forni di saporito e morbido “pane di grano” – ultima “invenzione” delle bagnarote, finito il commercio ambulante. Protetta da costoni a vite, di uva zibibbo, forte di lunga insolazione – tra Bagnara e Scilla la costa era un’altra Cinque Terre, ora inselvaggita, troppa fatica, fino agli anni 1960. E non ne venivano gli altri Florio della storia, quelli del Cinquecento, il pastore e teologo protestante Michelangelo, emigrato per salvarsi la pelle in clima da Controriforma, e suo figlio o nipote Giovanni, “John”, amico di Shakespeare (qualche anno fa, al gioco di “Shakespeare non è Shakespeare”, era il primo “vero Shakespeare”), umanista, filologo neolatino, traduttore in inglese di Montaigne, i “Saggi”, e del “Decameron” (questi Florio se li è assunti Firenze per una minima annotazione di Michelangelo su un in folio della sua “Apologia di Michel Agnolo Fiorentino”, del grande Michelangelo come “vero credente” in petto, dove nell’entusiasmo Firenze dice “patria mia” - anche “patria mia” - ma è più persuasiva la ricostruzione di cui questo sito ha dato conto,
http://www.antiit.com/2013/10/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-185.
http://www.antiit.com/2011/12/letture-80.html
Per un romanzo, materiali delle origini più che fondati.
Tra Napoli e la Sicilia la Calabria era, ed è, il nulla, terra incognita. Per i napoletani non del tutto, alcuni nobili calabresi avendo palazzo in città, si reputavano – dovevano mostrarsi – ricchi feudatari, per quanto impecuniosi. Per i siciliani, che pure sono sottoposti da un paio di secoli a estenuanti traversate in ferrovia o in autostrada per la lunga punta dello stivale, uno zero nella migliore delle ipotesi, solitamente negativa. Avendo personalmente conosciuto da calabrese la Sicilia prima e meglio che la Calabria si può anche dire, a scusante dei siciliani, che è inevitabile – inevitabile? La storia pesa.
 
Sudismi\sadismi – tu quoque, Fofi
Recensendo “Dadapolis”, il libro collage su Napoli di Ramondino e Müller, Goffredo Fofi si chiede in “Arcipelago Sud” si chiede quando il Nord e il Sud hanno cominciato a “scollarsi”, e prova una datazione: “Dal ’43 al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 al ’79), Nord e Sud in qualche modo si erano accostati, “e hanno cominciato a mischiarsi”. Poi “si è riaffermato il flusso contrario e e hanno molto più velocemente proceduto a staccarsi”. Giusto, più o meno con l’emersione della Lega.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il Sud”, continua Fofi, “un collante, ed è, semplicemente, la Mafia”. Con la M maiuscola, “come di dovere”, per “quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la politica, b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze, la Mafia (o Camorra, o‘Ndrangheta) è uno dei lati più forti della narrazione”.
E fa cadere le braccia, il collante.

gleuzzi@antiit.eu


Nessun commento: