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Secondi pensieri - 578
zeulig
Declino – Arnold J.
Toynbee, seguace e poi critico di Spengler, lega lo sviluppo a fattori sociali
e religiosi, e il declino delle civiltà al loro deterioramento, dei fattori
sociali e religiosi, o al loro abbandono - “le civiltà muoiono per suicidio,
non per assassinio”.
È anche l’anamnesi
di Santo Mazzarino, lo storico della decadenza. In sintesi, “la meditazione
sulle epoche di travaglio e di radicali catastrofi è il più fascinoso, ma anche
il più grave, dei problemi che si presentano all'umanità: è il problema stesso
della validità di costituzioni che l'uomo amerebbe ritenere eterne, e che la
travolgente vicenda può distruggere” (“Aspetti sociali del quarto secolo”, 1951).
Populismo – “Il gande silenzio sul crollo dei
salari” (Marco Leonardi) ne è il motore principale – forse meglio detto “dei redditi”,
perché molti lavoratori autonomi ne sono afflitti.
È cronologicamente e causativamente effetto del neo-liberismo di Milton
Friedman e la Scuola di Chicago, detto anche thatcheriano e reaganiano: della dottrina
e la prassi per cui l’arricchitevi sarebbe stato a profitto di tutti – di più:
avrebbe fatto il maggior bene di tutti. Il liberalismo portato alla sua logica
conseguenza, l’anarchia, o l’anti-Stato, in un’ottica di massimizzazione della
ricchezza. Il populismo è l’effetto di una delusione.
In
un primo momento la “reaganomics” sembrò la panacea democratica: riduzione
delle imposte sul reddito e sulle plusvalenze (il risparmio investito è
largamente diffuso in America), nel quadro di una riduzione dell’interventismo
governativo, dei poteri pubblici di regolazione, con riduzione della spesa
pubblica in quanto spreco e inefficienza – e aumento dell’offerta monetaria in funzione
anti-inflazione. Misura tanto più ben viste in quanto l’inflazione era al 13 per
cento, il prezzo del gallone di benzina (metro principale del carovita in Usa)
era più che triplicato in sette o otto anni, dai 35 centesimi del 1973 a 1,20
dollari nel 1980. Con un calo negli ultimi due anni della presidenza
democratica Carter di quasi il 5 per cento del reddito medio pro capite, e la perdita
di 700 mila posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione record per gli
Stati Uniti, attorno al 7 per cento. Sotto silenzio, ma non per molto, passavano
i licenziamenti massicci nella Funzione Pubblica, i tagli alla spesa sociale, la
moltiplicazione delle spese militari – per l’affondo che Reagan porterà all’Unione
Sovietica, poco dopo negli anni di Gorbaciov.
La deriva verso il
populismo è conseguente agli effetti fortissimamente sperequativi. Dopo un primo
momento di euforia, per meno irpef e più dividend. Esteso attraverso la
globalizzazione che si lanciava, la liberalizzazione del commercio - la Cina fornitrice degli americani poveri, per
abbigliamento, utensili, e anche alimentari.
I redditi non sono aumentati, non per i molti, mentre il welfare per
i molti è sfumato, con la defunzione dello Stato – la proclamazione della crisi
fiscale dello Stato.
Trump si inscrive in questa deriva in quanto è il tipo di quello che ne ha tratto
personalmente profitto, ma conoscendone meglio il meccanismo prova a mettere a
frutto anche la sua conoscenza – o esperienza, o fiuto politico: la delusione,
il populismo.
Si capisce con Trump che il populismo serva – possa servire, ma finora non
è servito ad altro – alla ideologia dominante: una protesta generica, una
insoddisfazione, senza un programma o un’idea di azione. Una protesta fine a se
stessa. Come quando si è dispiaciuti per una morte, per la sofferenza di qualcuno,
ma inermi, giusto genericamente insoddisfatti.
Il liberismo è matematicamente motore di disuguaglianza – seppure nel quadro
di una moltiplicazione della ricchezza complessiva. A meno di “ristori” o
contrappesi della Funzione Pubblica, perequativi, dello Stato. Per questo
conduce al populismo, al riflesso condizionato degli scontenti – i più – in un
un insieme in cui la ricchezza cresce.
Socialismo democratico – “In molte cose il socialismo democratico
era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica” – cardinale Ratzinger (poi
papa Benedetto XVI), “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, conferenza
alla Biblioteca del Senato, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”).
Sogno – È una ricostruzione. Anche quado la trascrizione è –
fosse possibile – immediata e tal quale. La sua identità - ricognizione – è relativa
(soggettiva). Può essere oggettiva nel senso del soggetto, del tempo – del suo
tempo interiore.
Una trascrizione al risveglio non è la stessa di una posteriore.
È reperto teatrale dalle mitologie classiche, da Gilgameš in poi, Bibbia e
Vangeli compresi (il sogno della moglie di Pilato), a Shakespeare e Ibsen - ma
anche Pirandello: Pirandello sogna da sveglio. Curiosamente, è forse il tema
più trattato dai filosofi, da tutti i filosofi.
Stato – “Per la prima volta in assolto nella storia sorge lo
Stato puramente secolare che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la
normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione
mitologica del mondo e dichiarando Dio stesso come affare privato, che non fa
parte della vita pubblica e della comune formazione del volere”, card.
Ratzinger, op. cit.. Per la prima volta con la Rivoluzione Francese. “Dio
e la sua volontà cessano di essere rilevanti nella vita pubblica…Un nuovo tipo
di scisma”. Poco avvertito nelle nazioni protestanti, dove le idee liberali e illuministe
avevano da tempo “vita facile..,. senza che la cornice di un ampio consenso cristiano
di fondo dovesse per questo venire distrutta”. Nelle nazioni latine, è la conclusione
del cardinale Ratzinger, “questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata
… come una frattura profonda”. Radicalizzando il nazionalismo.
Verità – Gregorio Palamas la differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende d a ciò che si vuole.
zeulig@antiit.eu
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