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Manzoni, il manifesto del “giovane” Gadda
Un Gadda delle “origini”,
uno dei primi scritti conservati, pubblicato tal quale da Federica G. Pedriali,
l’ordinario di Italianistica a Edimburgo, creatrice e animatrice dei “Gadda Studies”.
Sorprendentemente “gaddiano”, nella locuzione e nella sintassi, negli interessi
(filosofia, linguistica) e negli umori, riprodotto come l’aveva scritto. La versione
di questa “Apologia” programmatica che circola (ora nella raccolta “Divagazioni
e garbuglio”) è quella pubblicata da “Solaria”, al confronto spuntata, molto. Probabilmente
ripulita, da Carocci o da chi altro gestiva la rivista, delle peculiarità gaddiane,
non solo della lingua, in effetti molto artefatta per un lettore comune e anche per i “solariani”, ma pure del sostrato filosofico (etico-filosofico) che della
scrittura di Gadda , anche la più inventiva, costituiva e costituirà il terreno
di coltura.
“Manzoni – Fichte – Idea dell’immediatezza
necessaria del linguaggio” è il titolo-tema della riflessione. Il “linguaggio” è
il primo problema, da subito, di Gadda, che non voleva scrivere il già scritto. Lo
è già nell’apoftegma in esergo, invece del titolo (“Apologia manzoniana” è
evidentemente redazionale): “AFFIORAMENT PER L’INNESTO\ IN PRAETERITUM TEMPUS”.
Fra i tanti umori, alcuni
poi molto gaddiani, a proposito di avere qualcosa da dire, e di saperlo dire –
la “scrittura”:
“La mescolanza degli
apporti storici e teoretici più disparati, di cui si plasmò e si plasma
tuttavia il nostro bizzarro e imprevedibile vivere, egli ne avvertì le
deviazioni contaminantisi in un'espressione grottesca” – egli, naturalmente, Manzoni.
“Il barocco lombardo di quel tempo ha
tenuissimi tocchi e una grandiosa tristezza”.
“Scrittore degli
scrittori, egli visse prima la sua meravigliosa annotazione e il continuo
riferimento del male antico al nuovo aumenta la risuonanza tragica di ogni
pensiero. Volle poi che il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni
nato della sua molteplice terra e non la trombazza roca d'un idioma impossibile
che nessuno parla, non solo, e sarebbe il male minore, ma che nessuno pensa né
parlando a sé o al suo amico, né alla sua ragazza, né a Dio”.
“Bisogna leggere e
profondamente scolpire nella memoria e nell’anima ciò che Giovanni Amadio Fichte
scrive nei capitoli terzo e quarto dei suoi discorsi alla nazione tedesca per
comprendere che non la vanità d'accademico e non il gusto ambizioso di
letterato giovincello reduce da Parigi con le primizie acerbette della moda può
aver imposto al suo animo di volerla finire una buona volta, di finirla con la
grottesca bestialità dei toni asineschi degli asini che fanno da sei
secoli i rigattieri degli umanisti a freddo. Un conto
è disseppellire Cicerone e scrivere la Canzone alla Vergine, o
trattati di geografia; un conto è scrivere gli esametri dell’Affrica, o
chiamarsi Lorenzo Valla, o Marsilio Ficino, o anche Giovanni Pontano e
contraffare il latino del De officiis alla Poggio Bracciolini; e un altro, un
ben altro e miserevole conto è sbrodolare sopra un popolo di melensi imbecilli,
incapaci d’ogni originalità dell’anima e della coscienza, squadroni di
endecasillabi beoti con dodici sillabe e incartapecorirsi così per tutta l’eternità”.
Ce n’è ancora per altre otto
o nove pagine a stampa.
Carlo Emilio Gadda, Apologia manzoniana, “The Edinburgh Journal of
Gadda Studies”, online
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