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Un Paese piccolo piccolo
Meloni che propone e ottiene una politica
più circospetta sull’ondata di fughe politiche dall’Africa. Meloni che propone
e convince con una politica attiva di cooperazione con l’Africa, con le scuole
dei salesiani ma anche con quelle di molte imprese, e perfino della Ue. Meloni
che invita alla calma, e convince, con l’America di Trump. Meloni che impone un
minimo di ragionevolezza: non abbandonare l’Ucraina nel momento delle decisioni.
Meloni che convince la Germania a completare e rilanciare il mercato comune
per “migliorare la competitività dell’Europa” (la Germania perché è maestra nell’opporre
barriere invisibili, da Pirelli trent’anni fa alla Fiat quindici anni fa, e ora
a Unicredit). Meloni che in India e in Giappone è la leader europea più
rispettata – in Giappone perché ha facilitato l’accesso alla premiership
di una gentile donna – in un partito in materia di genere molto più
conservatore di quanto lo è nelle politiche generali.
Ma, poi, Sanae Takaichi stravince le
elezioni, perché la costituzione e le leggi elettorali lo consentono. E forte
politicamente lancia subito un programma di rilancio della produzione e
dell’economia che, non la piccola Italia, ma nemmeno l’Europa nel suo insieme
s’immagina.
Il paragone col Giappone e con Takaichi
è fulminante. L’Italia è al confronto non solo un piccolo Paese e una piccola
economia. Ma, peggio, è un Paese che si rimpicciolisce. In crisi demografica irreversibile
– se non con politiche, che non si intravedono, di lunghissimo termine, una
generazione, forse due. E in calo di produttività e produzione. Cresce
l’occupazione, ma tra i camerieri.
Successe anche con Craxi, la politica estera è l’unico esercizio in cui
un presidente del consiglio può esercitarsi – specie se, come Meloni, sa i
dossier e sa le lingue. Per il resto deve solo occuparsi di tenere la “coalizione compatta”. Anche i ministri, che non sono i suoi (non può dimetterli), ma del presidente della Repubblica - può solo dimettersi, in sostanza. Un
lavoro di Sisifo, contrabbandato per democrazia.
Il secondo Paese più industriale d’Europa registra dopo il covid un calo
costante della produzione industriale – si dice dopo il covid per eufemismo, in
realtà dopo l’abbandono dell’impero Agnelli, della chimica, e dell’acciaio. Con
migliaia di aziende e marchi passati in mani straniere, ciò che normalmente ne
segnala la fine, seppure a coda di pesce – si compra un marchio per sfruttarne
le potenzialità di mercato, quelle storiche, ma senza investire, innovare,
migliorare, adeguarsi ai mercati.
L’auto, industria italiana per eccellenza, è ora agli sgoccioli. Non è il
solo caso. Il settore chiave delle macchine utensili, per le quali aveva un primato
mondiale dietro la Germania, è in sofferenza. E si importano anche le buste di
plastica.
Cos’altro resta, oltre Meloni? Ah sì, la crociata
identitaria: Sinner (Sinner?), l’oro allo short-track all’Olimpiade, il made
in Italy di qua, il made in Italy di là. Tra sagre di patrimoni dell’umanità o
anche solo dell’Unesco, e frotte di turisti scappa e fuggi – c’è anche la visita
in tre ore di Firenze
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