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venerdì 6 febbraio 2015

Berlusconi sbiancato - 16

Astenendosi su Mattarella, Berlusconi consente a Renzi di ricompattare il Pd. È quello che voleva? Berlusconi ruota di scorta di Renzi, è tutto qui? Il giaguaro non si vuole sgonfiato, ma sbiancato sì. Si può metterla così, il risultato non cambia: con i Fitto in politica, e i cinesi per il Milan, Berlusconi non è più lui. 
 “Questo atteggiamento non trova riscontro nel comportamento di qualsiasi altro grande popolo verso uno statista di questa grandezza”, così Max Weber apre “Parlamento e governo”: “In nessun altro luogo del mondo la stessa ammirazione più  sconfinata per la personalità di un uomo politico ha indotto una nazione orgogliosa a sacrificargli così interamente le proprie reali convinzioni”. Poi lo statista cadde, continua Weber, e “che cosa sperimentò?” Coloro “che lui aveva sollevati dal nulla, che cosa fecero costoro? Continuarono a sedere ai loro posti”. E “quale discorso di commiato” gli rivolsero? “Essi non dissero una parola”.
Weber parlava di Bismarck, e Berlusconi non è Bismarck. Ma la sua caduta lascia lo stesso ammutoliti. Ammutoliti i suoi, che fanno come se nulla fosse. Berlusconi non è Bismarck anche perché non ha “Memorie” da scrivere. Perché, mentre Bismarck passò gli ultimi anni a fustigare i suoi conservatori, inetti e rapaci, cosa potrebbe scrivere Berlusconi se non rimproverarsi le sue scelte quasi sempre infelici – con l’eccezione di Confalonieri, Gianni Letta e, finora, Dell’Utri, sempre? Di mediocri perlopiù. E di gente che ci ha mangiato e poi gli ha fatto la guerra. Peccato capitale, questa scelta degli uomini, tutti traditori, da parte di uno che si picca di essere il miglior manager, oltre che padrone.
Tutti traditori e ingrati, oltre che più spesso incompetenti : nessuno che abbia in curriculum un’idea, nella lunga lista dei suoi protetti, da Fini a Fitto, una proposta, una buona azione. Quando gliene è capitato uno competente e riguardoso, Tremonti, l’ha osteggiato in tutti i modi - uno che gli ha consentito di aumentare le pensioni minime a 500 euro, di distribuire la social card, di togliere l’Imu sulla prima casa, senza aumentare di un centesimo le tasse. lui l’ha sacrificato a Fini e Casini, da ultimo a Alfano, altro colosso (a Fini e Casini, e da ultimo Alfano, che lo guatavano - guatavano lui, Berlusconi, che morisse, o per fargli comunque le scarpe).
Non un’aquila insomma. Anche come padrone del Milan non ne azzecca una, si sfoga licenziando allenatori. Uno che si fa rappresentare da Lotito, il calcio asservendo alla comune passione democritistiana. Ed è ora “sul mercato”, come dice lui, a cercare qualche “filippino” che ci metta un euro - e magari azzecchi un allenatore. Sarà ricordato, azzardiamo, per l’italianizzazione che ha fatto della televisione. Azzardiamo, non sarà facile: il concetto è “scorretto” – ancora vent’anni fa, a giugno del 1995, il Pci-Pds promuoveva referendum contro le tv di Berlusconi (che regolarmente perdeva: il Pci ha sempre perso i referendum, il divorzio, la scala mobile). Anche perché la tv non si pensa – si pensa come a un water, a un padella da cucina. La vulgata lo vuole l’americanizzatore della tv. Lui invece l’ha  italianizzata. Provincializzata anche, con la pubblicità alla portata di tutti. E italianizzata, in due maniere: il riflesso del paese-che-non-c’era, e la liberazione dei linguaggi, dal “Drive in” di Italia 1, o Carlo Freccero, a “Striscia la notizia” di Canale 5, allo stesso Tg 5 di Mentana, o delle “figlie”. . Due rivoluzioni semplici semplici, di cui si comprende la portata innovativa comparativamente, col persistente paese di gesso e col collo torto del nazionalpopolare Rai. Fuori della tv i flop si accumulano.
I successi del Milan di sua proprietà sono roba dell’ottimo Sacchi, uno che si è fatto da sé, e del trio olandese delle meraviglie, con Franco Baresi, l’altra mezza squadra insieme con Paolo Maldini, entrambi obliterati. “Berlusconi detta la linea da seguire”, ha stabilito Galliani dieci anni fa: “Il Milan è nato per giocare con quattro difensori, una mezza punta e due punte. È stato così fin dagli anni Sessanta, quando in campo andavano Rivera, Sormani e Prati. Chiarita la linea editoriale, l’allenatore può confezionare il prodotto a suo piacimento”. Ridicolo, oltre che eretico. Berlusconi è del resto quello che dopo l’ottimo Europeo del 2000, fece questo commento contro l’allenatore Zoff: “Nella finale di ieri è stato indegno: si è comportato come l’ultimo dei dilettanti. Mi sono indignato. Si poteva e bisognava vincere. I problemi riguardano la conduzione della squadra: non si può lasciare la fonte del gioco avversario, Zidane, sempre libero. Era una cosa che anche un dilettante avrebbe visto”. Un’idiozia - poi si smentì, come suole.
Anche questa del qui l’ho detto e qui lo nego indigna molti. Diciamo tutti gli italiani, suoi elettori compresi. E questo è lo statista Berlusconi: uno che occupa uno spazio, a malgrado delle sue indegnità. Che si diverte in compagnia di Apicella, Ruby e Luther Blissett, oltre che dell’incredibile D’Addario. Col fiuto degli affari, meglio di De Benedetti, per dire, molto meglio, e di tanti altri avventurosi capitani di ventura. Su questo è abile. E più potrebbe esserlo se manderà in porto il suo disegno non tanto nascosto: salvare il “Corriere della sera” dal fallimento, o comunque la casa editrice, con un aiuto indiretto al giornalone, e agganciare la tv ai telefoni. Magari attraverso Telecom. O attraverso Rai Way, perché no. Nellera Renzi l'uomo potrebbe essersi già rannicchiato come già nellera Craxi, ad accumulare affari - anche in politica c’è l’uscita dal campo, come la discesa o salita. Su questo si può capirlo: libri e cellulari sono banche, si incassa a ciclo continuo, ma per questo bisogna essere bne armati, per contenere la politica famelica.
Le sue condanne non fanno testo, a partire da quella per sfruttamento della prostituzione, giù giù fino al lodo Mondadori e alla Sme - in cui è stato processato per non dover condannare i colpevoli. Roba milanese. Di una città che, si sa, è la città degli untori. E degli affaristi, non per nulla anche lui è milanese. E come se lo è. Non untore, ma della parrocchietta. Quella raccolta attorno al potere. Lui in special modo, essendo un baüscia, un mediatore d’affari, e quindi un arrivista. Noi siamo abituati, come lettori, all’aristocrazia che accetta gabellieri e straccivendoli, quantomeno ci parla, ma bisogna leggere i francesi, per sapere che la borghesia non li accetta e anzi li jugula: il borghese è classista - proponete a un borghese una nuora operaia o commessa, impazzirà, o un genero carpentiere. Milano è arrivista, e quindi non ama gli arrivisti. Il discorso della giustizia nasce e finisce qui
Del baüscia ha la volgarità, a tasso incommensurabile. Con un minimo di sobrietà avrebbe fatto sfracelli. Ognuno inorridisce alla volgarità del suo modo di vivere.. Le dodici o quindici ville. Il mancato ritiro dagli affari - che non sarebbe costato niente, se non un grado meno di avidità. I ritiri ad Arcore, o a palazzo Grazioli, invece di un a sobrio ufficio, come un buon imprenditore dovrebbe. Le macchinone indefettibilmente tedesche. Mogli e fidanzate garrule, da avanspettacolo. Ma il più pulito lassù ha la rogna. Questo problema è di Milano, non il suo proprio. Il suo è un altro.
La riforma liberale occupata
Spadolini e Gianni Agnelli dicevano a Urbani: “Giuliano, ma come fai a pensare che uno come Berlusconi realizzerà la riforma liberale?” Era vero, lo sapevano tutti: Berlusconi è sempre stato un democristiano in pelli laiche. Liberale, repubblicano, socialista, di quel tanto che gli consentiva il pluralismo tv invece del solido monopolio confessionale Rai, con una tv solo lievemente più sbiadita. All’epoca anche usava, la doppia tessera, dei dc che si dicevano liberali, repubblicani e socialdemocratici, per aggirare qualche posizione del loro monolito originario. Lui non ne avrebbe avuto bisogno, essendo una brutta copia di Gianni Letta. Col quale faceva periodicamente il giro delle sette chiese - che poi erano una: andare da De Mita, cioè da Mastella, che ne era il giovane tuttofare (e poi si divertiva a mimarlo ai cronisti) - a promettere e piatire. Ma voleva già allora essere ecumenico.
Questo è il fatto. Lo storico – se si farà ancora storia – dirà in poche righe che in Italia, nel 1994, a seguito di una serie di soprusi dei giudici del Msi e del Pci, erano rimasti in attività due soli partiti, l’Msi e il Pci. Il Pci, molto più grande e meglio organizzato, si apprestava a conquistare i tre quarti del Parlamento. Berlusconi scese allora in politica, o in campo, come dice lui, e vinse lui le elezioni. Fu l’inizio di una serie di ricatti del Pci al presidente della Repubblica Scalfaro, e di una serie interminabile di processi dei giudici del Pci – l’Msi momentaneamente l’aveva recuperato - a Berlusconi, che, dopo vent’anni, lo portarono a una (prima) condanna. Nel mentre che il Pci, scheletro e polpa, si dissolveva – oggi si dice si liquefaceva – nella pancia della balena bianca. 
Senza residui? Beh, Berlusconi ha dato lavoro ai comici, anche loro del Pci, che altra materia non avevano. Vent’anni di lavoro ai comici può essere un buon merito. Ma. Non solo non ha fatto la riforma liberale di Agnelli, Spadolini e Urbani, ma il sovietismo non l’ha nemmeno intaccato. L’Italia dopo tanto Berlusconi si può dire il solo paese in Europa dove il Muro ancora non è crollato: comandano sempre “loro”. Sì, ha ripulito Napoli della spazzatura. Sì, è stato bravo a dare voce ai commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, alla “gente che lavora”. E a vincere quattro elezioni – compresa quella del 1996, che perse con un milione di voti in più di Prodi – e a perderne una, contro tutti i sondaggisti che lo davano per spacciato, per poche migliaia di voti. Ma irresoluto e inetto nella conduzione dei governi, come ora del partito – che pure è suo da tutti i punti di vista, sigla, cassa e voti. A suo merito anche l’aver addomesticato due partiti eversivi, la Lega e il Msi, ma “troppo buono” per liberarsi dei loro infausti leader: le crisi di governo che si è fatto imporre da Bossi, Casini e Fini sono raccapriccianti. La sinistra lo ha promosso e lo tiene in rispetto Grande Corruttore, Moghul dei Media, Mussolini, mentre era ed è un personaggio minore di Gadda, un piccolo provinciale lombardo
Non è stato protagonista, se non elettorale, da abile venditore, e sempre ruota di scorta in realtà. Ben prima di Renzi, da sempre: del nebuloso, immarcescibile, corrotto conglomerato che è il potere in Italia. All’altezza solo qualche volta degli altri potentati che tengono l’Italia in soggezione, come e più di lui opachi e ignobili, dalla Procura di Milano alle “sinistre”. Un fantasma politico. La sua inadeguatezza dà la misura dell’indigenza della sinistra, contro la quale l’Italia ha così a lungo dovuto cercare rifugio in lui.

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