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sabato 30 giugno 2018

Racconto straordinario del nulla


Un faro, tanti fari, tanti strapiombi, tante isole, tanti venti, tanti mari, tante stelle e, ancora, qualche asino e qualche gallina.  Ciclope è il faro, e anche l’asino del faro. Un faro isolato, su un isolotto, dove Rumiz ha chiesto e ottenuto di passare un tempo, tra fine inverno  e inizio primavera – anche la stagione è materia del racconto. E la divinità del tutto - a insaputa di Rumiz? Non per caso sono stati i Ciclopi alla origine del sacro: è  da loro che Zeus bambino abbandonato nutrito da una capra, riceve i poteri divini.
Una esperienza unica. Non eccezionale, i fari sono utilità correnti. Ma sì nel racconto: lo straordinario dell’ordinario.
Rumiz sa raccontare, far rivivere, l’insolito dell’ordinario. Da viaggiatore, quale lo vogliono le sue coordinate d’origine, a Trieste, tra monte e mare, tra culture (mondi) diverse.. Triestino un po’ argentine, di padre, di nonno, transoceanici.. Nomade di mare, d’impulso – la gente di mare è nomade per costituzione. E  di terra. Ma viaggiatore  più mentale che fisico, dromomane verbale - vagabondo, un po’, ma dentro una scena teatrale , delimitata, accessibile, visibile, riconoscibile, senza angoli bui o anditi oscuri, non per épater le bourgeois: sa raccontare quello che non si vede, pur guardando in piena luce con occhio integro.
Qui è “la scoperta della solitudine”, come dice il suo editore, “del vivere con poco, della confidenza con il cielo”: “Nell’isola del faro si impara a decrittare l’arrivo di una tempesta, ad ascoltare il vento, a convivere con gli uccelli, a discorrere di abissi, a riconoscere le mappe smemoranti del nuovo turismo da crociera e i segni che allarmano dei nuovi migranti, a trovare la fraternità silenziosa di un pasto frugale” – una sinossi perfetta di questo “viaggio” stazionrio. Da “viandante”, irrequieto ma non “senza pace”. Di profonda, robusta, “pace” verbale. La capacità visionaria e fabulatoria camuffando da cronaca - Rumiz è di professione un cronista.
Certo, il faro è il più faro di tutti. 500 gradini di scoscendimento. Un montacarichi-teleferica deve salire di 200 m. Ma è pour sempre un punto. Per di più isolato, e deserto. Il racconto allora Rumiz sa fare è di lune e di venti. Un capolavoro conradiano, senza l’avventura— la suspense  della catastrofe incombente. Dal nulla estraendo una storia, L’Asinara dopo lo sgombero. O Budelli fatale. Perfino l’asiono ciclope ha il suo ruolo, “anche perché so che lui sarebbe il primo a ridere d questo nome: come tutti gli asini”.
Con molti personaggi evocati occasionalmente a popolare la scena vuota, dall’ordinaria vita trasfigurata in evento memorabile: Piero Tassinari, che il faro consiglia,con Antonio Mallardi da Bari,  i fratelli Pino e Paolo Malara,  e una folla di altri,
Paolo Rumiz, Il Ciclope, Feltrinelli, pp. 154 € 12

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