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mercoledì 29 maggio 2019

La donna vacca

La maternità surrogata è oggi “lasciate i poveri fare il lavoro sporco, dove costa meno (o è più conveniente) arruolarli”.  Una pratica marginale, per alcuni poveri – e per alcuni ricchi no? Il core business è sempre quello delineato “a fine Ottocento, quando larghe fasce del movimento eugenetico coloniale, altolocato, spesso a guida femminile, in Europa e negli Stati Uniti argomentarono che il modo migliore per realizzare il potenziale della gravidanza – cioè una futura “razza”di successo, ottenuta con la “virtù” sessuale, l’“igiene” bianco-suprematista  - era per lo stato di disciplinare economicamente tutta l’attività sessuale che non rientrava in quell’orizzonte. In quanto brave socialdemocratiche, queste progressiste “femministe” volevano uno stato-nazione che si obbligasse a nutrire, alloggiare, educare e addestrare le fatiche gestazionali  nel suo territorio, e specialmente il frutto di quelle fatiche”.
Quest il messaggio – il saggio è politico, non tecnico né scientific. Una nuova eugenetica, contro la vecchia. Rivoluzionaria. Ma ridotta all’orizzonte della gestante, che una volta si sarebbe detto dell’egoismo. Una contraddizione proposta – anche vissuta? – con sicumera, e autoreferenziale, molto.
Lewis si rifà a Marx, al “Manifesto dei comunisti”, per l’“abolizione della famiglia”. Ma non ha nulla di marxista. Ha riferimenti di vario genere, fino a un incolpevole W.E.DuBois, che non c’entra. Ma non nel nome di popoli o classi o generi oppressi o negletti. Nel nome di alcune autrici, che però non sono madri, tanto meno surrogate: Toni Morrison, per esempio, o Ursula Le Guin. E “Elena Ferrante”, che ama citare, per la quale, ammesso che sia femmina, la maternità è “un quid fatto di materiale vivente che continuamente amalgamava e stendeva la sua sostanza vivente per consentire a due avide sanguisughe di nutrirsi” - “una terribile metafora”, commenta la stessa terribilista Lewis.
La cosa più strana di questo manifesto per la maternità surrogata, fuori da ogni nozione di famiglia, è che Lewis è essa stessa espressione della migliore-peggiore white suprematist progressive feminist classe che dileggia – andasse a raccontare il suo libro in Asia o in Africa le donne la prenderebbero a randellate, Sophie Lewis, che di professione fa geografa, meglio di tutti dovrebbe saperlo. Qui fa il caso dell’ospedale Akanska in India, per l’infertilità – che si pubblicizza come clinica dell’infertilità, ma offre madri indiane giovani selezionate per la gestazione surrogata: un caso che è tutto meno che esemplare, commendevole. 
Ma non è questo il punto, forte-debole, non nella storia, nè nella società: è il ragionamento assurdo.  La femminista londinese è una che si fa bella, più di quanto si mostra in foto, con l’“épater le bourgeois”, sparandole grosse, roba otto-novecentesca. La surroga ci sarà, piena, con l’umanità artificiale, cioè col post-umano. Il mammifero, finche c’è, ha  cara la maternità, il rapporto privilegiato, e la figliolanza.
“Feminism against Family” è il sottotitolo. Volendosi il femminismo una rincorsa, c’è sempre bisogno di una nuova frontiera, di un muro da abbattere. Sarebbe utile “denaturalizzare il legame madre-figlio”: niente di naturale in questo, molte madri non sentono nessun legame.
Attualmente la surroga viene considerata marginale, un mercato costoso, per mandatari ricchi, e gestanti povere. Una tecnica sociale, spregiudicata. Ma è un qualcosa “fuori dal quadro familiare” e questo basta a santificarla. La proposta è per “una piena surroga, nel senso di una domanda di surroga reale”, non servile, non contingente: “Una comune, una proliferazione di relazioni piuttosto che la continuazione di una logica proprietaria, biogenetica, familiare nucleare privata, che è il nostro modello principale di parentela”.
L’obiettivo è scardinare la famiglia, e in essa “l’esclusività e la supremazia dei genitori ‘biologici’ nelle vite dei minori”. Scardinando la maternità: “La maternità è potentissimo edificio ideologico”. Ma con l’effetto di ridurre la donna a fattrice, riproduttrice?
Dopo il maschio, sempre più un soprammobile, l’abolizione dunque della femmina. A che effetto? L’uguaglianza? Di chi , per chi, con chi? La logica è illogica, a volte. La donna hembra della zooterminologia ispanica è l’ultima cosa cui si penserebbe – l’ultimo sviluppo positivo.
Con una copertina diabolica e anzi infernale.
Sophie Lewis, Full surrogacy now, Verso, pp. 224, ril., € 19,50

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