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venerdì 21 aprile 2023

Le pallonate sono contro la Famiglia (Agnelli)

Nessun dubbio che i punti restituiti alla Juventus saranno tolti, o peggio – si tratta solo di decidere qual è il momento migliore per colpire (Ferragosto, la vigilia del campionato?). La giustizia sportiva non è seria, tutti lo sanno. Adotta un gergo giuridico manzoniano, che dice tutto e niente. Le camere di consiglio sono fantomatiche e ridicole. Procuratori e giudici, Chiné, De Siervo, i Sandulli (ineffabile il Piero), sono spicciafaccende, al riparo d’incomprensibili gerghi.
Il fatto è nelle cronache. Cronisti giudiziari, per lo più donne, riferiscono incomprensibilmente cose di cui non hanno capito nulla. Perché non c’era da capire: il fatto giuridico non c’è. Il Collegio di Garanzia, la Corte d’Appello Federale, i Tribunali sono simulacri – stipendi per gli amici, e gli amici degli amici, giusto per una mezzoretta in camera, e in più la gita a Roma. La stessa Figc, la Federazione del calcio, alla voce Giustizia sportiva sul sito risponde “pagina non trovata”.
L’attacco cronico alla Juventus, unico club indagato e punito, è un esercizio di potere, oggi come nel 2006. Come dare ceffoni agli Agnelli, di cui il club di calcio è la bandiera. La Juventus è un falso scopo, come si dice in artiglieria, su cui si punta per colpire altrove. Le intercettazioni non sono verità, si sa – sono ridicole: se il comandante della Guardia di Finanza di Torino si intercettasse ci divertiremmo un sacco. Gli attacchi al club di calcio fanno parte della transizione, da qui l’esercizio voluttuoso, fino al ludibrio.
Gli Agnelli avevano troppo potere, e andavano abbattuti: sono puniti con la Juventus anche nel portafoglio, ma soprattutto nel potere. Morto l’Avvocato non si è osato attaccare la Fiat – Berlusconi avrebbe voluto ma ne fu sconsigliato – perché bene o male assicurava ancora un reddito, vent’anni fa, a un centinaio di migliaia di famiglie. Si puntò sulla squadra di calcio, di cui l’Avvocato si era fatto una bandiera. Al primo attacco (la retrocessione!) la Famiglia si difese  fingendosi scandalizzata (Susanna Agnelli) e scaricando tutto sugli incolpevoli manager. Il 2006 fu anche l’ultimo atto della spoliazione di Torino da parte di Milano, con Berlusconi al comando e alla Federazione calcio un avvocato milanese, Guido Rossi, consigliere dell’Inter – con rigore ambrosiano l’avvocato assegnò anche alla sua quadra, che non ci aveva nessun titolo, il campionato 2005-2006. Ora si è puntato sulla frattura latente fra Elkann e il cugino Agnelli.
L’effetto è stato ottenuto. Elkann ha spostato gli affari fuori d’Italia. E per quel poco che mantiene in Italia, essenzialmente i media, se ne frega – non si sarebbe mai potuto pensare un Agnelli contro il governo, quale che fosse, così radicalmente come i giornali e le radio di Elkann. Ma, di più, l’Italia ora se ne frega di Agnelli-Elkann.
È un buon segno? O perdere la Juventus, dopo la Fiat, è il segno dell’Italia sempre più piccola e marginale? È il tipico esercizio di potere che si dice confessionale ma forse è solo italico. Un esercizio autolesionista del potere – nel calcio, tra macchiette, perfino da ridere, ma di dispiacere.
   

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