Giuseppe Leuzzi
“Il ‘padrino’ era la brutta traduzione italiana – e
certamente ‘nordica’ - di ‘The
Godfather’, che qualsiasi meridionale italiano avrebbe tradotto ‘Il compare’” –
Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”.
Si sequestra cocaina in
container a Gioia Tauto come a Genova e a Livorno, ma il “centro del traffico”
è a Gioia, anche se i carichi presi a Genova e Livorno sono superiori. Senza
contare che Gioia Tauro è un porto di smistamento, non un terminale. Mentre a
Genova e Livorno si scaricano container per clientela determinata – che
utilizza quello perché in qualche misura vi è protetta.
Un quadro delle “liti fiscali”
nel 2025 fatto dal “Sole 24 Ore” mostra una prevalenza netta delle regioni
meridionali – insieme col Lazio - in numeri assoluti e, peggio, per numero di
residenti: Campania 36.049, Sicilia, 31.473, Lazio 22.820, Calabria 17.917, Puglia
8.883. Ma sono ricorsi soprattutto per la Tari e l’Imu. Cioè per le case
abbandonate, da decenni se non da generazioni. Il Sud è spopolato, che i Comuni
pretendono tassare sulla carta.
Sulla Tari pesano anche, si
vede a Roma, i ricorsi degli esercizi commerciali, che sono tassati per cifre
spropositate ma senza un servizio minimamente adeguato.
Emigrare è
viaggiare – o rinascere
“È vero che si parte, anche
senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, n bene andato
smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un
altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte
alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso
del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando
cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si
ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di
se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto,
un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile,
itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei
viaggi per le vacanze di massa, ha un effetto di deritualizzazione
dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti
dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo” -
Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, un riordinamento
in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in
America.
Forse una
nascita sola non basta, si vuole-deve riprovare. Ricostituire l’atto della
nascita, in autogestione-autogestazione, una sorta di autofertilizzazione di se
stessi. Si emigra anche di poco, dal paese alla città, ora anche all’inverso, dalla
periferia al centro, o all’inverso, di pochi chilometri e addirittura di metri,
da un quartiere all’altro, da una strada all’altra dello stesso quartiere. Riproponendo
abitudini in un nuovo contesto, oppure mutandole. Per un bisogno di autorealizzazione
oppure di scoperta? O delle sue cose insieme, ci si realizza scoprendosi –
cambiando scena, recitazione, soggetti.
Si emigra
– si cambia – anche solo per l’attrazione dell’ignoto, quando si presenta promettente.
Per una forma di curiosità. Nuovi mondi non necessariamente sono migliori. Ma bisogna
provare.
La fame a Palermo
Al Sud la guerra finì prima,
nel senso delle privazioni, della fame, già dopo l’8 settembre. Ma c’era fame
ancora negli anni 1950, a Palermo, la capitale della Sicilia. Ricordando Danilo
Dolci, in “Arcipelago Sud” (p. 94), Goffredo Fofi racconta: “A Trappeto”, oggi resort
marino, a metà strada tra Palermo e Trapani, “vide un bambino che morì per
denutrizione, fatto non insolito in quegli anni e luoghi di fame, ed è successo
anche a me di vedere dei bambini morire di stenti, a Palermo. Ricordo sempre
che i bambini di Cortile Cascino, anche piccolissimi, con le loro piccole
unghie grattavano la calce dalle mura delle baracche e la mangiavano; ne parlai
con un amico medico che mi spiegò che il calcio è fondamentale per la
formazione delle ossa, e che i bambini erano guidati dall’istinto”.
Dolci scese
a Palermo nel 1952. Fofi nel 1956.
La rendita è
finita, e il capitale non se la passa bene
“Riscoprire in sé il Sud e
tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo del Sud;
riconquistare la salute meridionale…. Diventare più vasti, più sovranazionali,
più sovraeuropei, più orientali, infine più greci”. Non era molto tempo, è il
Nietzsche filologo a Basilea, quando se ne stancò, 1879.
“La rendita non basta più,
bisogna intaccare il capitale”, la vecchia litania dei vecchi zii sfaticati -
quelli del circolo dei nobili-notabili-borghesi di Salvemini, Brancati,
Sciascia (e di Camilleri, con qualche virtù) – non basta più. Il capitale è da
tempo che non è più intonso, dal leghismo e anche prima. La simpatia ne era
anche parte.
La simpatia si deve alla
necessità che il Nord ha avuto e ha, i Nord hanno avuto, di un Sud meno
tenebroso. Le Hawaii hanno prosperato solo su questo (modesto e remoto,
modestissimo e remotissimo) capitale, o Tahiti e Bora Bora. Accessibili,
parlanti. Mentre il Sud si macera nell’(auto)rifiuto, invece di farsene una
copertina leggera, rinfrescante. Arcigno invece che simpatico, preso al laccio
della (reciproca) insofferenza.
Sudismi\sadismi –
Se tutto è mafia
“Se non fosse che c’è una cosa
molto forte a tenerli insieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati
ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di
dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di
potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la
politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la
Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della Nazione, e
tiene insieme Nord e ud e media i rispettivi interessi” - Goffredo Fofi, che
tutta Italia ha conosciuto di prima mano, avendo vissuto e operato a Palermo,
Torino, Milano, Roma e Napoli, in “Arcipelago Sud”, p. 36.
Dal tutto mafia non ci si
salva. Fofi si cautelava: “So di esagerare, naturalmente, ma poiché mi pare che
ben pochi sembrino accorgersi delle mutate condizioni socio-storiche al nostro
interno e del rilievo che esse potrebbero avere in futuro, o comunque del peso
che esse hanno su ogni nostra possibilità/capacità riformatrice, la
provocazione può servire più dell’analisi”. Una provocazione dunque, ma agisce
da capestro e condanna del Sud, irredimibile.
Cronache della
differenza: Napoli
Dopo la sagra dei parenti alla
Regione Campania – tutti eletti - la foto compiaciuta di gruppo dei capigruppo
in consiglio regionale, ben 13, e tutti maschi. Si dice tanto di Napoli, ma che
manchi il senso del ridicolo no.
Certo, molto capigruppo e
molti parenti non sono napoletani, sono campani. E la differenza è grossa.
Misurare la differenza fa Napoli, città capitale, e le province campane, con
quella, poniamo, tra Milano e le province lombarde, o tra Roma e il Lazio,
quanta somiglianza altrove e in Campania invece no, dovrebbe essere esercizio
istruttivo.
Omaggiata da Daniela Santanché
con false borse Hermès-Kelly, che poi aveva riciclato, Francesca Pascale, l’ex
compagna di Berlusconi, spiega sul “Corriere della sera” le sue ansie quando
“mi hanno chiamata dal negozio. Pensavo: tra una napoletana e una cuneese a chi
crederanno?”
Il più appassionato e continuo
interprete di Napoli a teatro, a Napoli, è un palermitano, Roberto Andò. Ora
con “Non posso narrare la mia vita”, su Enzo Moscato. Sul filosofo poeta,
drammaturgo e regista che per ultimo ha fatto teatro a Napoli, città teatrale –
animatore della “nuova drammaturgia napoletana” degli anni 1980. Dei “tipi” di
napoletano, quelli che lasciano la città pur restando napoletanissimi (Totò,
Eduardo, Pino Daniele, La Capria) e quelli che restano. Questi sono finiti con
Moscato?
S’inaugurano a Roma due
stazioni della metro, dopo dodici anni di lavori, dove sono esposti reperti
archeologici. Una delle due stazioni dal nome altisonante, Colosseo. Si spiega
così l’euforia dei media - per stazioni poi poco funzionali e scomode,
come la altre della metro Roma. Ma senza mai menzionare la metro di Napoli, che
da tempo anima con l’archeologia le tetre stazioni.
Il paragone che si fa è
“sembra New York”. Che vuol dire ignoranza – la metro di New York come esempio,
che è la più inquietante. Ma anche che Napoli è fuori rotta.
Goffredo Fofi, napoletano
d’adozione, ha a proposito di Marotta (il ritratto è ora in “Arcipelago Sud”)
la “«piacioneria» partenopea”. Per dire: “Napoli è una miniera di volti e di
storie appassionanti, ma anche di quella superficialità che vuol essere per
forza simpatica, che spingeva Pasolini, che pure l’amava, a distinguere, come
egli diceva, tra «napoletani» e «napoletanini»”. Napoli in -ino, non si
penserebbe - è una città che va di corsa, anche quando sta ferma.
Sempre Fofi rievoca Natale
Montillo, il proprietario di un cinema a Castellammare di Stabia che si fece
distributore e anche produttore (“c’è il neorealismo, a Napoli si fanno film
con quattro soldi girando nelle strade, li posso fare anch’io”): “E si inventò la
Sap Film, che voleva dire Sant’Antonio Proteggimi Film”.
L’angelo della storia di Walter Benjamin è rivolto
all’indietro. Fuori di metafora, Napoli è capace del miracolo all’incontrario:
Casal di Principe, da tempo epitome irredimibile del malaffare, era – è – al
cuore della Terra di Lavoro, nomen omen. Che, anch’essa, è diventata
Terra dei Fuochi, di veleni sparsi nei campi. A volte si pensa che siano storie
inventate – il progresso al contrario, la povertà che viene con la ricchezza.
Sulla Tari pesano anche, si vede a Roma, i ricorsi degli esercizi commerciali, che sono tassati per cifre spropositate ma senza un servizio minimamente adeguato.
“È vero che si parte, anche senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, n bene andato smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto, un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un effetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo” - Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, un riordinamento in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in America.
Forse una nascita sola non basta, si vuole-deve riprovare. Ricostituire l’atto della nascita, in autogestione-autogestazione, una sorta di autofertilizzazione di se stessi. Si emigra anche di poco, dal paese alla città, ora anche all’inverso, dalla periferia al centro, o all’inverso, di pochi chilometri e addirittura di metri, da un quartiere all’altro, da una strada all’altra dello stesso quartiere. Riproponendo abitudini in un nuovo contesto, oppure mutandole. Per un bisogno di autorealizzazione oppure di scoperta? O delle sue cose insieme, ci si realizza scoprendosi – cambiando scena, recitazione, soggetti.
Si emigra – si cambia – anche solo per l’attrazione dell’ignoto, quando si presenta promettente. Per una forma di curiosità. Nuovi mondi non necessariamente sono migliori. Ma bisogna provare.
Al Sud la guerra finì prima, nel senso delle privazioni, della fame, già dopo l’8 settembre. Ma c’era fame ancora negli anni 1950, a Palermo, la capitale della Sicilia. Ricordando Danilo Dolci, in “Arcipelago Sud” (p. 94), Goffredo Fofi racconta: “A Trappeto”, oggi resort marino, a metà strada tra Palermo e Trapani, “vide un bambino che morì per denutrizione, fatto non insolito in quegli anni e luoghi di fame, ed è successo anche a me di vedere dei bambini morire di stenti, a Palermo. Ricordo sempre che i bambini di Cortile Cascino, anche piccolissimi, con le loro piccole unghie grattavano la calce dalle mura delle baracche e la mangiavano; ne parlai con un amico medico che mi spiegò che il calcio è fondamentale per la formazione delle ossa, e che i bambini erano guidati dall’istinto”.
Dolci scese a Palermo nel 1952. Fofi nel 1956.
“Riscoprire in sé il Sud e tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo del Sud; riconquistare la salute meridionale…. Diventare più vasti, più sovranazionali, più sovraeuropei, più orientali, infine più greci”. Non era molto tempo, è il Nietzsche filologo a Basilea, quando se ne stancò, 1879.
“La rendita non basta più, bisogna intaccare il capitale”, la vecchia litania dei vecchi zii sfaticati - quelli del circolo dei nobili-notabili-borghesi di Salvemini, Brancati, Sciascia (e di Camilleri, con qualche virtù) – non basta più. Il capitale è da tempo che non è più intonso, dal leghismo e anche prima. La simpatia ne era anche parte.
La simpatia si deve alla necessità che il Nord ha avuto e ha, i Nord hanno avuto, di un Sud meno tenebroso. Le Hawaii hanno prosperato solo su questo (modesto e remoto, modestissimo e remotissimo) capitale, o Tahiti e Bora Bora. Accessibili, parlanti. Mentre il Sud si macera nell’(auto)rifiuto, invece di farsene una copertina leggera, rinfrescante. Arcigno invece che simpatico, preso al laccio della (reciproca) insofferenza.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli insieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della Nazione, e tiene insieme Nord e ud e media i rispettivi interessi” - Goffredo Fofi, che tutta Italia ha conosciuto di prima mano, avendo vissuto e operato a Palermo, Torino, Milano, Roma e Napoli, in “Arcipelago Sud”, p. 36.
Dal tutto mafia non ci si salva. Fofi si cautelava: “So di esagerare, naturalmente, ma poiché mi pare che ben pochi sembrino accorgersi delle mutate condizioni socio-storiche al nostro interno e del rilievo che esse potrebbero avere in futuro, o comunque del peso che esse hanno su ogni nostra possibilità/capacità riformatrice, la provocazione può servire più dell’analisi”. Una provocazione dunque, ma agisce da capestro e condanna del Sud, irredimibile.
Dopo la sagra dei parenti alla Regione Campania – tutti eletti - la foto compiaciuta di gruppo dei capigruppo in consiglio regionale, ben 13, e tutti maschi. Si dice tanto di Napoli, ma che manchi il senso del ridicolo no.
Il paragone che si fa è “sembra New York”. Che vuol dire ignoranza – la metro di New York come esempio, che è la più inquietante. Ma anche che Napoli è fuori rotta.

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