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L'invenzione dell'indiano d'America
“Nel 1928, il capo Buffalo Child Long Lance
pubblicò un libro di memorie che fece scalpore nel mondo letterario. Si apriva
con il suo primo ricordo: aveva appena un anno, viaggiava in un marsupio di
muschio sulla schiena della madre, circondato da donne e cavalli. La mano della
madre sanguinava e lei piangeva. Long Lance scrisse che quando raccontò questo
ricordo alla zia anni dopo, gli fu detto che stava ricordando le
"emozionanti conseguenze di una lotta indiana" in cui suo zio Iron
Blanket era appena stato ucciso dai tradizionali nemici della tribù dei Piedi
Neri, i Crow. La mano della madre sanguinava perché si era amputata un dito in
segno di lutto. Il suo ricordo successivo fu di una caduta da cavallo all’età
di 4 anni…”. Insomma il perfetto indiano, le memorie furono un grande successo.
Anche mondano: Lancia Lunga poté vantare relazioni con Nastasha Rambova, l’ex
moglie di Rodolfo Valentino, e con Mildred McCoy, con la cantante Vivian Hart,
con la principessa Alexandra Victoria von Glūksburg, nuora dell’ultmo kaiser
Guglielmo II, sposa del principe ereditario.
“Lunga Lancia era
incredibilmente bello, con spalle larghe e vitino da vespa, una pelle liscia e
ramata e folti capelli neri (sfiderà anche Tex, il 5 maggio del 2016, n.d.r.). Faceva ginnastica e lotta. Aveva combattuto con il
campione del mondo dei pesi massimi Jack Dempsey ed era stato compagno di
allenamento del leggendario olimpionico Jim Thorpe”, campione di decathlon e pentathlon,
star di tutti gli sport di squadra, footbal, basket, baseball. Non era un
cialtrone: si era arruolato nel 1916 in Canada per combattere nella Grande Guerra,
fu a Vimy Ridge, fu ferito due volte, si congedò col grado di capitano e la
Croce di Guerra. Ma nel 1932, poco più di tre anni dopo il successo delle “memorie”,
fu trovato morto “nel parco di una ricca donna bianca in California”, suicida. “Senza
un soldo, esiliato dall'alta società e assediato dalle accuse di non essere chi
diceva di essere, di aver sfruttato un'identità falsa per affermarsi nel mondo”.
Dirsi “nativo” - indiano, pellerossa – è facile. Tanto
più dopo le leggi protettive degli anni 1970, che hanno trasformato la “indianità”
da handicap in una sorta di privilegio. Per arricchirsi col gioco d’azzardo,
o avere una borsa di studio, o fare carriera accademica. Tanto da generare una
reazione: “Una cricca di sedicenti guardiani dell'identità indiana si è
formata, soprattutto sui social media, per denunciare gli intrusi”. Sulle
ambiguità del problema è basata una serie di successo dal 2022, “Reservation Dogs”.
Treuer, professore di Letteratura all’università di
California Sud, a Los Angeles, lavora col fratello maggiore Anton, professore
di Storia, alla ricostituzione, più che della “tradizione” tribale, della
lingua, Ojibwe - ogibue, o ogibué, o anche chippewa. Sicuramente non dall’“iscrizione”
nei registri della riserva.
David Treuer, Who Gets to Be Indian – And
Who Decides?, “The Atlantic”, free online (leggibile anche in italiano, Chi può essere indiano –
e chi decide?)
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