zeulig
Grecia – I greci non sono greci, secondo molta filosofia tedesca,
e soprattutto Nietzsche.
Per molti filosofi per l’“immigrazione dal Nord”.
Per Nietzsche filologo i culti greci più arcaici suggeriscono un’origine
mongola. Mentre semiti (fenici) sono Afrodite e Zeus.
Nell’ultimo corso
tenuto a Basilea, “Il servizio divino dei Greci”, azzardando un’analisi
comparativa delle religioni del Mediterraneo in ottica quasi positivista,
Nietzsche nega tutto ai Greci: non c’è una specificità greca, non culturale (e
nemmeno “razziale”), non ci sono miracoli nella cultura greca, i greci antichi
sono orientali.
Nietzsche parte dalla dissoluzione del concetto di razza: “Che cosa sono i «Greci
di razza»? Non basta supporre che Italici, accoppiati a elementi traci e
semitici, sono diventati Greci?” E dalla contaminazione: ogni “razza” è
meticciato, ogni cultura contaminazione. La “grandezza greca” è proprio in questa
capacità di assorbimento. Resta il problema dei “barbari”.
Inadeguatezza – Deriva dal culto di sé, e fa macchia
d’olio, in quanto modio di essere comune. L’insicurezza è l’esito dell’autocentramento.
Massimo Ammaniti invita ad “avere dubbi e riconoscere i propri limiti” come
forma di autoprotezione, da psicoanalista di lunga esperienza e pedagogo: “Oggi
molti vivono in modo egosintonico, ossia senza interrogarsi rispetto a sé
stessi, senza il terzo occhio, quello che permette di riconoscere i propri limiti
e le proprie difficoltà. Avere una percezione diretta, di sé e del proprio corpo,
è un fenomeno molto diffuso”. Ma non rassicurante – non “formativo”: “Come nell’adolescenza,
quando i ragazzi si guardano allo specchio e sono presi da ansie somatiche e ipocondriache:
si parte dal corpo e si arriva all’identità”. Sartre, “L’essere e il nulla”,
“descrive il senso di inadeguatezza e vergogna che si prova quando gli altri
scoprono le proprie fragilità. Vedersi negli occhi degli altri oggi è tema centrale
della psicanalisi. Prima era incentrata sul mondo psichico interno, oggi valorizza
le relazioni, gli scambi, l’intersoggettività…”
L’egosintonia, paradossalmente, come un fattore di indebolimento – ansia,
ipocondria, somatismi.
Populismo – Corre in rete, è la forma della rete.
Anche nella forma della critica della rete, della “tecnofobia” – di cui del
resto fanno sfoggio i creatori e padroni stessi della rete.
È ragione più che sufficiente, da sola, della deriva sempre più ampia verso
il populismo. Più ragionevole che non ragioni economiche o sociali. Mai l’umanità
è stata così bene nella storia: in questi trentacinque anni di globalizzazione –
che sono anche quelli della crescita della rete e del populismo – due terzi dell’umanità
sono passati dalla sopravvivenza all’affluenza economica: unde populismus,
dunque?
Si spiega così anche l’invadenza del populismo in ambiente politico e culturale
che dovrebbe invece arginarlo o contrastarlo, come la Cina comunista.
La tecnologia è neutra, si dice. Ed è vero, si può anche pensare la rete come
un immenso foro di formazione e di elevazione – di pace. Ma “il mezzo è il
messaggio” di McLuhan non è meno vero. La tecnologia ha un suo essere, un modo
di dire e di produrre – in questo senso non è neutra, poiché comunque incide, autonomamente.
La regolamentazione degli effetti perversi non è a essa connaturata, richiese
analisi e atti precisi – la tecnologia non si autoregola, non secondo criteri
etici o logici (questi richiedono, oltre la consequenzialità, il limite, il
senso dell’utile, della convenienza - del senso della stessa consequenzialità).
Forme di correzione o di censura – di limitazione (di equilibrio, di pace).
Viaggio – “Il vero viaggio è un pellegrinaggio. Verso che cosa? E
perché? Non lo so…. Non ha da avere giustificazione. È un pellegrinaggio, una
scoperta e una sofferenza senza scopo. La ragione del viaggio è nello stesso viaggiare,
nella contemplazione del movimento su cui si fonda” - Franco
Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, p. 19, un riordinamento
in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in
America, scritto e pubblicato tardi, nel 2013 – a 87 anni, undici prima dela
morte.
P. 22: “È vero che si parte, anche senza
saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, un bene andato smarrito, ma
non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma
non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla
ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso del
viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando
cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si
ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di
se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto,
un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In
questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di
massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al
limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa,
provocarne un riorietamento profondo”.
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In
questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di
massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al
limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa,
provocarne un riorietamento profondo”.
Anzi, è una sorta di esperienza religiosa: “Se religione, più che «legame» secondo
l’incerta etimologia di «religio», è essenzialmente speranza di arrivare alla
meta, intravista anche da lontano, allora il viaggio, ogni viaggio, è, almeno
potenzialmente un’esperienza religiosa…. Un pellegrinaggio, sia pure verso il santuario
sconosciuto o addirittura inesistente”.
Ma è anche vero (p.24) che “si viaggia sempre più in fretta, con la
golosità di una bulimia indifferente ai contenuti, sorda alle situazioni, cieca
di fronte alle differenze. Si diventa dei lavandini. Il menù è sempre lo stesso.
I viaggi si sono stemperati in un solo linguaggio: un linguaggio «basic»,
semplificato, privo di risonanza, fatto di informazioni puramente esterne, rigorosamente
fattuali. Tutto è preciso, ma nello stesso tempo sciapo, prevedibile, scontato,
quasi come la cucina di un vagone ristorante. La varietà cede il passo
all’uniformità. La diversità si scioglie nella «sameness», cioè nella
«istessità». Avanza il cosmopolitismo anonimo, frenetico e impersonale.
zeulig@antiit.eu

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