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mercoledì 14 gennaio 2026

Letture - 603

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Avanguardie
– Berardinelli ne fa il funerale sul “Foglio” sabato 10, su tutti i fronti, innovazione, linguaggi, sensibilità, sotto forma di recensione-stroncatura di Vincenzo Trione, del suo ambizioso e corposo volume einaudiano “Rifare il mondo. L’età dell’avanguardia”. Con lo strumento di un saggio di Enzensberger, “scritto intorno al 1960”, quindi contro le avanguardie “storiche”, futurismo, dada, surrealismo, “Le aporie dell’avanguardia”. Ma con colpi di suo: “astuzia mercantile e autopromozionale”, e carrierismo, nei media e nell’accademia (Eco, Sanguineti…) – “un termine bellicoso” per “una specie di partito politico dell’arte che protegge i singoli artisti dal loro eventuale fallimento. Li giustifica ed interpreta a priori e garantisce il significato di qualunque opera”. E ancora: “Solo furbizia pubblicitaria”, per un “successo nominalmente garantito: cioè un certo uso della stupidità calcolata da «finto tonto»”.
 
Avanspettacolo - “Secondo alcuni, per esempio Fellini, alle origini del neorealismo c’è il documentario di guerra di Rossellini, i film di guerra di Rossellini, ma anche la tradizione dell’avanspettacolo, non a caso in «Roma città aperta», il film che dà il via alla grande storia del cinema italiano del dopoguerra, i protagonisti sono Magnani e Fabrizi, che sono due vecchie volpi del teatro di varietà” (G. Fofi, “Arcipelago Sud”, p. 162).
 
Barocco – è vanitoso, spiega Borges nella lunga intervista tv in Spagna nel 1976, “Il linguaggio dell’intimità”: “Il barocco si contraddistingue per il peccato della vanità: se uno scrittore adotta uno stile barocco è come stesse pregando che lo si ammiri… In John Donne, o Quevedo, ad esempio, si percepiscono una certa vanità e una certa superbia dello scrittore”.
 
Cecità – Non soltanto impedisce la lettura ma isola. Anche da se stessi. Lo spiega Borges nell’intervista alla tv spagnola del 1980, “Non c’è nessuno allo specchio”, 36-37. Continuare  a leggere si può, con l’aiuto di visitatori occasionali, amici. Anche studiare si può: da cieco Borges ha studiato l’anglosassone, e ora, a 25 anni dal 1955, quando perse del tutto la vista, studia “l’islandese, la lingua madre dello svedese, del norvegese, del danese, e in fin dei conti anche dell’inglese”. Non si perde naturalmente l’ironia: “Persi definitivamente la capacità di leggere nel 1955, l’anno in cui mi nominarono direttore della Biblioteca Nacional… Così i miei amici rimasero privi di un volto, persero le lettere e comprovai, come scrissi anche una mia poesia, che non c’è nessuno allo specchio” – neanche se stesso: “Mi trovo davanti a uno specchio e non so quale orribile anziano dall’altra parte mi sta guardando”.
 
Einaudi – “Fui «protetto» all’Einaudi da Panzieri e da Renato Solmi”, Goffredo Fofi ricorda a un certo punto in “Arcipelago Sud”, “quando mi accinsi a un’inchiesta sull’immigrazione meridionale a Torino….  Questo costò a Panzieri e Somi il licenziamento quando su quell’inchiesta i redattori della casa editrice si divisero e vinse la maggioranza di influenza comunista, bocciandone la pubblicazione, in realtà, come tutti sapevano bene, perché in quell’inchiesta si attaccava duramente la Fiat e la sua politica nei confronti degli immigrati. A dirlo con più chiarezza di tutti fu, sorprendentemente, Massimo Mila, il grande musicologo”.
 
Gioia – Attraverso il proprio nome ebraico, Simcha, che vuol dire gioia, il narratore di Pachet, “Autobiografia di mio padre”, si lega a Freud, “il senso della parola Freude è pressappoco lo stesso”, e a Joyce - ma Freud trova “un mio illustre contemporaneo a cui credo di avere molto da rimproverare”.
 
Italia –“Mille anni fa Guittone d’Arezzo ideò la scrittura delle note, permettendo così al canto e alla pratica strumentale occidentale di evolersi” – “Robinson” celebra i mille anni della “notazioe guidoniana”: “Senza la notazione guidoniana… non si sarebbe sviluppata la polifonia, tante voci che cantano insieme linee melodiche differenti, né tutto ciò che ne è derivato, compresa l’orchestra sinfonica”. Né la composizione, la possibilità di azionare questa complessità “grazie al fatto di averla tutta sott’occhio in partitura”.
“A Guido si devono i nomi attuali delle note, perlomeno cinque su sette: re, mi, fa, sol, la. E ut, ancora impiegato dai francesi, in Italia sostituito nel ‘600 dalla sillaba do”. Mentre inglesi e tedeschi “conservano tuttora l’antica denominazione latina, con le lettere dell’alfabeto: A è la, B è si oppure si bemolle, C è do, eccetera”.
 
Orlando – Il racconto di V.Woolf è modellato su Vita Sackville-West, si sa. Ma l’autrice così ne scriveva all’amica il 20 marzo 1929: “ORLANDO È FINITO!!! Hai sentito una specie di strappo, come se ti stessero spezzando il collo, sabato scorso, all’una meno cinque?”. Per concludere: “Per tuti questi mesi ho vissuto dentro di te - e ora che ne esco, come sei veramente? Esisti? Ti ho inventata?”
 
Pasolini – Pedagogista lo vuole Fofi in “Arcipelago Sud”, 210, “come don Milani”: “Pasolini e don Milano restano, a parer mio, i più grandi pedagogisti della generazione succeduta a quella dei Codignola dei Borghi dei Capitini dei De Bartolomeis, delle Montessori e delle Zoebeli. Gli ultimi, ahinoi, dei gradi pedagogisti italiani del dopoguerra, della ricostruzione («pedagogisti» vollero essere anche dei grandi scrittori come Calvino, come Sciascia, come Fortini)”.
 
“Non capiva granché” di musica e si affidava a Elsa Morante, nel ricordo di G. Fofi, “Arcipelago  Sud”,147. Cioè alle registrazioni di musica popolare che Alan Lomax aveva effettuato un decennio prima: “Il disco con i canti popolari meridionali”, raccolti da Lomax, “lo possedeva e ascoltava spesso Elsa Morane, che se ne servì, siccome Pasolini sul piano della musica non capiva granché e di lei si fidava, per il commento musicale di alcuni film, a cominciare dal «Vangelo», da Bach alla «Missa Luba» africana, musiche che commentano la vita di Gesù e danno al film una forza he con le sole immagini non avrebbe avuto. Tra le musiche che la Morante passò a Pasolini quelle raccolte da Lomax commentano soprattutto il suo «Decameron», tranne, se ben ricordo, nell’episodio friulano”.
 
Regalpetra  - “«Le parrocchie di Regalpetra», con cui Sciascia si fece conoscere nel 1956, si chiamano così in omaggio alla Petra di Nino Savarese, altro notevolissimo scrittore dimenticato”, G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 127 (“altro” in aggiunta a Francesco Lanza, di cui Fofi sta trattando).
La Petra di Savarese è “la vicina Enna,… protagonista di un grande, «sintetico» e avanguardistico romanzo storico di Savarese, «I fatti di Petra. Storia di una città», 1937”.
 
Romanzi francesi – Pierre Pachet, che di francese, di letteratura francese, fu professore a Parigi, romanziere in proprio, prix Roger Caillois, ne fa fare l’anamnesi al padre, nella “Autobiografia di mio padre”, grande lettore di romanzi anche in Francia, immigrato dalla Bessarabia: “Mi piaceva molto quando un libro descriveva con esattezza un certo ambiente, una certa epoca”, e uno pensa subito a Proust ma no, “e i francesi sono famosi per la loro «psicologia», si fa presto a passare da Bergson a Bourget”. Con un limite: “Qui in Francia gli scrittori sono spesso professori di liceo”.
In effetti Ernaux lo è – lo è stata. Ma questo è un limite: “Non hanno visto molto, nelle storielle di sesso trovano il loro esotismo”. In effetti - sempre Ernaux (anche Carrère?). Ma, soprattutto, i francesi non sono russi – opina l’Opatchevsky-Pachet: ”Čechov era medico, come anche un musicista russo, ma quale?” - è Borodin.
 
Sorelle – Quella di Nietzsche, Elizabeth, quella di Pascoli, Maria, fine Ottocento, hanno segnato l’opera (l’analisi dell’opera) dei fratelli. Entrambe d vote alla destra estrema dopo la Grande Guerra, a Hitler e a Mussolini. Contro i principi e le opere dei fratelli.  

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