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Avanguardie – Berardinelli ne
fa il funerale sul “Foglio” sabato 10, su tutti i fronti, innovazione,
linguaggi, sensibilità, sotto forma di recensione-stroncatura di Vincenzo Trione,
del suo ambizioso e corposo volume einaudiano “Rifare il mondo. L’età dell’avanguardia”.
Con lo strumento di un saggio di Enzensberger, “scritto intorno al 1960”, quindi
contro le avanguardie “storiche”, futurismo, dada, surrealismo, “Le aporie dell’avanguardia”.
Ma con colpi di suo: “astuzia mercantile e autopromozionale”, e carrierismo, nei
media e nell’accademia (Eco, Sanguineti…) – “un termine bellicoso” per “una
specie di partito politico dell’arte che protegge i singoli artisti dal loro
eventuale fallimento. Li giustifica ed interpreta a priori e garantisce il
significato di qualunque opera”. E ancora: “Solo furbizia pubblicitaria”, per
un “successo nominalmente garantito: cioè un certo uso della stupidità calcolata
da «finto tonto»”.
Avanspettacolo - “Secondo
alcuni, per esempio Fellini, alle origini del neorealismo c’è il documentario
di guerra di Rossellini, i film di guerra di Rossellini, ma anche la tradizione
dell’avanspettacolo, non a caso in «Roma città aperta», il film che dà il via
alla grande storia del cinema italiano del dopoguerra, i protagonisti sono
Magnani e Fabrizi, che sono due vecchie volpi del teatro di varietà” (G. Fofi, “Arcipelago
Sud”, p. 162).
Barocco – è vanitoso,
spiega Borges nella lunga intervista tv in Spagna nel 1976, “Il linguaggio dell’intimità”:
“Il barocco si contraddistingue per il peccato della vanità: se uno scrittore adotta
uno stile barocco è come stesse pregando che lo si ammiri… In John Donne, o Quevedo,
ad esempio, si percepiscono una certa vanità e una certa superbia dello
scrittore”.
Cecità – Non soltanto
impedisce la lettura ma isola. Anche da se stessi. Lo spiega Borges
nell’intervista alla tv spagnola del 1980, “Non c’è nessuno allo specchio”,
36-37. Continuare a leggere si può, con l’aiuto
di visitatori occasionali, amici. Anche studiare si può: da cieco Borges ha
studiato l’anglosassone, e ora, a 25 anni dal 1955, quando perse del tutto la
vista, studia “l’islandese, la lingua madre dello svedese, del norvegese, del danese,
e in fin dei conti anche dell’inglese”. Non si perde naturalmente l’ironia: “Persi
definitivamente la capacità di leggere nel 1955, l’anno in cui mi nominarono
direttore della Biblioteca Nacional… Così i miei amici rimasero privi di un
volto, persero le lettere e comprovai, come scrissi anche una mia poesia, che
non c’è nessuno allo specchio” – neanche se stesso: “Mi trovo davanti a uno
specchio e non so quale orribile anziano dall’altra parte mi sta guardando”.
Einaudi – “Fui «protetto»
all’Einaudi da Panzieri e da Renato Solmi”, Goffredo Fofi ricorda a un certo punto
in “Arcipelago Sud”, “quando mi accinsi a un’inchiesta sull’immigrazione meridionale
a Torino…. Questo costò a Panzieri e
Somi il licenziamento quando su quell’inchiesta i redattori della casa editrice
si divisero e vinse la maggioranza di influenza comunista, bocciandone la
pubblicazione, in realtà, come tutti sapevano bene, perché in quell’inchiesta
si attaccava duramente la Fiat e la sua politica nei confronti degli immigrati.
A dirlo con più chiarezza di tutti fu, sorprendentemente, Massimo Mila, il
grande musicologo”.
Gioia – Attraverso il
proprio nome ebraico, Simcha, che vuol dire gioia, il narratore di Pachet,
“Autobiografia di mio padre”, si lega a Freud, “il senso della parola Freude
è pressappoco lo stesso”, e a Joyce - ma Freud trova “un mio illustre contemporaneo
a cui credo di avere molto da rimproverare”.
Italia –“Mille anni fa
Guittone d’Arezzo ideò la scrittura delle note, permettendo così al canto e alla
pratica strumentale occidentale di evolersi” – “Robinson” celebra i mille anni
della “notazioe guidoniana”: “Senza la notazione guidoniana… non si sarebbe
sviluppata la polifonia, tante voci che cantano insieme linee melodiche
differenti, né tutto ciò che ne è derivato, compresa l’orchestra sinfonica”. Né
la composizione, la possibilità di azionare questa complessità “grazie al fatto
di averla tutta sott’occhio in partitura”.
“A Guido si devono i nomi attuali delle note, perlomeno cinque su sette: re,
mi, fa, sol, la. E ut, ancora impiegato dai francesi, in Italia sostituito nel
‘600 dalla sillaba do”. Mentre inglesi e tedeschi “conservano tuttora l’antica
denominazione latina, con le lettere dell’alfabeto: A è la, B è si oppure si
bemolle, C è do, eccetera”.
Orlando – Il racconto di
V.Woolf è modellato su Vita Sackville-West, si sa. Ma l’autrice così ne
scriveva all’amica il 20 marzo 1929: “ORLANDO È FINITO!!! Hai sentito una
specie di strappo, come se ti stessero spezzando il collo, sabato scorso, all’una
meno cinque?”. Per concludere: “Per tuti questi mesi ho vissuto dentro di te -
e ora che ne esco, come sei veramente? Esisti? Ti ho inventata?”
Pasolini – Pedagogista lo vuole
Fofi in “Arcipelago Sud”, 210, “come don Milani”: “Pasolini e don Milano restano,
a parer mio, i più grandi pedagogisti della generazione succeduta a quella dei
Codignola dei Borghi dei Capitini dei De Bartolomeis, delle Montessori e delle Zoebeli.
Gli ultimi, ahinoi, dei gradi pedagogisti italiani del dopoguerra, della
ricostruzione («pedagogisti» vollero essere anche dei grandi scrittori come
Calvino, come Sciascia, come Fortini)”.
“Non capiva granché” di musica e si affidava a Elsa Morante, nel ricordo
di G. Fofi, “Arcipelago Sud”,147. Cioè alle
registrazioni di musica popolare che Alan Lomax aveva effettuato un decennio
prima: “Il disco con i canti popolari meridionali”, raccolti da Lomax, “lo
possedeva e ascoltava spesso Elsa Morane, che se ne servì, siccome Pasolini sul
piano della musica non capiva granché e di lei si fidava, per il commento
musicale di alcuni film, a cominciare dal «Vangelo», da Bach alla «Missa Luba» africana,
musiche che commentano la vita di Gesù e danno al film una forza he con le sole
immagini non avrebbe avuto. Tra le musiche che la Morante passò a Pasolini quelle
raccolte da Lomax commentano soprattutto il suo «Decameron», tranne, se ben
ricordo, nell’episodio friulano”.
Regalpetra - “«Le parrocchie di Regalpetra», con cui Sciascia si fece conoscere nel
1956, si chiamano così in omaggio alla Petra di Nino Savarese, altro
notevolissimo scrittore dimenticato”, G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 127 (“altro”
in aggiunta a Francesco Lanza, di cui Fofi sta trattando).
La Petra di Savarese è “la vicina Enna,… protagonista di un grande, «sintetico»
e avanguardistico romanzo storico di Savarese, «I fatti di Petra. Storia di una
città», 1937”.
Romanzi francesi – Pierre
Pachet, che di francese, di letteratura francese, fu professore a Parigi, romanziere
in proprio, prix Roger Caillois, ne fa fare l’anamnesi al padre, nella “Autobiografia
di mio padre”, grande lettore di romanzi anche in Francia, immigrato dalla
Bessarabia: “Mi piaceva molto quando un libro descriveva con esattezza un certo
ambiente, una certa epoca”, e uno pensa subito a Proust ma no, “e i francesi sono
famosi per la loro «psicologia», si fa presto a passare da Bergson a Bourget”. Con
un limite: “Qui in Francia gli scrittori sono spesso professori di liceo”.
In effetti Ernaux lo è – lo è stata. Ma questo è un limite: “Non hanno visto
molto, nelle storielle di sesso trovano il loro esotismo”. In effetti - sempre
Ernaux (anche Carrère?). Ma, soprattutto, i francesi non sono russi – opina l’Opatchevsky-Pachet:
”Čechov era medico, come anche un musicista russo, ma quale?” - è Borodin.
Sorelle – Quella di
Nietzsche, Elizabeth, quella di Pascoli, Maria, fine Ottocento, hanno segnato l’opera
(l’analisi dell’opera) dei fratelli. Entrambe d vote alla destra estrema dopo
la Grande Guerra, a Hitler e a Mussolini. Contro i principi e le opere dei
fratelli.
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