Cerca nel blog

domenica 17 maggio 2026

Cronache dell’altro mondo – scristianizzate (405)

“Sono un professore di Princeton. Molti studenti non sanno nulla del cristianesimo”, scrive al “Washington Post” Gregory Conti, che a Princeton insegna Scienza Politica. Non un caso isolato, afferma: “Gli studenti delle università della Ivy League (le più prestigiose e costose, n.d.r.) soffrono di analfabetismo religioso.” E ciò ha ripercussioni sull’apprendimento e la capacità di analisi.
“Alcuni anni fa un mio collega a Princeton ha tenuto un seminario su religione e libertà di parola”. Che stentava a decollare. “Finché non scoprì il perché: aveva fatto ripetutamente riferimento ai Dieci Comandamenti, e molti studenti non sapevano cosa fossero”.
Succede anche altrove: all’università “è sempre più frequente incontrare studenti che non conoscono gli aspetti più basilari del cristianesimo, come la differenza tra Antico e Nuovo Testamento o tra cattolici e protestanti. Raramente riconoscono i riferimenti biblici presenti nelle opere di Shakespeare o nel secondo discorso inaugurale di Lincoln (o, per esempio, nel primo di Obama)”. Studenti per lo più “brillanti, coscienziosi e curiosi”.
L’ignoranza “in materia di idee religiose” rende difficile capire molta storia, e “un’ampia gamma di opere d’arte, di letteratura, di filosofia dell’Occidente” – “né Shakespeare, né Austen, né Mozart, né Rembrandt, né John Ford, né Oscar Wilde possono essere apprezzati senza una solida base nel cristianesimo”.
Una novità preoccupante, “persino per i non credenti come me”. Carl Schmitt ha potuto sostenere che “tutti i concetti politici sono concetti teologici secolarizzati”. In ogni caso “la mancanza di contatto con la religione – e in particolare con il cristianesimo e la sua storia – rappresenta un ostacolo alla padronanza di molte materie”. Nel solo campo del pensiero politico. Di Thomas Hobbes, p.es., il teorico dello “Stato laico moderno”, di pensiero “straordinariamente egualitario”, ma solo se si “possiede una certa sensibilità religiosa”. O di Rousseau, perseguitato “egualmente dai cattolici e dai protestanti”, che però può dirsi “il solo uomo in Francia che realmente ha creduto in Dio”. O di Marx, peraltro uno di famiglia di rabbini – se non altro per l’egualitarismo, o per “l’oppio dei popoli”.

La guerra per la pelle dopo la guerra

“I prezzi dei bambini e delle ragazze, da qualche giorno, erano caduti e continuavano a ribassare”. Napoli 1944, liberata cioè occupata, miserabile, e il commercio del sesso ultimo rifugio, disperato. Ma, poi, “una terribile peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell’ottobre del 1943, gli eserciti alleati vi sono entrati come liberatori: una peste che corrompe non il corpo ma l’anima, spingendo le donne a vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé” - l’anamnesi migliore è quella dei curatori della riedizione, Caterina Guagni e Giorgio Pinotti. Il “romanzo” – i racconti in realtà – è di una mezza dozzina di forme di abiezione. La pelle è degli occupati, la peste, si può dire, dei liberatori.
Un “romanzo” che si vuole osceno. Ma nel senso della pietas, della umana comprensione. Che si manifesta nel racconto della nobile Caracciolo che si denuda per rivestire dei suoi rasi e le scarpine di seta la ragazza povera morta sotto le bombe: per farne alla tumulazione una Principessa delle Fate, una Madonnina.
La più terribile narrazione della sconfitta – plastica, realistica. Con l’ammonizione, in esergo, ai vincitori, l’invito alla prudenza – Malaparte è narratore dal vivo, in medias res, sa di cosa si tratta: “Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti,\ i vincitori si salveranno” - Eschilo, “Agamennone”. Una scrittura che non si dimentica.
Non una novità – se non la “pubblicazione” online dell’intera edizione Adelphi, in anastatica. Ma la conferma di uno scrittore notevolissimo. A lungo in uggia alla critica autorevole - canonica o “impegnata”, politicamente corretta, e non libera. Uno di cui Kundera poteva dire, a proposito di “La pelle” e in generale: “Con le sue parole fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre. Non uno scrittore impegnato. Un poeta”. Ma non un cinico, come si professava, qui specialmente: di forte senso morale, seppure istrionico. Non “impegnato”, anzi volutamente, polemicamente, disimpegnato, eppure un uomo del suo tempo, come nessun altro scrittore della guerra.
Curzio Malaparte,
La pelle, Adelphi, pp. 379  € 14
leggibile gratuitamente in rete
https://www.rodoni.ch/A9/malaparte-pelle.pdf