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sabato 19 novembre 2016

Il papa del sorriso muore

Esattamente non si sa, potrebbe anche essere sopravvissuto – questo dipenderà dalla ricezione del serial. Ma il colpo che il papa ha avuto alla sua prima apparizione in pubblico, così scenografica, dal frontone della basilica sulla piazza San Marco, apoplessia, infarto, dissezione dell’aorta, potrebbe essere stato fatale. Intervenuto dopo l’aura fortissima dei genitori che scompaiono - morti, chissà, vagabondi. Una fine simbolica, anche la morte dei genitori un bambino soffre come un abbandono, che lascia il papa solo, come deve essere per ogni indignado.
È su due figure del tempo, il giovane indignado e il papa venuto dalla fine del mondo, che Sorrentino ha costruito il serial. Verboso, per dire che è serio (e per ridurre i costi? ogni scena è un patrimonio), non la telenovela delle frasi smozzicate. Come è di entrambe le figure modello. Entrambe isolate, l’indignado in piazza, il papa nei palazzi. Veritiero: i sacerdoti che si vedono in Vaticano e a Roma, in prevalenza ora non mediterranei, bianchi e neri, sono aitanti, sportivi, fumatori, e parlano liberamente, niente di pretesco. E naturalmente straordinario: immaginifico, lussurioso, come solo può oggi distinguersi il cinema da youtube, dal video virale, dalla scenetta.
O forse anche – così è nell’esito – su una terza figura del tempo, rovesciata: il rifiuto della folla indistinta della contemporaneità, dei social, anonimo, incolore. Cui il giovane papa si rifiuta dal balcone, finendo per incontrarla in “non luoghi”, la stazione di servizio, l’autogrill. Il film laico di Sorrentino sarebbe così un luogo di spiritualità, per gli spettatori sperduti in questa contemporaneità chiacchierona e vacua, unidimensionale e spenta. Un deserto sottolineato dall’amore del papa per la giovane coppia che vuole un figlio. E dalla scenografia che sempre lo rappresenta in luoghi chiusi, anche intimi, pieni di vita: un soffitta, uno studiolo, il bagno, giardini vissuti, animando gli stessi solenni appartamenti papali. 
Piace legarne anche l’idea a Eco, alla sua delusione da ultimo per la mediocrità del contemporaneo, della visibilità o esibizionismo, e dello tsunami social. Non un legame specifico, la delusione è ampia, e forse generale, ma sì per il fatto visivamente dominante del giovane papa che fuma, in ogni circostanza. Di cui alla barzelletta del domenicano e del gesuita nell’apologo “My heart belongs to daddy” di Umberto Eco sull’“Espresso” qualche anno fa. Il gesuita fuma. Il domenicano chiede: come puoi? Ho chiesto il permesso, dice il gesuita. L’ho chiesto anch’io ma me lo hanno negato, dice il domenicano. E come l’hai chiesto? Ho chiesto: posso fumare mentre prego? E ti hanno risposto no, certo, dovevi chiedere: posso pregare mentre fumo? Il fumo come preghiera, dunque. Che non è solo una barzelletta, è filosofia al quadrato, logica e mistica.
È una spiritualità fatta di fisicità – al confronto appunto con la sterilizzazione della rete: fumo, sport, amicizie, affetti. Col supporto di un linguaggio semplice, quello di tutti. Del papa, dei suoi amici e anche del suo segretario di Stato. Finalmente ripulito dal pretesco - il modo diporgere dei sacerdoti è rimasto quello che Molière prendeva in giro, d ei tartufi, già dunque alcuni secoli fa.   
Una rappresentazione del potere, che si vuole solitario, ma più veritiera: senza compiacimento - non c’è gioia nel potere, se non si diletta della crudeltà. Un papa che si rifiuta di “fare il papa”: dare carezze e benedizioni – sono “esibizionismo”. E ha un Dio, quello che sorride: dai fedeli vuole che sorridano, e ne è felice, certo che un giorno sarà in grado di abbracciarli “a uno a uno”.
Un’idea geniale, cioè semplice. E un’opera d’autore che farà epoca, di forza evocativa e suggestione impressionanti. Tanto più nel silenzio che lo accoglie, fragoroso – non di sbadataggine. 

Paolo Sorrentino, The young pope

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