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sabato 9 novembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (408)

Giuseppe Leuzzi


Il teatro italiano non esiste, argomenta Montale in “Auto da fé”, 322: “Il pubblico sa che l’ultimo  nostro grande poeta di teatro fu Goldoni, che non era poi un Molière”. Cita D’Annunzio, ma non Pirandello. E quando lo recupera, a p. 326, è per deriderlo – anche se, dice per inciso, “personalmente lo ritengo migliore dei vari Ionesco e Beckett”.
Un caso di misoneismo? Montale non ne era affetto, anzi.

Chiara Condò, che a Tropea tiene aperta eroica una libreria, “Il pensiero meridiano”, sentita dal “Robinson” di “la Repubblica” su una richiesta assurda ricevuta in negozio, dice: “Vendete profumi? Li cerco al muschio bianco, però…”…”..Che non è vero - salvo cecità (ma i non vedenti non capiscono dagli odori, dai rumori?). Ma, certo, vendere libri al Sud richiede fantasia – bisogna farsi coraggio. 

La natura vuole ingegno
A cavaliere del 1960 su “La Nazione” di Firenze di Alfio Russo, direttore in procinto di passare al “Corriere della sera”, il commentatore economico, un illustre accademico, sanciva a giorni alterni  la derelizione delle colture toscane, perché il poggio dilava con le piogge, s’impoverisce di humus, inaridisce. Inoltre, non è coltivabile con le tecniche meccaniche.
Negli stessi anni, primi 1960, le “crete senesi” non avevano prezzo. Sulla stessa “Nazione” si vendeva – si vendevano tra i “piccoli annunci”, come un qualsiasi oggetto di scarso valore, a poche lire il mq – le “crete senesi” a prezzi da regalo. Il ricordo è che un ettaro di uliveto nella Piana di Gioia Tauro comprava cento ettari di “crete senesi”.
Poi il poggi toscano è stato valorizzato, con le colture a terrazze circolari, con mezzi meccanici agili. E coltivati a vigna, principalmente, con ottima esposizione, sono rinvenuti miniere. Anche le crete senesi sono ora inavvicinabili, se non ai facoltosi. Tra terme, fitness, serre, fiori e frutta hanno quotazioni da centro urbano.
Il 1960 è già sessant’anni fa, ma la valorizzazione delle “crete senesi” data almeno di una trentina d’anni buona. Il girapoggio e il vino anche di più.
Sintetizzava Gadda nel 1945 il miracolo lombardo, dell’area probabilmente oggi più ricca d’Europa, con la perseveranza: “Sopra i fieni e i formaggi è stata organizzata nel decorso ottantennio una sopraprovincia industriale, e poi idroelettrica…”, negli ottanta anni dalla unità alla seconda guerra mondiale. La natura vuole ingegno.

La mafia è turca se bionda
Finalmente, dopo una ventina d’anni di sbarchi nel crotonese, la vecchia rotta dei venti della  Magna Grecia, con partenza i primi tempi proprio da Smirne, si ipotizza una mafia turca dell’immigrazione clandestina. Si vedono mafie dappertutto, ma non dove ci sono. Anche se evidenti, come nell’immigrazione.
Si scopre la mafia turca per un caso. Una curiosità: gli scafisti da qualche tempo sono biondi e con gli occhi azzurri. Sono ucraini. Un’ottantina sono stati identificati, e uno ha spiegato come funziona. Si governa l’immigrazione così, per caso, dal colore degli occhi. È un’emergenza solo per i giornali. E per i morti certo, realtà terrificante – ma questi sono nel Canale di Sicilia.
Ma anche qui: gli scafisti muoiono anche loro, con i poveri africani? Non si sa.
E gli africani che indirizzano queste famiglie allo sbaraglio? Ci sono agenzie per questo, in Nigeria, in Ghana, in Senegal.

Montale protoleghista
Tutto bene nel pamphlet di Corrado Alvaro “L’Italia rinunzia?”, “efficacissime pagine”, dice Montale: il timore che nulla cambi caduto il fascismo, lo sdegno per l’occasione forse già perduta dagli italiani di “trar partito”, nella sintesi di Montale, “dalla catastrofe che li ha colpiti per svolgere fino in fondo le premesse rivoluzionarie del nostro risorgimento”. D’accordo anche che l’atteso “vento del Nord” si sia sgonfiato prima ancora della liberazione. D’accordo perfino, sempre Montale che “l’Italia non è il nord o non è tutta il nord: i suoi problemi non possono essere perennemente demandati al giudizio e al profitto del settentrione”. Ma con una prima botta polemica: “Perfettamente d’accordo con Alvaro: oggi che si parla persino (in Italia!) di nordisti e sudisti, come se il nostro paese fosse un immenso continente e in esso esistesse un mezzogiorno di negri da redimere, nessun italiano memore della nostra civiltà vorrà definirsi nordista e mettersi perciò sullo stesso livello spirituale dei seguaci dell’on. Finocchiaro Aprile”, il leader del separatismo siciliano, “separatista e perciò sudista fino alla sudiceria”.
A seguire una seconda botta: “Si ha l’impressione che Alvaro faccia troppo carico al nord dello stato in cui si trova il nostro mezzogiorno, che secondo lui sarebbe stato deliberatamente tenuto in condizioni coloniali per servire da mercato alle eccedenze dei prodotti industriali del nord”.
Non posso escluderlo, concede Montale, e non posso nemmeno rifarmi alla questione meridionale quale fu impostata da Salvenini - delle borghesie inette del Sud – “ma voglio pregare Alvaro di dirmi a quali deleteri influssi settentrionali è possibile ascrivere quello spirito di omertà e di «comparizio»  che rende quasi impossibile al sud un sano sviluppo della vita politica”. Già.
È ben vero”, concede Montale, “che la Sicilia da sola potrebbe avere un solido bilancio”, esportando gli agrumi e lo zolfo,”e che il «continente» se n’è servito per arrotondare i suoi bilanci lasciando in quelle condizioni che tutti sanno; ma difficilmente si potrà ascrivere a congiure nordiste la tipica atmosfera balcanica, levantina, che si è sempre respirata a Roma, col fascismo e senza il fascismo”. Il leghismo ha le sue ragioni.
Montale si esprimeva così sul “Mondo” di Firenze che lui dirigeva, 1945. In recensione a Corrado Alvaro, e poi in breve in risposta a Mario La Cava, che contestava la recensione (sulla contestazione di La Cava interveniva anche, molto più lungamente e polemicamente, Gadda – v. “A Sud del Sud” (407)). Montale leggeva poco e malvolentieri – ha fatto molte recensioni, ma spesso se le faceva scrivere, da amici e ammiratori. Il pamphlet di Alvaro doveva averlo specialmente stimolato, indignato.
La lunga contestazione di La Cava alla recensione di Montale non è stata ripresa nella raccolta dei suoi scritti “A proposito della questione meridionale”.

Puglia
Conte annunzia un piano per il Sud - piano che non c’è - ai telegiornali, il giorno in cui consente agli acquirenti dell’ex Ilva di ritirarsi legalmente, e la Svimez certifica la recessione profonda del Sud. Impassibile, con lo stesso tono neutro di sempre.

Un piano pianoforte? Verticale? A coda? Tanta improntitudine non sarebbe pensabile, dello scudo penale no, poi sì, poi no, poi ancora sì e ora no, che ha consentito a ArcelorMittal di abbandonare Taranto. Ma è scritto.

Dovendo razionalizzare - in economia funziona così – Conte ha offerto ai Mittal il pretesto avvocatesco per abbandonare l’ex Ilva. Che avevano acquisito solo perché non andasse al concorrente Jindal, altro gruppo indiano, già presente a Piombino. Con uno stabilimento che perde cinquanta milioni al mese, in un mercato in sovrapproduzione, Mittal voleva solo una scusa per poter recedere legalmente dall’acquisto. L’avvocato Conte pronto gliel’ha trovata.

Vuole chiudere Taranto sopra tutti Barbara Lezzi, una grillina che è stata ministra per il Sud e non ha combinato niente – ha solo assunto la figlia del suo compagno.
Il pugliese è operoso, specie a Milano. Lezzi, a parte la capigliatura, da bellezza salentina, è operosa di chiacchiere.

Un investimento di 4,5 miliardi per Taranto, di cui 1,2 per la bonifica. Di questo Arcelor Mittal si era fatta carico. Mentre nulla si era fato quando l’Ilva era pubblica, Italsider, di Stato. I pugliesi che dominavano la politica della Repubblica, Moro, D’Alema, se n’erano dimenticati.

Parla Conte parole persuasive sempre ma inconsistenti. Che vogliono dire un’altra cosa, un sottinteso, oppure soltanto nulla. Come Emiliano, il presidente della Regione, che non si sa cosa pensa, ma ne vuole di più. La giostra di parole usava chiamare levantinismo, di cui Bari si voleva il centro – ne era maestro Moro.

È certamente un caso clinico quello di Giovanni Vincenti che invece nella natia Puglia si fa imprenditore in Piemonte, fallendo ogni iniziativa, e fa saltare la sua cascina per intascare l’assicurazione, addebitando l’esplosione a ignoti invidiosi, in interviste disinvolte a giornali e tv, dopo aver provocato la morte di tre giovani pompieri. Ma la disinvoltura si lega in lui alla loquela: il levantinismo è una condizione dell’animo?

D’Alema, altro “pugliese” illustre, deputato di Gallipoli, è invece fattivo – il Salento, dove se ne è occupato D’Alema, è diventato ricco e ricchissimo. Ma lui è di Roma, è stato mandato in Puglia per punizione, quando aveva già trent’anni, il Pci usava così. Si può dire forgiato dall’esilio.

Il Salento ha molte ricchezze, che infine, con la spinta del romano D’Alema, ha messo in valore.  Quelle naturali, ambientali. Quelle storiche e artistiche hanno avuto un solo patrono, la lombarda Maria Corti.

Sono alcuni anni che non si sente più la famosa Procura di Trani, a un quarto d’ora da Bari. Nel Millennio ha provato a inquisire Berlusconi e le agenzie di rating. Ma senza impegno: serve a doppiare le carriere.

Canale 5 intervista i tifosi interisti delusi che hanno affrontato la trasferta nell’inospitale Dortmund. Tre sono pugliesi – con un lucano e due calabresi.


leuzzi@antiit.eu

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