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domenica 24 maggio 2026

Una guerra a perdere

Non hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. Semplicemente, hanno rimesso in piedi un regime traballante. Uccidendone alcune migliaia di cittadini incolpevoli. Hanno mostrato i limiti della loro superiorità e albagia. Hanno creato il caos nei rifornimenti energetici. E probabilmente, anzi sicuramente, tra le monarchie del Golfo, già solide, e ora insonni. 

L’America, non solo Trump, non esce bene da Hormuz, la catena di comando, il deep state. Che si è lasciato trascinare dal levantinismo. Prestandosi a fare quello che Israele vuole fare, disorganizzare il Medio Oriente – l’Israele di Netanyahu, ma non ce n’è un altro da un quarto di secolo ormai. Che poteva anche passare per un atto di realpolitik – provare o accettare le cose come vanno senza attenersi a strategie e programmi – ma si è rivelato al terzo o quarto giorno, esauriti i bombardamenti, un miraggio. Disorganizzare il Medio Oriente è un gioco a cui gli ayatollah sono imbattibili. 

All’iniziale sorpresa si poteva anche pensare, per dare un filo all’insensatezza, che l’obiettivo fosse il Resto del Mondo: America First come una scrollatina al mondo. In parte lo è stata, ma a beneficio di pochi, seppure potenti – l’industria americana dell’energia. Però a carico anche dell’America, sia la spesa che l’economia, e presto probabilmente la politica. Con i rincari su tutto per tutti, una minaccia d’inflazione che manterrà alto il costo del denaro (investimenti), e uno scadimento della fiducia dell’elettorato. Con quanto ciò potrà significare per Trump e i suoi, e per il “sistema” democratico.

La normalità distrugge

La rivolta femminile fatta in cucina – il tema è quello del racconto-romanzo della Nobel coreana Han Kang, dallo stesso titolo (quello che l’ha fatta conoscere a tutto il mondo e ai giurati scandinavi). La casalinga buonannulla che scopre quanto sia turpe e deleteria l’alimentazione carnivora, svuota il freezer di ogni traccia animale, e si lancia in una nuova vita.
La riduzione teatrale di Deflorian e Francesca Marciano presenta l’eroina in controluce: non parla, viene parlata. Dal marito dapprima, mediocre e sprezzante, “mia moglie è del tutto insignificante”, e poi alla svolta, che si limita a un “ho fatto un sogno”, dai familiari, la sorella, il cognato, e dalle istituzioni, psichiatriche. Su una scena vuota e grigia i quattro personaggi, tre più uno in realtà, la “vegetariana”, si alternano a illustrare il fenomeno moglie-sorella, nella sua nullità, e nella folle velleità di rifare il mondo. Tranquillamente, nel mezzo del dramma, come se fosse un caso da curare-reprimere, con saggezza anche se non con tatto. Nello sgranarsi della giornata normale, rutiniero: il letto, sul quale dormire, fare l’amore, svegliarsi, e poi apparecchiare, sparecchiare, portare giù la differenziata, e rassettare, s’immagina, lavare, stirare. La normalità fatta inanimata, e quindi sordida. Naturalmente “ben ragionata”, ogni tanto uno dei tre affettuosi carnefici si sbraccia a dire e difendere il perché e il come. La distruttività della “normalità”, delle buone ragioni.
La “normalità” è distruttiva – può esserlo. Nulla di nuovo, o di rivoluzionario. In teatro resta una sfida. Deflorian vi si esercita come in una sfida doppia, anche a se stessa – il testo di Han Kang è un pretesto. Per una sorta di teatro parlato del silenzio. Ossimoro ora comune e diffuso, una tentazione, ma – per questo? – poco rappresentabile. Deflorian ne fa un dramma della presenza-assenza. Di una rivoluzione che si impone col meccanismo (rifiuto, diniego, cancellazione) della negazione.  
Un’idea semplice. Per uno spettacolo ambizioso: di contenuti netti (messaggio) nella figurazione e non nella parola. La recitazione senza dizione Deflorian (La Fabbrica dell’Attore) vuole anche svelta e sottovoce, un mormorio. Per un dramma sdrammatizzato. come una sagra del buonsenso, dei vari buonismi, solleciti e sordi, deleteri, in una serie di monologhi.
Un’esercitazione beckettiana, i dialoghi tra sordi. Nella quale si esercitano la giovane Monica Piseddu, per lo più nuda, quando avvia la sua muta rivoluzione, con la stessa Deflorian, Paolo Musio e Gabriele Portoghese. Per un pubblico numeroso e corrivo ma perplesso. L’abitudine al teatro resta forte, ma l’innovazione, piccola o grande che sia, va spiegata, con presentazioni (anche se i media non si prestano più), programmi di sala, pure minimi, note di regia, interpreti a tre dimensioni, fuori dall’anonimato.
Daria Deflorian,
La vegetariana, Teatro Vascello, Roma