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domenica 6 maggio 2018

La confessione è una rinascita

L’inizio è alla fine: “All’inizio della storia del mondo c’è una colpa! Potrebbe dunque esserci un’altra forma dell’eterna rigenerazione all’infuori del pentimento?” Nel mezzo è la vecchia filastrocca: péntiti, se non ti penti dovrai pentirti di non esserti pentito. Ma è tema complesso, oltre che uno scioglilingua – è il pentimento di fronte a Dio, non quello odierno, dei collaboratori di giustizia: tema filosofico e teologico. “Pentirsi significa anzitutto, nel ripiegarsi su un periodo passato della nostra vita, imprimere a questo periodo un nuovo senso e un nuovo valore elementari”. Scheler, nato e cresciuto in una famiglia mezzo ebrea (madre) e mezzo protestante (padre), di suo cattolico a quindici anni, e infine fuori da ogni confessione ma non agnostico, lo affronta sotto entrambi i punti di vista -
ritradotto leggibilmente dal filosofo Nicola Zippel.
La sua conclusione è che confessarsi è esercizio che riconduce a Dio, alle proprietà vivificanti dell’anima: “Ci si dice che il pentimento è un reazione insensata contro ciò che è immutabile. Ma nella nostra vita non c’è nulla di immutabile. Tutto può essere modificato, in quanto esiste un’unità di significato, di valore e di attività. Proprio questa reazione «insensata» muta l’«invariabile» e pone l’atto di cui mi pento, il «questo ho fatto», il «così ero», nella totalità della mia vita su un nuovo piano e con un orientamento tutto nuovo”. Una sorta di battesimo rinnovato, un’autoguarigione.
Ma ci arriva dopo una disamina, da fenomenologo fine, delle altre concezioni del pentimento - a suo parere riduttivistiche – che è un excursus affascinante di storia culturale. Il pentimento non è per paura – Lutero e Calvino – la teoria più diffusa. Non è per vendetta contro se stessi – “illusione interiore” (Spinoza), “”cattiva coscienza” (Nietzsche). Non è la depressione (Kather) che subentra dopo un’eccitazione (“omne animal post coitum triste”, “puttane da giovani, bigotte da vecchie”).
Il vero pentimento si manifesta quando è generato dall’amore di Dio. È la prova di Dio, triplice, che Scheler spara rapido alla fine della trattazione: “Se non  ci fosse nient’altro nel mondo da cui attingere l’idea di Dio, il pentimento da solo potrebbe darci l’annuncio della sua esistenza”. Il ragionamento è semplice¨”Il pentimento comincia con un’accusa!” – è pentimento del peccato, “attività giudiziaria”: “Ma davanti a chi ci accusiamo? Non appartiene all’essenza di un’«accusa» la necessaria presenza di una persona che la intende e dinnanzi alla quale l’accusa ha luogo?” Uno. Due: “Il pentimento è inoltre un’inbtima confessione della nostra colpa. Ma davanti a chi confessiamo quando restiamo in silenzio soli con la nostra anima? E verso chi si rende colpevole questa colpa che ci opprime?” Tre: “Il pentimento termina con la chiara coscienza della rimozione della colpa, del suo annullamento. Ma chi ci ha tolto via la colpa, o chi è in grado di farlo?”
Con una postilla (quasi) integralista – tutto ciò è cristiano, il pentimento, il vero Dio: “Ciò che abbiamo detto fin qui non è una dottrina specificamente cristiana, e tanto meno poi un dottrina basata su una rivelazione positiva. Essa è cristiana soltanto nel senso in cui, come dice Tertulliano, l’anima è per natura cristiana. E tuttavia la naturale funzione del pentimento ha ricevuto soltanto nella Chiesa Cristiana la sua piena luce  e il suo pieno significato. Soltanto la dottrina cristiana col suo sistema ci spiega perché il pentimento posssiede nella vita dell’uomo la funzione centrale della rinascita”. Avendo già rivendicato: “Il. Cristianesimo degli inizi, non da ultimo con le lacrime inesauribili del suo pentimento, ha rinnovato il mondo della tarda antichità, indurito nella ricerca del piacere, delle potenza e della gloria, e gli ha donato un nuovo senso di giovinezza”. Spesso in effetti la Chiesa è stata confessante – e subito dopo Scheler nella stessa Germania contro il nazismo.    .
Le interpretazioni filosofiche “negative del pentimento, da Spinoza attraverso Kant fino a Nietzsche, si basavano su gravi errori. Il pentimento non è zavorra morale né autoillusione, non è un semplice sintomo di disarmonia spirituale, né un’assurda reazione della nostra anima contro ciò che è passato e ciò che è immutabile. Al contrario, considerato dal lato puramente morale, è una forma di autoguarigione dell’anima”.
Wittgenstein avrebbe obiettato: il piatto rotto non si ricompone. Ma Dostoevskij avrebbe concordato: “L’uomo che si pente sinceramente e confessa i suoi errori è come un neonato”.
Max Scheler, Il pentimento, Castelvecchi, remainders, pp. 61 € 3,75

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