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sabato 2 maggio 2015

Il mondo com'è (215)

astolfo

Colpa - Ci sentiamo tutti sempre colpevoli, è nel bagaglio della coscienza critica, cioè dell’Occidente. La Germania eccezionalmente, perché ha perso la guerra.

Coppia – Fanno pena e simpatia Marazzita e gli altri giudici di “Forum”, che devono sorbirsi più spesso i rimasugli di un amore, di una vita coniugale, col sottinteso che magari i cocci si ricompongano (il sottinteso della trasmissione, la tensione che sottostà, è il “miracolo”). Mentre i giudici sanno benissimo di fare la constatazione di un decesso – la cartella che dovranno leggere di sentenza probabilmente se la scrivono prima, gliela scrivono gli sceneggiatori.
Il problema nella coppia è come lo poneva Petrarca – a maggior ragione nella coppia in appartamento, segregata e quasi coatta: non è di essere amato ma di amare. La  ricetta del Petrarca – il problema nella coppia, anche con figli, è l’intervenuta aridità, l’inaridirsi. Il reciproco incolparsi non è spiegarsi, è un processo a qualcosa che è finito, per lo più imperdonabile – giusto la questioni di pelo caprino di “Forum”.
Educazione – È stata a lungo quasi esclusivamente femminile, la trattatistica si esercitava sull’educazione delle fanciulle. E quasi tutta incentrata sul pudore, una forma di difesa. Nei primi e più antichi libri è solo questione di consigliare le forme di difesa, contro la natura o la stessa umanità lasciata a se sessa, istintuale. Ma delle ragazze e non dei giovinetti, come sesso debole. Non per sopraffazione ma a protezione.
Fascismo-  Fu “nazionalista ma non nazionale”. Fu anzi il primo “salto nell’Europa”, per un malinteso bisogno di modernizzare – la modernizzazione come adeguamento, di una pretesa inferiorità a una pretesa superiorità (Mussolini contestava la “razza nordica”, ma si adeguava). È la tesi di Corrado Alvaro, “Pratica di letteratura” (in “Il nostro tempo e la speranza”), che così la spiega: “La dittatura fu il coronamento di questo sforzo di esorbitare dai termini della vita nazionale e, sembrerà ardito dirlo, ma lo dirò, fu una finestra aperta sull’Europa, un tentativo  di uguagliarsi a un ipotetico mondo internazionale”. Rinunciando alla tradizione e a quelli che si chiameranno i “caratteri originari”: “La dittatura era nazionalista ma non nazionale: rifiutava la tradizione come troppo domestica e dimessa, rifiutava come ignobile tutto quanto, popolare, è apporto a una cultura viva, e infine rifuggiva da una cultura nazionale perché la cultura si risolve sempre in critica e libero esame”-.
Femminismo – Non funziona nella coppia, e anzi ne rifugge: tendenzialmente è single – da vecchia paucciana con aperitivo e crociera. Per il motivo che Corrado Alvaro prefigurava nel 1950: “La donne apprende male l’arte di Don Giovanni Tenorio, un’arte che proviene dall’incapacità di volere bene, che si vendica di questa incapacità, diventando collezionista; ma per sostenerla ci vuole una forza,una durezza, una fondamentale disperazione dei propri sentimenti”, che non perché donne evidentemente si ha. Il femminismo attivo, dell’odio di genere, non porta nessuno in nessun luogo – ma questo ormai si sa.

Italiano – È desueto. Un paradigma e un termine di riferimento che sembra non reggere più, dopo il benessere, il giustizialismo e la cultura della crisi. Non c’è più storia, praticamente, dell’Italia. Non se ne fa la sociologia, se non le caricature massgiudiziarie della corruzione e della mafia. Rileggendo “”Il viaggio in Italia” di Piovene, o Corrado Alvaro, è riferimento indiscusso. Quindi fino agli anni 1950. Anche rileggendo Arbasino, in tempi quindi meno remoti, è riferimento costante,seppure epidermico, tipico del blabla lombardo. Ma irresoluto, e come tela di fondo fragile, piena di faglie, partendo dalla “gita a Chiasso”.

Libertà – C’era la libertà romana – fatta di oppressione, anche brutale, ma non importa. C’era, e c’è, una libertà tedesca. Che però non si sa cosa sia. Quella romana era la legge. Quella tedesca sarebbe tribale e anarcoide. Non individualista perché si vuole di popolo, ma anarcoide. E in realtà non lo è – è più conformista. È stata “inventata” dai filologi come calco della “libertà romana”. C’è invece – ma non si celebra – la libertà anglosassone : io e il mio Dio, o dell’individualismo. Con pochi e minimi vincoli, e più sociali che statuali. Eredità celtica?

Mammismo – “Non c’è Paese che abbia tanto esaltata la madre da secoli, e non ce n’è uno che abbia fatto tanto spreco dei suoi figli”. Partendo dalla modernizzazione, per cui Roma non è più Roma: gli osti fanno i ristoratori, i ragazzi non sdraiano più indolenti sui muri al sole. Nel breve saggio con cui coniò la categoria, “maternismo” o mammismo”, Alvaro ci arriva per cerchi concentrici: la madre è la speranza.
Roma viveva allora, 1950, la storia di un’elefantessa allo zoo che si era rifiutata di allattare l’elefantina da lei generata.L’elefantessa aveva agito “pressappoco come aveva agito Catone di Utica, uccidendosi per la perdita della libertà romana”.  In un favola alla Esopo la morale sarebbe: “Soltantogli uomini tengono alla vita essendo schiavi. Un animale mai”. Un animale schiavo.

Opere pubbliche – Sono lo “Stato” – nella sua forma deteriore, di esibizione. Per mezzo secolo, fino alla caduta del fascismo, l’Italia, unico paese in Europa e al mondo, si è dotata di uffici postali, stazioni ferroviarie, caserme, ministeri, tanto gonfi quanto vuoti. Di accesso scomodo, e con spreco enorme di spazi. A nessun fine se non segare una certa immagine dello Stato, come il. Superiore dispensatore di privilegi ai suoi amministratori, custodi, mediatori.

Politica – Il “tutto politico” è antipolitico. Uno svuotamento della politica. La sua riduzione a bega, o come oggi usa a capo d’accusa. Dove tutto diventa politico, lo diventa in senso deteriore, per la stessa politica e per la vita consociata. E allontana dalla politica. Lo vede il (residuo) lettore di giornale, che viene confrontato fastidiosamente con dieci e venti pagine di politica ogni giorno del nulla. O del devoto della Rai, che si sorbisce tediosi tg per la prima metà, un tempo interminabile,  tutti debitamente “politici”: cosa ha detto questo e cosa ha detto quello, tutto lo spettro politico -spettro è la parola giusta.

Vittoriano – Un monumento estraneo a Roma e ai romani. Una cosa – sia pure non un bruttura – a se stante. Non significa l’Italia postunitaria, che al contrario era umile e faticatrice. Non prospetta un disegno, né estetico né politico. È solo grande: si voleva una cosa grande e questo il Vittoriano è. Si può dire esemplare delle opere pubbliche italiane, che per mezzo secolo si fecero nell’ostentazione.  È tuttavia il monumento a Roma più frequentato e fotografato dai turisti. Un caso dell’utilità dell’inutile?

astolfo@antiit.eu

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