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venerdì 8 agosto 2025

Mandare a processo chi lavora con Israele

Collaborare con Israele (forniture, investimenti, tecnologie) è complicità in vari crimini, compresi “apartheid e genocidio”. È una tesi ardita, che che ha fatto dichiarare l’autrice, una giurista italiana dottoranda a Amsterdam, da tre anni “Relatrice Speciale Onu per i diritti umani sui territori occupati da Israele”, persona non grata negli Stati Uniti, dove pure lavora. Questo è il suo Rapporto.
Un atto di accusa non nominativo, ma con la citazione di tante delle imprese, grandi e grandissime, che hanno investito o collaborato con Israele nel campo militare e dello spionaggio: Ibm, Lockheed Martin,  Alphabet (Google), Amazon, etc., il gruppo NSO, con l’efficacissimo spyware Pegasus, l’italiana Leonardo. Armamenti di cui Israele è diventato il sesto esportatore mondiale. E Palantir, Caterpillar, etc., per le opere civili, che i mezzi hanno trasformato in macchine da guerra. Più pesante di tutti l’“abbuono” delle grandi istituzioni finanziare sul debito, ampiamente declassato, di Israele, con sottoscrizione di sostegno a tassi minimi, di favore.
In nota molta documentazione giuridica a sostegno. In allegato il quadro giuridico internazionale sulla protezione dei diritti umani, e le responsabilità di chi, anche indirettamente, collabora a un’opera di oppressione, tale qualificandosi dopo quasi sessant’anni l’occupazione della Cisgiordania.  
Con alcune semplificazioni. Israele è ormai un complesso industriale-militare. Gli accordi di Oslo (1993), accordi di pace, hanno istituzionalizzato di fatto il monopolio di Israele sul 61 per cento della Cisgiordania “(area  C), ricca di risorse”. O: “La violenza militarizzata che ha creato lo Stato di Israele rimane il motore del suo progetto coloniale”.
I fatti esaminati ci sono. La colonizzazione è la politica israeliana ormai da un quarto di secolo, perseguita anche con l’esercito. E la disparità o ingiustizia legale, di diritto - non solo quello applicato, anche quello formale - è da apartheid. Molti dei fatti qui esaminati, o anche non più recenti, sono stati esaminati, e condannati, anche dalla Corte Penale Internazionale.
Il governo israeliano prende molto sul serio la condanna di Albanese, dedicandola una nota molto lunga e dettagliata di contestazioni. E tuttavia si legge il rapporto, tanto più per essere minuzioso di riferimenti giuridici e giurisdizionali, come un’esercitazione a vuoto. Il diritto internazionale è contro Israele. I precedenti giurisdizionali sono contro le aziende che traggono profitto da situazioni di illegalità, come persecuzione e sfruttamento - il caso della I.G.Farben nell’Olocausto è il più famoso, ma tanti altri processi sono andati a buon fine, in Sud Africa e altrove. Ma chi e come può ora condannare un’impresa che abbia fatto o faccia affari in Israele? Con che autorità? A che fine? La questione, qui prospettata “di principio”, sa di vecchia crociata contro le “multinazionali”, come usava dire, sfruttatrici etc. Mentre il colonialismo israeliano nei confronti dei palestinesi è dato per scontato, anche se sull’autorità di storici israeliani (non citati, ma presenti).
Àlbanese, dottoranda in Diritto Internazionale dei Rifugiati ad Amsterdam, è da un decennio funzionaria Onu per i Diritti Umani. Aveva già redatto tre Rapporti internazionali sull’occupazione israeliana della Cisgiordania, prima di questo incarico, sempre per conto dell’Onu, nell’ottobre 2022, nel luglio e nell’ottobre 2023. E dopo il 7 ottobre aveva pubblicato, conl la collaborazione di Christian Elia, e con la postfazione della filosofa De Monticelli, un veemente “J’accuse” – non un instant book, precisava, d’occasione, ma “Gli attacchi del 7 Ottobre, Hamas, il terrorismo, Israele, l’apartheid in Palestina e la guerra”. Questo rapporto, d’impianto giuridico, è appena più contenuto del pamphlet. E d’altra parte, se l’esercito israeliano ha dubbi sull’approccio del governo Netanyahu su Gaza, e la Germania (la Germania…) ha deciso di sospendere gli aiuti militari a Israele, i fatti ci sono.
Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, PaperFIRST, pp 169 € 5

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