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Lo scandalo del giornalismo scandalistico
Un’evocazione
del caso Tortora che mette in rilievo non tanto l’errore, o il calcolo, dei
giudici, ma il modo di essere dei media. Del giornalismo, che fa solo scandalo
e non opera di verità. Non detto, un libro pesante, non solo come volume, ma come
atto di accusa, terribile, contro il giornalismo.
Enzo
Tortora poteva essere antipatico, ma per questo sbatterlo in carcere, e in
prima pagina, come un mafioso della droga uno penserebbe la cosa impossibile.
La presunzione è che la giustizia sia una cosa seria, e il giornalismo una cosa
nobile. Ma la persecuzione di una persona, inventata senza alcun indizio, a meno
di una pezza d’appoggio o una prova, c’è stata, è stata cavalcata, è diventata
valanga. E non è un caso unico, solo quello che più ha lasciato il segno – sono
migliaia ogni anno i carcerati poi liberati senza processo.
Un libro facile e difficile, questo “Le due vite di
Enzo Tortora”, un personaggio tv di vaste simpatie e antipatie, amato ma, di più,
odiato nell’ambiente – gli “ambienti”, sempre concorrenziali, sono
spregiudicati. Ma soprattutto poco commestibile per le meschinità che rivela. Di
giudici che per fare carriera montano un “Colpevole Celebre”. E del giornalismo.
Di questo soprattutto, dato che nessuna riforma e nessun referendum potrà
emendarlo. E dove le responsabilità, cioè le colpe, per parlare chiaro, sono
molteplici e non casuali: sopra il cronista giudiziario, ammanicato e avventuroso
quanto si voglia, ci stanno un caposervizio, che coordina, consiglia e rilegge,
un caporedattore, e un direttore. L’informazione è molto gerarchica e molto
controllata. Il cronista pappa e ciccia col suo Di Pietro è ipercontrollato, e
più spesso eterodiretto, scrivi questo e scrivi quello. Il giornalismo è collettivo
e controllato.
La lunghissima lista dei colpevolisti subito e a oltranza
è per un verso anche affascinante. C’è perfino Andreotti, “rubrichista”, che per
il caso abbandona la proverbiale prudenza – tanto più che lui sicuramente
sapeva di che si trattava, era informatissimo. C’è il “Corriere della sera” in
prima linea – schierava perfino il mite Nascimbeni, “il signore della Terza pagina”,
della redazione Cultura. E “la Repubblica”. E “l’Unità”. C’è Giampaolo Pansa, cronista
per altri versi eccelso – che però nulla sapeva della “giudiziaria”. E il
solito Montanelli cerchiobottista - le prove mancano ma il dubbio rimane. Molte
madame del bon ton: Lietta Tornabuoni e Camilla Cederna le più crudeli
(Cederna era una colpevolista “per via di pettegolezzo”: si ricorda con l’occhio
acceso la mattina in cui si presentò alla riunione redazionale di “Repubblica”,
imprevista, per provare a passare da “l’Espresso” al quotidiano, e voleva convincere
Scalfari della colpevolezza del presidente Leone – Scalfari se ne mostrò
inorridito). E “Avvenire”, il giornale dei preti. E Gianni Vattimo – lui, il filosofo.
Pochi i dubbiosi - e i più dopo che il caso fu assunto da Pannella e i Radicali:
Biagi, Bocca, Jannuzzi, “il Manifesto”, Rossanda. E Sciascia, sul “Corriere della sera”, il 7 agosto 1983, un mese
e mezzo dopo l’arresto cinematografico, implacabile: “Non mi chiedo: e se
Tortora fosse innocente? Sono certo che non lo è. Dal giorno del suo arresto ho
voluto fare astrazione dal rapporto di conoscenza e di stima e ho soltanto tenuto
conto degli elementi di colpevolezza. Non ne trovato uno solo”.
La non amena ricostruzione del linciaggio, con vasta
messe di citazioni, è del 2008, questa è una riedizione. Cui Davide Giacalone in
introduzione può prospettare la “furbesca ipocrisia della celebrazione senza
redenzione”. Si ripubblica Pezzuto nel mentre cioè che Marco Bellocchio manda
in onda la sua ricostruzione della vicenda. Emozione, commozione. Ma magari tra
due settimane la stessa giustizia di Tortora vincerà il referendum. Per colpa
diffusa in questo caso, non gerarchica o organizzata, come nel sistemino mediatico-giudiziario,
dei cronisti che fanno carriera sulle spalle dei giudici, e dei giudici che fanno
carriera sulle spalle dei media.
“Il processo in tribunale ha le sue regole…”,
riflette Giacalone: “Il processo in piazza, il processo sui mezzi d’informazione,
non ha alcuna regola, e il bersaglio non ha alcun modo per difendersi”. Non può
neanche querelare, Giacalone ricorda giustamente, perché la macchina dell’”informazione”
ha pescato su carte processuali, quindi ineccepibili.
“Dopo la vicenda Tortora”, continua Giacalone, “anche
in conseguenza di quel che gli successe, in Italia s’è cambiato due volte il ‘Codice
di procedura penale’ e per due volte (in materia di giustizia) s’è intervenuti
sulla Costituzione. Sempre nel senso di aumentare le garanzie per il cittadino
che viene accusato e processato”. E niente da fare. Per il sacro diritto d’informazione,
Che in Italia viene interpretato così: “Resta irresponsabile chi fa circolare
carte coperte da segreto istruttorio. E resta irresponsabile perché a perseguire
i responsabili dovrebbero essere i responsabili stessi”.
Vittorio Pezzuto, Applausi e sputi, Piemme,
pp. 448 € 22
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