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Miracolo a “Repubblica”, lo sport
“Molti lettori partono dall’ultima
pagina”, e si può testimoniare che è vero, perché “lo sport sta sempre alla
fine” – nei giornali. Quando ne tengono conto. A “la Repubblica” non veniva mai,
non era contemplato, nel giornale alla sua prima maniera. Smorto ne fa la storia
Non sistematica: di ricordi e di aneddoti. Qui fa la storia dei “quattro Gianni”
che illustrarono lo sport, e si illustrarono, nel giornale di Scalfari, quando a
Scalfari si fece scoprire che lo sport c’era.
Smorto ricorda e celebra
l’eleganza di Clerici, la lotta contro le parole del letterato Brera, le
passioni di Minà, Sudamerica soprattutto (e non solo Castro e il “Che”, ma
Maradona ovviamente, suo fratello d’anima fino in morte, come Toquinho), la curiosità
e l’olimpico epicureismo di Mura. Quattro stakanovisti, oggi inimmaginabili. Soprattutto
nell’umiltà di cronisti, tempestivi e della misura giusta, di lunghezza, di toni.
Smorto lo ricorda al congedo: “Furono generosi e lavorarono tanto. La
bibliografia di Brera è impossibile da ricostruire. Quella di Clerici è
precisa, articolo per articolo. La soffitta di casa Mura è tuttora un paradiso
di scatoloni. Ne apri uno e trovi una sorpresa. L’archivio di Minà? Beh, quello
è finito direttamente in una mostra”. Altri tempi? Sì, ma non è di questo nel
racconto di Smorto – niente “com’eravamo” e piagnistei.
Un racconto dal vivo e
una celebrazione, di quattro giornalisti di sport, Brera, Mura, Clerici e Minà,
che sono anche ottimi scrittori, di sport e non. Forse innecessario, tutt’e quattro
sono sempre in edizione, ristampati con successo, cioè letti. Ma Smorto lo fa
da un punto di vista particolare, di redattore, capo servizio, capo redattore,
vice-direttore (di Minà anche condirettore, per due o tre anni, a “Tuttosport”),
a “Repubblica”, dove tutt’e quattro sono infine approdati. Come scrittori a
tutto campo, seppure prevalentemente di sport. Al giornale cioè che per lungo
tempo trascurò di programma lo sport. Perché non aveva l’edizione del lunedì. E
per idiosincrasia (mai smessa, si può testimoniare) di Eugenio Scalfari, che il
quotidiano aveva concepito e per un periodo tentato - prima di darlo in
comodato al Pci, al servizio del “compromesso storico” con la Dc - come il “Le
Monde” italiano, tutto laico e tutto politica, nazionale e internazionale, e
cultura-spettacoli.
Una idiosincrasia mai
smessa, si può testimoniare. Il lungo pomeriggio del 29 giugno 1982 il ricordo
è da soli alle cinture e gli strappi di Gentile contro l’impavido Maradona (che
non si buttava giù, si sa, per brevilineità e temperamento, ma all’epoca il
sospetto di simulazione era pena grave nel tufo), a un televisore appoggiato su
un tavolo nella stanza delle riunioni, entrando e uscendo per non dare nell’occhio,
fingendo di entrare e uscire per caso, e a una certa ora anche con la presenza
di Scalfari indifferente alla scrivania in fondo, che discuteva con Sisti la
prima pagina.
Una rimemorazione ben
sintetizzata dalla quarta di copertina: “Storia degli inizi di una redazione
che non c’era, e che nel giro di qualche anno diventò una nazionale del giornalismo
sportivo”. Nonché “un racconto presuntuoso, come spesso è apparsa ‘Repubblica’
nei suo cinquant’anni e più di vita”. Una celebrazione concorrente a quelle dei
cinquant’anni del quotidiano.
L’aneddotica a
disposizione di Smorto si può presumere vastissima. Ma ne fa scelta accurata, non
tedia il lettore, il racconto è sempre vivace – non esornativo, compiaciuto,
come usa nelle rimemorazioni di “Repubblica”, il tono purtroppo avviato dallo
stesso Scalfari, con l’“a futura memoria” di Gnoli e Merlo, “Grand Hotel
Scalfari”. Non omettendo il ruolo di Mario Sconcerti, cui dedica la
rievocazione, nella “creazione”, è la parola, dal niente, da qualche idea e pochi
collaboratori, dello “sport a Repubblica”. Di Emanuela Audisio – compagna di tante
notti in tipografia. E di se stesso – nelle posizioni ancillari e di sparring
partner che si era scelte.
Basterebbero i termini
che Brera inventato o adattato: “atipico, cirippimerlo, euclideo, goleador e
goleada…”, e “Rombo di Tuono”, “Abatino”…. O i giochi di parole, o gli elenchi
a sorpresa, di Mura. Mura contro le simulazioni. O una lettera di Minà in cui difende
l’onestà intellettuale del giornalista, di noi che “per 365 giorni l’anno ci
occupiamo di molti presunti protagonisti dell’organizzazione sportiva che spesso
sono solo dei tangentari, dei saprofiti della passione popolare”, tra dirigenti
evidentemente - e non c’erano ancora gli agenti, e le plusvalenze.
Con la polemica giornalismo
sportivo-letteratura, parte della più ampia letteratura e giornalismo.
Con qualche imprecisione.
Nel 1982 Villoresi non è inviato – non si potevano fare inviati a “Repubblica”.
E qualche assenza: Franco Recanatesi, p.es., o i coredattori, Sannucci (che si
ricorda cantautore al Folkstudio), Tropea e Crosetti da Torino, Licia Granello
da Milano. Olivero Beha, presenza ingombrante, ricorre solo nella polemica con
Brera sul Mundial di Spagna. C’è Gianni Rocca, sempre e decisivo, che nella realtà
era “uno che non c’era”. E non c’è Pansa, che invece introdusse a “la
Repubblica” la grande cronaca, prima del boom dei 4 Gianni – in anni in cui non si abbandonava
il “Corriere della sera” per “la Repubblica” - e fu eccellente vice-direttore,
nei rari momenti in cui Scalfari si prese una pausa.
Curioso, un capitoletto
sulle turbolenze tra “Repubblica” e la Juventus.
Una forma di narrazione
diversa, di personaggi ricostituiti attraverso i loro scritti, oltre che, in
sordina, per le necessarie connotazioni fisiche e temperamentali, e le
abitudini, le attitudini, le manie anche. Lo sport di “la Repubblica”, questo
sì, è stato senz’altro un altro sport.
Giuseppe Smorto, I
quattro Gianni, Minerva, pp. 231 € 18
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