astolfo
Adam Olearius - Oggi
dimenticato, anche il Germania, fu nel Seicento (1600-1671) il primo
orientalista tedesco. Un poliglotta che maturò conoscenze di prima mano di
Russia e Persia, al servizio di Federico III duca di Holstein-Gottorp, per il
quale lavorò a stabilire rotte e accordi commerciali. Fu a Mosca per alcuni
mesi tra il 1633 e il 1634, in Persia a lungo tra il 1635 e il 1639. Di
passaggio di nuovo a Mosca nel 1636, dove poi tornò nel 1639. Viaggi che
raccontò in memorie intitolate “Moskowitische und persische Reis”. Con le quali
si conquistò la nomea di iniziatore della letteratura d’avventura tedesca.
Assassinii mirati – Non solo i
generali iraniani, la Guida Suprema Khamenei e tutti i capi di Hamas, una lunga
lista di assassinii mirati di varie personalità non militari ha la scrittrice
anglo-palestinese Isabella Hammadi nella prefazione a Edward W. Said, “Representations
of the Intellectual”: Bassel El Araji, assassinato dagli israeliani nel 2017, a
33 anni, “«intellettuale attivista», o «martire istruito», riconoscibile per la
scheletricità e i grandi occhiali che lavorava da farmacista nel campo
rifugiati di Shu’fat, e teneva corsi
in Cisgiordania sulla storia della resistenza palestinese”. E gli scrittori e
pensatori di Gaza, come il poeta e accademico Rifaat el-Ariir, o Sufyan Tayeh,
prominente scienziato e ricercatore di fisica teorica, il poeta e narratore
Selim el-Naffar, l’accademico e commediografo Jihad el-Baz, e molti altri”.
Oriente – È travalicato in
Europa, orientale è Parigi, Malaparte ha questa illuminazione nel 1947 (“Giornale
di uno straniero a Parigi”, pp.135-136) mentre assiste a scioperi e proteste rituali, nell’indifferenza, senza più “il garbo degli scioperanti” e la sorridente
amicizia dei parigini”. ¨I volti sono tristi, le labbra mute, questa folla sporca,
mal vestita, mal nutrita, subisce lo sciopero con un distacco feroce, quasi con
una sorta di disperazione muta, tetra. C’è qualcosa delle folle turche, nella
folla di Parigi. La passività delle folle orientali, di Smirne, di
Costantinopoli, l’accettazione passiva di tutto quel che accade, e che è ai
miei occhi non tanto il fatalismo religioso dei mussulmani, ma quello dei
popoli che non vivono più nella storia. È chiaro che dopo il 1918 questo fatalismo storico travalica
ormai, nelle folle turche, il fatalismo mussulmano. Parigi è una città turca,
la Francia è la Turchia d’Occidente? Le folle turche non sono rumorose, turbolente,
scorrono un po’ affaccendate, in silenzio…”.
Un’impressione che
Malaparte si corrobora ripensando all’Oriente di Montesquieu, di Gaspare Gozzi,
che invece gli si rivelava puro Occidente: “L’Oriente, quale lo immaginavano
Montesquieu, Gaspare Gozzi, o Voltaire, era un Oriente molto parigino. Costantinopoli
era una sorta di Parigi, dove gli eleganti e le preziose erano sostituiti dagli
eunuchi e dalle odalische. L’harem appariva come una sorta di salotto letterario,
dove si discuteva di politica, di scandali mondani, di pettegolezzi, di letteratura,
dove di beveva caffè e si mangiavano rahat-lokums. Il fatto è che nel
XVIIImo secolo l’Oriente, benché in piena decadenza, credeva ancora di vivere
nella storia, aveva conservato il senso della storia. L’Oriente era vivo.
Andate oggi in Oriente. È sempre Parigi, ma fuori dalla storia, con folle
rassegnate a non svolgere più alcun ruolo storico. Parigi, come gran parte dell’Europa,
subisce in questo momento la crisi che l’Oriente ha già subito: quella del
passaggio dal mondo vivo e attivo della storia al mondo tetro, passivo, rassegnato
del fatalismo storico. L’Europa, è evidente, sta diventando un grande paese
levantino, ma senza il sole e il cielo azzurro”.
Frances Perkins - È
stata la prima donna ministro negli Stati Uniti. Al dicastero del Lavoro nelle
tre presidenze F.D.Roosevelt, dal 1933 al 1945 – l’unica a conservare la titolarità
nei dodici anni di F.D.Roosevelt (insieme con un Harold Ickes di cui non resta
memoria). A lei si devono innovazioni fondamentali nel mondo del lavoro: il Social
Security Act, legge sulla sicurezza sociale, che ha introdotto il salario minimo
e le indennità di disoccupazione; le pensioni sociali; la proibizione del
lavoro infantile; una vasta normativa a protezione contro gli incidenti sul lavoro.
La sua fu una nomina
molto contrastata. Praticamente da tutto il partito Democratico, il partito di
F.D Roosevelt. Benché ne avesse titoli: era sociologa, ed aveva già gestito il
lavoro nello stato di New York, come Commissario Industriale. Ma era, appunto,
newyorchese, quindi invisa ai molti in America. Più di tutti la nomina fu contestata,
in quanto donna, dai sindacati. E del resto, come scrisse un giornale dell’epoca,
di New York, “la signora Perkins non gode di alcun sostegno a livello regionale
e non ha cercato l’incarico. Anzi, non lo desiderava. La sua famiglia vive a
New York, la scuola di sua figlia si trova lì e suo marito, per via del suo
lavoro, deve rimanervi per la maggior parte del tempo. Anche la sua propria attività
professionale, dal 1909, si è svolta principalmente a New York. Lei e la sua
famiglia possiedono una casa nella parte alta della città, una casa per il fine
settimana in Connecticut e una fattoria nel Maine per le vacanze più lunghe. La
famiglia e gli amici sono molto importanti per lei”. Non è neanche femminista,
continuava il giornale, “si firma col suo nome da nubile per non intralciare il
marito, dato che entrambi lavorano nella politica locale di New York, ma all’estero
e nelle occasioni ufficiali è Mrs. Paul C. Wilson”, il nome del marito.
L’allarme contro la nomina fu generale nel
partito Democratico e tra i leader sindacali: “La sola idea di una donna come
Segretario del Lavoro era una bomba a orologeria. L’unico democratico influente
che sembra davvero desideroso di avere la signorina Perkins come Segretario del
Lavoro è il signor Roosevelt”. Si scatenò “un putiferio. William E. Green,
presidente della Federazione Americana del Lavoro, dichiarò alla stampa che la
signorina Perkins era una donna adorabile, ma che come Segretario del Lavoro
sarebbe stata del tutto inaccettabile per i sindacati e che la Federazione non
avrebbe voluto avere nulla a che fare con lei. La signorina Perkins rispose con
calma che lei e il signor Green erano vecchi amici e che, se lui non si sentiva
libero di andare nel suo ufficio a Washington, sarebbe andata lei nel suo”.
Radio Cairo – È stata all’origine
dell’arabismo, presto poi in declino, di un nazionalismo comune alle varie popolazioni
arabe, e anche del panarabismo, di un ideale di unità politica tra i paesi
arabi. Di conio e gestione dei rais egiziano Gamal Abdel Nasser, la
mente del rovesciamento della monarchia egiziana nel 1952, e presto successore del
generale Naguib, l’uomo di facciata degli ufficiali insorti. Al potere a metà
1956, e preso leader internazionale con la nazionalizzazione del Canale
di Suez e la sfida vincente, con l’aiuto degli Stati Uniti, contro Francia e
Gran Bretagna che gestivano il canale, e Israele che le appoggiava, elaborò e promosse,
benché a capo di un Paese relativamente marginale nel mondo arabo, una forma di
revanscismo comune, di nazionalismo panarabo. Per tutti gli anni 1960, anche
dopo la sconfitta umiliante patita da Israele nella guerra dei Sei Giorni nel
1967, Nasser elaborò è praticò l’arabismo anche nelle forme unitarie (da lui
estese alla Siria, come Repubblica Araba Unita, e poi alla Libia di Gheddafi),
avvalendosi della tribuna di radio Cairo. Che in tutto il mondo arabo si
ascoltava, in chiaro o al coperto, essendo in alcuni Paesi ritenuta eversiva. E perfino nei deserti, con
la diffusione dei transistor. Coniando una koiné araba, una parlata
comune – prima poteva accadere che un libanese non capisse un algerino.
Russi - Uno dei primi
resoconti della Moscovia, a metà Seicento, che pure da oltre due secoli si
riteneva e voleva la Terza Roma, custode della “vera fede” dopo la caduta di
Costantinopoli in mano ai Turchi, quello di Adam Olearius, lo scrittore-
viaggiatore tedesco del Seicento, che la visitò tre volte, nel 1634, nel 1636 e
nel 1643, per motivi commerciali, ne trae nei suoi ricordi, “Moskowitische und
persische Reis”, un’immagine primitiva - dei tempi, si direbbe, ancora di Ivan
il Terribile, metà Cinquecento, quale Eizenstein li ha raffigurati nei suoi
film , “Ivan il Terribile”, “La congiura dei Boiardi”:
“Le case
d’abitazione della città di Mosca… sono di legname o di pinastri accatastati
gli uni sugli altri o di travi d’abete. I tetti sono coperti da assicelle su
cui sono sovrapposte cortecce di betulla, e in parte da zolle erbose…
“In nessuna casa,
né di poveri né di ricchi, si vede alcun ornamento di vasellame esposto in
bell’ordine, ma soltanto le nude pareti, presso la gente di riguardo coperte di
stuoie, ed un paio di santi dipinti.
“Hanno poche
coltri, i più nessuna, e riposano su cuscini, paglia, stuoie, o anche sui loro
vestiti. Dormono su panche, e d’inverno… sulla stufa, che è come un forno di
pane, superiormente piatto, con il quale si aiutano tutti insieme, uomini,
donne, ragazzi, servi, fantesche”.
Un “volgare tenore
di vita” per Olearius. Che ne apprezza “la bella acutezza di mente”. E ne
depreca la mancanza di curiosità - l’assenza del “desiderio di indagare la
natura delle altre nazioni”.
astolfo@antiit.eu

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