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lunedì 26 gennaio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (622)

Giuseppe Leuzzi


Sosteneva Silone che l’apporto del Sud alla cultura nazionale era soprattutto di “eretici”. In effetti, se ne può fare una lista lunga: Campanella, Bruno, anche Vico, e poi i moralisti del Novecento, da Salvemini a Sciascia. Volendo, sono “meridionali” anche Carlo Levi e Pasolini, per le loro attività maggiori.

Enzo Sellerio teneva appeso alla porta del suo studio, in casa editrice, un cartello: “Vietato l’ingresso ai mendicanti e ai bagarioti”. Cioè a Ferdinando Scianna, altro fotografo eccellente, con cui era in lite, di Bagheria. La provenienza geografica si preferisce al Sud nella forma latina, -ano, e francese, -ese. Quella in -oto, che pure è greca, è spregiativa, diminutiva. Bagarioti erano all’epoca anche Guttuso, Buttitta padre (Ignazio) e la villa Valguarnera dei Maraini, Dacia compresa, e poi Tornatore, il regista, sicuramente non dei provinciali.


Harry, niente pietà per il Sud
“Harry, niente pietà per il Sud” è il titolo della rubrica “posta e risposta” del quotidiano “la Repubblica” il 23 gennaio - “Harry” è il nome del ciclone che ha devastato la Sicilia tirrenica, la Sardegna di Sud-Est e la Calabria jonica.  
Caro Merlo, ho (ri)scoperto che esiste l’indifferenza nei confronti del Meridione. In Sardegna, Calabria e Sicilia sono state distrutte dal devastante ciclone spiagge, strutture economiche e commerciali, interi quartieri delle città. La triade geografica del sud non è come l’Emilia Romagna: nessuna mobilitazione dei partiti, delle associazioni, nessuna sottoscrizione indetta dai quotidiani (anche la Repubblica, il mio quotidiano che leggo dal 1978) e, infine, notizie riportate nelle pagine interne e nelle tv solo spazio marginale. È già tutto dimenticato. Quale amarezza. È la sedimentazione razzista che appare e ritorna quando si tratta del Sud?
Antonio Testini — Bolzano
Risponde per il giornale Francesco Merlo, titolare della rubrica:
Ha ragione a indignarsi: la disgrazia al Centro e al Nord fa esplodere gli animi e stimola la fraternità e le sottoscrizioni, mentre la disgrazia al Sud provoca rassegnazione e diffidenza, addolorate alzate di spalle, una stanca pietà che mai diventa solidarietà, aiuto e partecipazione. Un po’ perché nel nostro disgraziato Sud la disgrazia è considerata endemica, il prolungamento della normalità. E un po’ perché prevale l’idea che è meglio farsi gli affari propri, evitare di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso, dove anche l’aiuto chissà poi dove andrebbe a finire: persino nella pietà si può bagnare il becco. Da tempo ho smesso di pensare che il buon giornalismo possa cambiare il mondo. Sono però sicuro che il cattivo giornalismo lo danneggia. Buon giornalismo sarebbe chiederci, raccontare, spiegare perché quelle terribili immagini di distruzione del ciclone Harry, che ha colpito il Sud, fanno più paura che pena”.
Testini è nome lombardo – apulo-lombardo. Di comodo?
Merlo scriveva al suo giornale – che pure ha ancora, nel naufragio, una redazione (molto buona, che non fa né paura né pena) a Palermo?


Sudismi\sadismi – La corruzione è meridionale

L’associazione Libera pubblica “un report impietoso e a tratti imbarazzante” sulla corruzione –mazzette, appalti, specie per le Grandi Opere, concorsi, voto di scambio: “Italia sotto mazzetta”. In “forte crescita” nel 2025: dal primo gennaio al primo dicembre sono state avviate otto indagini giudiziarie al mese, in media, in materia, da parte di 49 Procure della Repubblica, in 15 regioni, in media 8 indagini al mese, in 15 regioni, e 1.028 indagati, quasi il doppio rispetto ai 588” del 2024. Di cui il rapporto fa colpa soprattutto al Sud: “Sud e isole primeggiano con 48 indagini, seguite dal Centro con 25 e dal Nord con 23. La Campania è «maglia nera con 219 persone indagate, seguita dalla Calabria con 141 e dalla Puglia con 110».

Sotto indagine anche “concorsi universitari truccati”. E soprattutto “lo scambio politico elettorale col coinvolgimento di un migliaio di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti vari e mafiosi”. Tra i politici “la classifica «premia» di nuovo le regioni del Sud: per politici indagati, al primo posto ci sono Campania e Puglia con 13, chiude il podio la Sicilia con 8”. Manca l’applauso, ma si sente lo stesso.
Il rapporto trascura allegro la sostanza. La corruzione si persegue su denuncia, quindi è il Sud che denuncia di più – l’uso è di denunciare ogni appalto “perduto”, poi se la vedono i giudici. Le denunce non sono condanne. Insinuando il sospetto di mafia si attivano le speciali Procure antimafia, più “organiche” e più attive al Sud. E, poi, i procedimenti e gli indagati sono raddoppiati, ma con che esito? Gratteri, p.es., il Procuratore Capo di Napoli, è famoso per il ridimensionamento in Tribunale dei suoi rinvii a giudizio, con carcerazione, dai due terzi ai tre quarti degli indagati.
Il problema vero del Sud è che le associazioni come Libera, create per “liberare il Sud”, ne vivono – vivono del tuttomafia. A spese dello Stato, e del Sud. E senza “mazzette”. Anzi, applausi.
 
Aspromonte (non) è francese
Si opinava nel 1992, “Fuori l’Italia dal Sud”, che il toponimo Aspromonte fosse un misto di latino e greco, aspros, bianco e mons. essendo il suo versante jonico – essendo stato fino alle recenti forestazioni - brullo, spoglio, calcinato.
Ma è anche vero che il toponimo non ha echi nella classicità, non nella geografia di Strabone, pure puntigliosa, né altrove. Si era perciò presa poi in considerazione l’italianizzazione del francese Aspremont, provenzale, occitanico, per montagna aspra. Anche perché il toponimo ricorre per la prima volta nel poema anonimo dallo stesso titolo, che localizza le gesta carolingie sulla Montagna calabrese, a partire da Risa (Reggio Calabria). Un poema cantabile, in decasillabi rimati, del XIImo secolo. Anonimo. Ordinato probabilmente dai re normanni di Palermo per la Crociata in partenza da Messina, la “crociata dei re”, 1188-1190 – oppure, ipotesi oggi considerata più probabile, in preparazione della crociata successiva, parte dell’appello all’unione di tutte le forze cristiane d’Europa.
Ma il poema è scritto in antico normanno, cioè il francese del Nord, langue d’oïl. Con molti riferimenti alla Normandia. Dove non ci sono monti – come invece al Sud, in Provenza, dove il toponimo Aspremont ricorre. E l’etimologia greco-latina si ripropone.
Già nel 1890 il lessicografo Giovan Battista Marzano, che quell’anno pubblicava un “Dizionario etimologico del dialetto Calabrese”, registrava una commistione latino-greca per molti lemmi. Non a proposito dell’Aspromonte (Marzano lavorava “sul campo” in pianura, il suo dizionario non recepisce il toponimo della montagna), e nella fattispecie sul cognome Asprea. Che derivava non da aspros ma da ásporos, non seminato.  
La commistione di greco e latino in nomi e toponimi ha molti casi, la popolazione, la religione e l’idioma greco-grecanico nella Calabria Ultra (reggino) mescolandosi nei secoli con genti, riti e idioma latini. Policastro p.es. – kastra essendo, secondo il grecista Nisticò, “Controstoria della Calabria”, p.37) una parola greca derivata dal latino, nel senso non di accampamento ma di fortezza. O Nicastro, Iermanata, Mussomeli, Panopoli. O la città albanese di Argirocastro, il posto dell’argento.  
 
Cronache della differenza: Puglia
Il maestro Muti, col caratteristico humour da ragazzo impenitente, spiega che è nato a Napoli invece che a Molfetta, perché la madre, napoletana, voleva “più rish-petto”.
C’è sempre un più e un meno, anche nel Sud che pure non avrebbe molto da spartire.
 
Si va in Africa, nel 1933, nel reportage di Georges Simenon, “L’Africa che dicono misteriosa”, in aereo dal Centro Europa facendo scalo a Brindisi. Poi da Brindisi al Cairo.
 
“Puglia, la convivenza dei «due papi», Decaro-Emiliano. L’uno presidente della Regione l’altro assessore e viceversa. E si dimentica il paterno Emiliano, giudice e presidente, che l’improvvido Decaro dai contatti mafiosi ha tirato fuori dai guai. Una politica dell’amicizia. Tra galantuomini. Un secolo dopo Salvemini.
 
Questo si rifletteva prima che Decaro, pupillo e delfino di Emiliano alla Regione Puglia, desse a Emiliano, giudice integerrimo, l’incarico di consigliere giuridico, per non fare niente, per 130 mila euro l’anno. Si potrebbe perfino sospettare tra i due un patto diabolico. Ma è solo il comparaggio come politica – un nepotismo elastico, non legato al sangue. Un modo di governo molto comune nell’ex Terzo mondo.
 
Ha avuto l’onore, con la Calabria, di ospitare Carlo Magno. Nella “Chanson de Roland”, vv. 370-371 (ediz. Cesare Segre, Ginevra, Droz, 2003), Blancandrino lo segnala a Ganellone (Gano di Maganza): “Merveilus hom est Charles,\ Ki cunquist Puille et trestute Calabre!”
Una voce ricorrente: già Eginardo, “Vita di Carlo Magno”, cap. 15, lo faceva in Puglia. Seguito dal cronista dell’Abbazia di Sant’Andrea del Monte Soratte. Che è anche il primo che attribuisce a Carlo Magno un viaggio in Oriente, dopo essere passato per la Puglia e la Calabria – poi ripreso, fine XIImo secolo, nel “Pantheon” di Goffredo da Viterbo, il cronista che molto girò l’Europa per conto di Federico Barbarossa.
 
Carmelo Bene Goffredo Fofi incorona, “Arcipelago Sud”, “il più grande dei grandi teatranti del nostro Novecento, anzi di tutto il Novecento”. E “di un secolo che oso chiamare ‘meridionale’ piuttosto che italiano, per la particolare storia del nostro Sud, di quel ‘Sud del Sud dei santi’ che fu proprio lui, con pochi altri, a far conoscere a un’Italia che ne ignorava pressoché tutto”.
È vero che è stata una regione molto teatrale. Basta, con Bene, il nome di Eugenio Barba, di Gallipoli-Brindisi, poi allievo di Grotowski, e creatore dell’Odin Theatret in Scandinavia. 

E Matteo Salvatore, altro santificato da Fofi, “uno dei personaggi più singolari che ho avuto modo di conoscere nel Sud”. Che da Apricena passò a Roma, “posteggiatore in viale Trastevere”, alle pizzerie. Finché il regista Peppe De Santis, per un film che aveva in progetto (“Non c’è pace tra gli ulivi”), gli propose di girare a sue spese in Puglia col registratore e raccogliere dei canti popolari, di contadini. Detto fatto: “I canti popolari in Puglia non c’erano, il massimo era ‘Bandiera rossa’”, Salvatore confiderà a Fofi, “e allora siccome Peppe mi pagava anche bene li ho scritti io. Ne ha scritti “circa 200, in chiave comica, di lotta, religiosa, erotica, di tutti i generi, con vena poetica interminabile”.

Si fa in fretta a ribaltare la geografia economica. La Puglia era il granaio d’Italia, con la Capitanata, e il ponte sul Mediterraneo, con la Fiera del Levant e. Poi il grano e la Capitanata sono andati in bassa fortuna, e il Levane è scomparso dall’orizzonte – proprio quando diventava ricco e ricchissimo. Poi il Gargano è uscito dall’ombra, luogo di elezione. E il Salento. E le masserie. E gli eventi”, il carnevale di Putignano, la pizzica e la taranta a Melpignano. Basta la narrazione.

leuzzi@antiit.eu


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