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martedì 27 gennaio 2026

La memoria sì, i beni no

La memoria sì, ma i beni, e le posizioni professionali no. Perlomeno non senza fatica, e sempre un po’ rimediate. Le leggi razziali del 1938 comportarono per gli ebrei italiani la fuoriuscita dalla Funzione Pubblica, e dagli organismi dirigenziali privati, e per i molti la perdita dell’avviamento commerciale, o comunque un ridimensionamento, dovendo compartecipare l’attività con soci “di razza italiana” – e poi dei beni visibili, di ogni tipo, dopo l’8 settembre. Peggio è andata per gli ebrei, oltre che in Germania, nella Francia occupata, e in Ungheria. Ma anche in Italia alcuni effetti delle leggi razziali sono stati permanenti. Bidussa nella prefazione fa il caso di qualcuno che è rientrato alla liberazione e ha ripreso il suo posto. E di altri che invece non sono rientrati, per non aver riavuto il posto (Arnaldo Momigliano): “La restituzione dei beni si rivelò un processo lungo e complesso”. E più che di “restituzioni” si è trattato di “misure riparatorie”.
La sintesi numerica di Bidussa parla da sola: “In confronto ai circa 48 mila ebrei italiani e 10 mila stranieri registrati da censimento razziale nell’agosto del 1938 (molti ebrei tedeschi avevano cercato rifugio in Italia, n.d.r.), alla fine del 1945 la popolazione ebraica in Italia si aggira intorno alle 30 mila unità. Mancano: circa 8 mila deportati, 4 mila convertiti, 6 mila emigrati”.
Maifreda, storico dell’economia d’impresa, fa un excursus storico degli ebrei nella storia economica dell’Italia. Nel piccolo commercio e come prestatori del microcredito. In questa qualità su appalto, licenza o concessione ufficiale di principi e Comuni, da negoziare periodicamente, a favore dei più poveri – ogni prestito a un costo essendo lungamente proibito dalla morale cristiana. E successivamente, dal Seicento in poi, di una sorta di monopolio dei traffici internazionali, sempre come agenti di principi e repubbliche, nella prima globalizzazione, per la conoscenza delle lingue, per l’abilità di gestione finanziaria, per l’origine spesso, e le abitudini e parentele cosmopolite.
La breve storia è assortita da otto esperienze, di famiglie e persone in vista negli anni 1930, e di come sono sopravvissuti alle leggi razziali. Tra essi Oscar Sinigaglia, il padre della siderurgia italiana, che nel dopoguerra ebbe la possibilità di rilanciare la Stet-Telecom - essendo anche diventato cattolico fervente, e democristiano. O gli Ascarelli, grandi commercianti di tessuti, che fecero grande il Napoli calcio negli anni 1930. O Camillo Castiglione, triestino, broker finanziario e di affari, “per decenni uno degli uomini più ricchi e influenti d’Europa”. O Togo Mizrahi, “regista italiano egiziano” (di Alessandria).
Con una bibliografia “sommaria” ma nutrita.
La storia in dettaglio è stata ricostituita dalla “Commissione Anselmi”, 1998-2001, una commissione parlamentare istituita dal governo D’Alema “per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati”. Chiusa con un “Rapporto generale” di circa 600 pagine. Caduto nella disattenzione - solo due giornali ne hanno fatto menzione, in breve.
Gennaro Maifreda, La memoria restituita, “Il Sole 24 Or e, pp. 208 € 12,90

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