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La memoria sì, i beni no
La memoria sì, ma i beni, e le posizioni professionali
no. Perlomeno non senza fatica, e sempre un po’ rimediate. Le leggi razziali del
1938 comportarono per gli ebrei italiani la fuoriuscita dalla Funzione
Pubblica, e dagli organismi dirigenziali privati, e per i molti la perdita dell’avviamento
commerciale, o comunque un ridimensionamento, dovendo compartecipare l’attività
con soci “di razza italiana” – e poi dei beni visibili, di ogni tipo, dopo l’8
settembre. Peggio è andata per gli ebrei, oltre che in Germania, nella Francia
occupata, e in Ungheria. Ma anche in Italia alcuni effetti delle leggi razziali
sono stati permanenti. Bidussa nella prefazione fa il caso di qualcuno che è
rientrato alla liberazione e ha ripreso il suo posto. E di altri che invece non
sono rientrati, per non aver riavuto il posto (Arnaldo Momigliano): “La restituzione
dei beni si rivelò un processo lungo e complesso”. E più che di “restituzioni”
si è trattato di “misure riparatorie”.
La sintesi numerica di Bidussa parla da sola: “In
confronto ai circa 48 mila ebrei italiani e 10 mila stranieri registrati da
censimento razziale nell’agosto del 1938 (molti ebrei tedeschi avevano cercato
rifugio in Italia, n.d.r.), alla fine del 1945 la popolazione ebraica in Italia
si aggira intorno alle 30 mila unità. Mancano: circa 8 mila deportati, 4 mila
convertiti, 6 mila emigrati”.
Maifreda, storico dell’economia
d’impresa, fa un excursus storico degli ebrei nella storia economica dell’Italia.
Nel piccolo commercio e come prestatori del microcredito. In questa qualità su appalto,
licenza o concessione ufficiale di principi e Comuni, da negoziare periodicamente,
a favore dei più poveri – ogni prestito a un costo essendo lungamente proibito
dalla morale cristiana. E successivamente, dal Seicento in poi, di una sorta di
monopolio dei traffici internazionali, sempre come agenti di principi e repubbliche,
nella prima globalizzazione, per la conoscenza delle lingue, per l’abilità di gestione
finanziaria, per l’origine spesso, e le abitudini e parentele cosmopolite.
La breve storia è assortita
da otto esperienze, di famiglie e persone in vista negli anni 1930, e di come
sono sopravvissuti alle leggi razziali. Tra essi Oscar Sinigaglia, il padre della
siderurgia italiana, che nel dopoguerra ebbe la possibilità di rilanciare la Stet-Telecom
- essendo anche diventato cattolico fervente, e democristiano. O gli Ascarelli,
grandi commercianti di tessuti, che fecero grande il Napoli calcio negli anni
1930. O Camillo Castiglione, triestino, broker finanziario e di affari, “per
decenni uno degli uomini più ricchi e influenti d’Europa”. O Togo Mizrahi, “regista
italiano egiziano” (di Alessandria).
Con una bibliografia “sommaria” ma nutrita.
La storia in dettaglio è stata ricostituita dalla “Commissione
Anselmi”, 1998-2001, una commissione parlamentare istituita dal governo D’Alema
“per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le
attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi
pubblici e privati”. Chiusa con un “Rapporto generale” di circa 600 pagine. Caduto
nella disattenzione - solo due giornali ne hanno fatto menzione, in breve.
Gennaro Maifreda, La memoria restituita, “Il Sole
24 Or e, pp. 208 € 12,90
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