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mercoledì 28 gennaio 2026

Secondi pensieri - 577

zeulig


Ambiguità - L’ambiguità è un passepartout – un ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale. Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo, ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.
 
Controversia – Un modo retorico, anche filosofico, di servire la verità, se i contendenti hanno lo stesso scopo – nei “dialoghi” di Platone. Tra rivali è solo lite mascherata
 
Inadeguatezza  È il disturbo in voga nella psicoterapia, specie fra i “creativi” – specie oggi ampia: una insoddisfazione che emerge come incapacità. Ma non contemporanea, non un dato psicologico nuovo. La conformazione migliore si trova forse nel ritratto che il “New Yorker” ha dedicato ad agosto, per la penna di Adam Gopnik, al suo redattore-scrittore della seconda metà del Novecento Joseph Mitchell, autore di un solo romanzo, “Joe Mitchell’s Secret”, nel 1964. “Mitchell era l’uomo più discretamente elegante del mondo, vestito con un abito – una lobbia, un gilet di maglia, una giacca di tweed – che sembrava immutato dagli anni Trenta, e parlava con un dolce ma sicuro accento della Carolina del Nord. Una volta, durante un pranzo al Grand Central Oyster Bar, il suo preferito, gli chiesi cosa avessero in comune A J Liebling, S T. Clair McKelway e altri della sua cerchia. «Beh, nessuno di loro sapeva scrivere», sussurrò. «E nessuno di loro aveva il minimo senso della grammatica». Sfatando quel mito, aggiunse: «Ma ognuno... ognuno aveva una sua personale, selvaggia esattezza». Una selvaggia esattezza! Riassumeva allora, e lo fa ancora, tutto ciò che chiediamo alla scrittura del New Yorker: un amore per i fatti e i dettagli fini a se stessi, con una folta ondata di passione a renderli significativi”. Uno scrittore, dunque, conscio dei suoi mezzi, dei mezzi per fare letteratura. Ma non scriveva, non più: “Insieme al mistero delle frasi di Mitchell, si celava un altro enigma: il silenzio perpetuo che caratterizzò i suoi ultimi anni alla rivista. Sebbene arrivasse ogni giorno in ufficio e la sua macchina da scrivere funzionasse sicuramente, non pubblicò nulla sulla rivista tra il 1964 e la sua morte, nel 1996. Cosa lo fece tacere? Sebbene ci sia molto da dire a favore di un programma di abbondanza nella scrittura – amiamo coloro che muoiono con l'armatura addosso, come Updike e Dickens – il ritiro non è necessariamente nevrotico”.
La spiegazione può essere questa: “Mitchell… aveva un gusto perfetto, e sospetto che fosse diventato sospettoso – forse ingiustamente – della propria capacità di raggiungere l’obiettivo che aveva in mente”.
 
Int
uito - “Delle azioni umane non piangere, non ridere, non indignarsi, ma capire”, Spinoza pare abbia detto. Piangere no ma ridere sì, e indignarsi, e capire. Non è vero che non si capisce. Forse con la ragione, altrimenti si capisce: non c’è la logica complessa detta intuizione, derivata dall’indecifrabile istinto? Sanno tutti che succede.

 
Nichilismo - Può darsi che, se il vuoto è il pieno, il nulla sia tutto. Si capirebbe allora che Luigi XVI, il giorno della presa della Bastiglia, abbia potuto annotare nel diario: “Nulla”.


Realtà – Schiller il grande stile vuole arte del tipico e del generale. Ma questo è Salgari, che sempre ama e esalta il coraggio, la lealtà, l’amicizia fedele, la cortesia, pur in mezzo alle avventure, anche violente. Ecco perché uno vorrebbe trovarsi in un romanzo di Salgari, dove tutto è elevato, sublime, eroico, perché pura è l’intenzione di chi viene raccontato. Ma la realtà è mutevole, se trentatré variazioni sono possibili, con la mano sinistra, su un walzer, non famoso. O lagnarsi tacendo in cinquanta canzoni diverse. Mentre la forza delle idee è grande.
O non lo è? Volendo, il Novecento, e l’Ottocento, sono tutti in Bentham. Che, dice l’enciclopedia, “argomentò a favore della libertà personale ed economica, la separazione di stato e chiesa, la libertà di parola, la parità di diritti per le donne, il divorzio, i diritti degli animali, la fine della schiavitù, l’abolizione delle punizioni fisiche, il libero scambio, la difesa dall’usura, restrizioni ai monopoli, tasse di successione, pensioni e assicurazioni sulla salute. Ideò un nuovo tipo di prigione, che chiamò Panopticon. Creò l’Università di Londra, la prima laica, distinta cioè dalle tradizionali università inglesi, religiose, di oxford e Cambridge”. Ma pensare non basta, e può servire da scusa. Grigia è la teoria, verde l’albero della vita, questo il contadino lo sa, prima di Goethe e Mefistofele. E non è che uno sciocco, dice il poeta, chi esita a varcare il fiume aspettando che l’acqua smetta di scorrere.

Reticenza – Kojève ne fa una ermeneutica: un enunciato va letto per ciò che non dice più che per ciò che dice, per il mimetismo dell’autore. Un’avvertenza non inutile, attorno al fregolismo della verità.

Sionismo - Pierre Pachet, “Autobiografia di mio padre” p. 77, esuma l’“apporto dello psicologo e psichiatra Max Nordau alle teorie di Herzl” – cui si fa ascendere l’origine e la formulazione del sionismo, o della patria ebraica: “Secondo lui l’ebraismo europeo soffriva di una degenerazione fisica e morale dovuta alle condizioni di vita e al distacco dall’ambiente agricolo e campagnolo, per sua natura nutritore. Alcuni aspetti del carattere ebraico ne erano usciti ipertrofizzati; altri, più vitali, si erano affievoliti. Di qui la speranza di rigenerare il popolo ebreo - popolo e non «razza» -  a contatto con la terra di Israele”.
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia, lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia, lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Però è vero che l’ebreo si contraddistingue, nella millenaria migrazione dei popoli, forzata o   volontaria, per un fatto biologico – non nazionale (stanziale), linguistico, storico. Questo è proprio del nomadismo. Che nel caso di Israele (sionismo) approda alla stanzialità.
La costituzione di Israele – l’approdo del sionismo – che ultimamente ne ha preso atto è giudicata negativamente da molti storici, anche israeliani. Ma è la presa d’atto di una verità.
 
Storia - Si lega per un fine filamento diabolico, la periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude la ragione e la realtà. Da un secolo e mezzo per esempio in forma di dialettica, che non porta in nessun posto ma si vuole sistema del mondo e del reale.
 
La storia è il reale, da Gaza a Teheran e a Minneapolis. Ma forse non in Ucraina. Il reale non è
quello che appare, l’interpretazione lo è - l’interpretazione come lettura del reale, non l’acrobazia logica.
 
La storia di se stessi è certo il proprio reale.
 
La storia sono i fatti, non la logica.
 
È la fine che dà senso alla storia, se la storia deve avere una fine.

zeulig@antiit.eu

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