zeulig
Ambiguità
-
L’ambiguità è un passepartout – un
ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale.
Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal
Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un
genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo
semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della
rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo,
ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.
Controversia – Un modo retorico, anche
filosofico, di servire la verità, se i contendenti hanno lo stesso scopo – nei “dialoghi”
di Platone. Tra rivali è solo lite mascherata
Inadeguatezza
– È il disturbo in voga nella psicoterapia, specie
fra i “creativi” – specie oggi ampia: una insoddisfazione che emerge come incapacità.
Ma non contemporanea, non un dato psicologico nuovo. La conformazione migliore
si trova forse nel ritratto che il “New Yorker” ha dedicato ad agosto, per la
penna di Adam Gopnik, al suo redattore-scrittore della seconda metà del
Novecento Joseph Mitchell, autore di un solo romanzo, “Joe Mitchell’s Secret”,
nel 1964. “Mitchell era l’uomo più discretamente elegante del mondo, vestito con un
abito – una lobbia, un gilet di maglia, una giacca di tweed – che sembrava
immutato dagli anni Trenta, e parlava con un dolce ma sicuro accento della
Carolina del Nord. Una volta, durante un pranzo al Grand Central Oyster Bar, il
suo preferito, gli chiesi cosa avessero in comune A J Liebling, S T. Clair
McKelway e altri della sua cerchia. «Beh, nessuno di
loro sapeva scrivere», sussurrò. «E nessuno di loro aveva il minimo senso della grammatica». Sfatando quel mito, aggiunse: «Ma ognuno... ognuno aveva una sua personale, selvaggia
esattezza». Una selvaggia esattezza! Riassumeva
allora, e lo fa ancora, tutto ciò che chiediamo alla scrittura del New
Yorker: un amore per i fatti e i dettagli fini a se stessi, con una folta
ondata di passione a renderli significativi”. Uno scrittore, dunque, conscio
dei suoi mezzi, dei mezzi per fare letteratura. Ma non scriveva, non più: “Insieme al mistero delle frasi di Mitchell, si celava un
altro enigma: il silenzio perpetuo che caratterizzò i suoi ultimi anni alla
rivista. Sebbene arrivasse ogni giorno in ufficio e la sua macchina da scrivere
funzionasse sicuramente, non pubblicò nulla sulla rivista tra il 1964 e la sua
morte, nel 1996. Cosa lo fece tacere? Sebbene ci sia molto da dire a favore di
un programma di abbondanza nella scrittura – amiamo coloro che muoiono con
l'armatura addosso, come Updike e Dickens – il ritiro non è necessariamente
nevrotico”.
La spiegazione può essere questa: “Mitchell… aveva un
gusto perfetto, e sospetto che fosse diventato sospettoso – forse ingiustamente
– della propria capacità di raggiungere l’obiettivo che aveva in mente”.
Intuito - “Delle azioni umane non piangere, non ridere, non indignarsi, ma
capire”, Spinoza pare abbia detto. Piangere no ma ridere sì, e indignarsi, e
capire. Non è vero che non si capisce. Forse con la ragione, altrimenti si
capisce: non c’è la logica complessa detta intuizione, derivata
dall’indecifrabile istinto? Sanno tutti che succede.
Nichilismo
- Può darsi
che, se il vuoto è il pieno, il nulla sia tutto. Si capirebbe allora che Luigi
XVI, il giorno della presa della Bastiglia, abbia potuto annotare nel diario:
“Nulla”.
Realtà – Schiller il
grande stile vuole arte del tipico e del generale. Ma questo è Salgari, che
sempre ama e esalta il coraggio, la lealtà, l’amicizia fedele, la cortesia, pur
in mezzo alle avventure, anche violente. Ecco perché uno vorrebbe trovarsi in
un romanzo di Salgari, dove tutto è elevato, sublime, eroico, perché pura è
l’intenzione di chi viene raccontato. Ma la realtà è mutevole, se trentatré
variazioni sono possibili, con la mano sinistra, su un walzer, non famoso. O
lagnarsi tacendo in cinquanta canzoni diverse. Mentre la forza delle idee è
grande.
O non lo è? Volendo, il Novecento, e l’Ottocento,
sono tutti in Bentham. Che, dice l’enciclopedia, “argomentò a favore della
libertà personale ed economica, la separazione di stato e chiesa, la libertà
di parola, la parità di diritti per le donne, il divorzio, i diritti degli
animali, la fine della schiavitù, l’abolizione delle punizioni fisiche, il libero scambio, la difesa
dall’usura, restrizioni ai monopoli, tasse di successione, pensioni e assicurazioni sulla
salute. Ideò un nuovo tipo di prigione, che chiamò Panopticon. Creò l’Università di Londra, la prima laica,
distinta cioè dalle tradizionali università inglesi, religiose, di oxford e Cambridge”.
Ma pensare non basta, e può servire da scusa. Grigia è la teoria, verde
l’albero della vita, questo il contadino lo sa, prima di Goethe e Mefistofele.
E non è che uno sciocco, dice il poeta, chi
esita a varcare il fiume aspettando che l’acqua smetta di scorrere.
Reticenza – Kojève ne fa
una ermeneutica: un enunciato va letto per ciò che non dice più che per ciò che
dice, per il mimetismo dell’autore. Un’avvertenza non inutile, attorno al
fregolismo della verità.
Sionismo -
Pierre Pachet, “Autobiografia di mio padre” p. 77, esuma l’“apporto dello
psicologo e psichiatra Max Nordau alle teorie di Herzl” – cui si fa ascendere
l’origine e la formulazione del sionismo, o della patria ebraica: “Secondo lui
l’ebraismo europeo soffriva di una degenerazione fisica e morale dovuta alle
condizioni di vita e al distacco dall’ambiente agricolo e campagnolo, per sua
natura nutritore. Alcuni aspetti del carattere ebraico ne erano usciti
ipertrofizzati; altri, più vitali, si erano affievoliti. Di qui la speranza di
rigenerare il popolo ebreo - popolo e non «razza» - a contatto con la
terra di Israele”.
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non
ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia,
lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la
religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non
ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia,
lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la
religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Però
è vero che l’ebreo si contraddistingue, nella millenaria migrazione dei popoli,
forzata o volontaria, per un fatto
biologico – non nazionale (stanziale), linguistico, storico. Questo è proprio
del nomadismo. Che nel caso di Israele (sionismo) approda alla stanzialità.
La
costituzione di Israele – l’approdo del sionismo – che ultimamente ne ha preso
atto è giudicata negativamente da molti storici, anche israeliani. Ma è la
presa d’atto di una verità.
Storia
-
Si lega per un fine filamento diabolico, la
periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude
la ragione e la realtà. Da un secolo e mezzo per esempio in forma di
dialettica, che non porta in nessun posto ma si vuole sistema del mondo e del
reale.
La storia è il reale, da Gaza a Teheran e a
Minneapolis. Ma forse non in Ucraina. Il reale non è quello che appare, l’interpretazione
lo è - l’interpretazione come lettura del reale, non l’acrobazia logica.
La storia di se stessi è certo il proprio reale.
La storia sono i fatti, non la logica.
È la fine che dà senso alla storia, se la storia deve avere una fine.
zeulig@antiit.eu

Nessun commento:
Posta un commento