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Il pendolo centrista – lo “zoccolo duro” è Dc
Una “unità larga per l’alternativa” è l’obiettivo a sinistra, dunque. Il
Fronte Largo stenta ma forse non ce n’è bisogno: il prossimo voto sarà per il centro-sinistra,
tutto è già apparecchiato. Con Milano che sconfessa Salvini e la banca ai
romanacci. E compresa Forza Italia, pronta a dare manforte se necessario (come
fu già col governo Monti – pronubo Verdini…). La “legge” elettorale è ormai questa:
a un governo di centro-destra succede uno di centro-sinistra - e viceversa.
Non senza ragione. Tutto nasce da un fatto, questa “alternanza per l’uguaglianza”,
o immobilismo, alla gattopardo. Prima del 1992 era costantemente Dc il 36-40 per
cento dell’elettorato, e non è morto. Le generazioni si succedono, molti vecchi
Dc non ci sono più, ma quella forza non si dissolve – si dice “Dc” per
comodità, ma s’intende un elettorato del non-governo, del governo debole, e
intercambiabile. Questo è un fatto. Che voti Forza Italia o Pd, o Salvini nel
2018 (prima del “Papeete”) e nel 2022 Meloni. La politica divide poco – nemmeno
più per il 25 aprile: si vota per l’alternanza ma di persone, innesti diversi sullo
stesso “zoccolo duro” (Occhetto e D’Alema s’illudevano che fosse del Pci ma è della
Dc).
L’altro fatto è che questo “zoccolo duro” si regola dal 1992 sull’alternanza.
Vent’anni di Berlusconi e Prodi, con maggioranze anche solide, ma di governi simili,
cioè sempre minimal. Poi la legislatura dem, anch’essa bruciata con referendum,
quando Renzi vole fare il Fanfani, uno che decide. Una legislatura di
confusione, per la sorpresa 5 Stelle, con governi multicolore, cuciti col filo del
Quirinale, attorno alla spesa facile. Quindi ritorno a destra. Il prossimo governo
sarà, in qualche modo (il Fronte Largo stenta) a sinistra – i fratelli Berlusconi
hanno già messo Forza Italia nella “riserva della Repubblica”.
C’è una direttiva? C’è una rete. È come se la “massa Dc” o zoccolo duro, a fiuto, senza cioè nessuna indicazione
o nessun leader, si orienti semplicemente con questa “alternanza”, una volta
di qua e una di là. Un movimento di bascula che non è difficile nei fatti, poiché
basta lo spostamento oggi di quattro punti percentuali del voto – poco più di un
milione di elettori, stando ai votanti dell’ultima consultazione, 27 milioni.
E il perché è anche chiaro, va ribadito – questo non è un numero ma ha
un senso preciso, e storicamente vero: il governo non deve essere FORTE.
Non deve cioè poter governare.
Che è anche la verità della Carta. Il presidente del consiglio italiano
non ha nessun potere, nemmeno quello di scegliere o revocare i ministri – li
nomina il presidente della Repubblica. Ha solo facoltà di dimettersi. È un
mediatore, e tale deve restare, gli interessi non vogliono essere cancellati
(governati). E tale deve restare. La riforma dell’esecutivo, dal premierato di
Craxi a quello di Meloni, tanto invocata dalla Scienza Politica, di destra e di
sinistra, da Miglio come da Sartori, non è mai andata in Parlamento. E la ragione
è evidente – va ripetuto, l’evidenza non si vede: l’Italia si governa col sottogoverno.
Cioè con i condizionamenti, frazionabili e frazionati, al punto che perfino un consigliere
comunale ha di che dire, o fare, o appropriarsi.
La controprova dell’esistenza di questa massa, invisibile ma compatta,
si ha nel sottogoverno dichiarato. A cui la “massa” o “zoccolo duro” non rinuncia,
coi governi di sinistra come con quelli di destra: Rai, banche, Poste, Università, Ricerca
(dal Cnr all’Asi), e dove lo Stato investe e spende, i Grandi Appaltatori dei
trasporti (Ferrovie, Anas) e dell’energia.
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