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lunedì 18 febbraio 2013

A Sud del Sud – l’Italia vista da sotto (162)

Giuseppe Leuzzi

Il Sud di Grass, strano
Nel pacchettino per il viaggio di ritorno che la sua fiamma di Palermo, Aurora Varvaro, gli ha preparato – era il 1947, o 1948, tempo non di scialo – Günter Grass è sorpreso di trovare, “accanto a biscotti e fichi secchi”, anche “una mezza dozzina di uova sode”. Il solido tedesco è sorpreso dal realismo dell’innamorata giovanissima – 17 anni contro i venti-ventuno del futuro scrittore. Il ricordo è ripescato in “Sbucciando la cipolla”, il libro di memorie di Grass.
Ad Aurora lo scrittore premio Nobel si dirà legato ancora per cinquant’anni (ora sono sessanta), “il mio amore non vissuto ma sopravvissuto”. Senza più – senza rimpianto né emozioni. Aurora non è neanche scomparsa nel nulla. È pittrice e ceramista, vive alle Eolie e ha fatto molte mostre.
A Palermo, dove è arrivato con mezzi di fortuna in un lungo viaggio per l’Italia dopo una delusione amorosa, Grass è ammesso alla scuola di scultura dell’Accademia di Belle Arti. Senza le fisime burocratiche che avevano reso difficile la sua accettazione all’Accademia di Düsseldorf - Grass all’epoca si voleva pittore e scultore. Ma Grass non ha un apprezzamento per questo.
Aurora Varvaro, seppure di padre palermitano, è nata a Udine, da madre friulana. Sarà stata dunque la madre friulana a preparare le uova.

L’uomo d’onore si vuole violento
In “La donna della ‘ndrangheta”, giallo di vendette calabresi ambientato a New York (tradotto in americano “Death in Calabria”), Michele Giuttari dà le etimolgie di ‘ndrina e ‘ndrangheta. Entrambe di derivazione greca, legate a “andreios”, virile, maschio. Ne rintraccia anche una connotazione positiva in san Tommaso d’Aquino, “Summa Theologica”: “L’andragathia è la virtù dell’uomo che sa sperimentare gli espedienti che occorrono nelle opere vantaggiose”. E insiste, facendola spiegare dal suo alter ego Ferrara all’Fbi e alla polizia di New York come “la virtù di chi sa trarre vantaggio dagli eventi”, e “un raggruppamento di uomini valorosi”. Senonché, se la ‘ndrangheta è questo, Giuttari, che è anche un poliziotto, dovrebbe sapere perché: è una società, o famiglia, che ha saputo trarre vantaggio soprattutto dalla polizia, dalla sua incapacità o trascuratezza.
Ma tutto ciò non è niente di quello che i mafiosi calabresi pensano di se stessi. Essi – tutti e ognuno di essi, visti uno per uno nel loro ambiente, nella Locride o nella Piana - pensano di essere non più abili ma sufficientemente violenti da essere temuti. La virilità, nei paesi di ‘ndrangheta  (e anche di mafia – forse non di camorra, a occhio e croce, guardando la tv), non è legata alla violenza, che sempre è foriera di disgrazia, ma all’endurance, alla costanza (la vecchia testardaggine dei calabresi). Di cui lo  ‘ndranghetista è sicuramente privo. La recente campagna dei parroci, da una decina d’anni, sulle donne di mafia le ha trovate per questo subito consenzienti, sulla dissociazione e il perdono reciproco, se non sulla denuncia (pentitismo).

L’etichetta “uomo d’onore” che i mafiosi si danno non implica le connotazioni del concetto di onore, ma la reciproca lealtà. Finché dura, e a danno anche degli altri uomini d’onore. La morfologia invadente delle cosche come di partiti in Parlamento, sotto coalizioni di governo chiamate cupole, è più sbagliata che utile – e quindi è dannosa: ogni capocosca ha una veduta corta, cortissima, degli scopi della consorteria: il suo piccolo potere dev’essere incondizionato, feroce.
Si fa strada anche in Calabria la sindrome sciasciana del mafioso giusto. Perché amico d’infanzia, o perché “vecchio mafioso” come distinto dal - e avverso al – nuovo. Quello buono-e-bravo, questo violento. Ma non c’è mafioso-‘ndranghetista che non si reputi, e non sia reputato, violento. Soprattutto, se non esclusivamente – all’inizio fanno sempre una proposta, cioè un invito, ma perentorio.

Il debito è di Auctoritas
Palmi in Calabria era celebrata per le bellezze. Dai viaggiatori del Sette-Ottocento. Dai suoi scrittori, Répaci, Zappone. Dalle memorie anche personali. Suffragate dalle cartoline illustrate - non tanto remote, ancora degli anni 1970. Con la montagna a picco sul mare, il colle Sant’Elia. E una spiaggia omerica, di alti costoni boscosi e spiagge amplissime. Su cui i pescatori del borgo marino della Tonnara tiravano le barche in secco e mettevano le rati ad asciugare e rammendare. Anzi, due spiagge, una, la Marinella, cara a Répaci, tutta di scoglio. Con un porticciolo poco profondo ma bastante per i pescatori contro le mareggiate e le poche barche da turismo.
Ora ha un porto da turismo profondo e con alti moli, senza barche. La spiaggia ha coperto di cemento, in forma di parcheggi e lungomari per il mese di agosto. Senza nessun’altra attrattiva di turismo stanziale, che prolunghi la stagione per tre-quattro mesi (qui ne sarebbero possibili cinque: i bagni di mare sono possibili per tutto ottobre, l’acqua non è fredda), come si fa nelle spiagge anche meno dotate. La Marinella è da decenni impraticabile, dal mare e da terra. Il San’Elia pure, è una discarica – non propriamente, ma effettualmente.
Cos’è accaduto? C’è stata la Repubblica. Ex sottoprefettura, sede di Tribunale e di diocesi, la cittadina è passata in amministrazione dai burocrati ai ceti produttivi. Ma se ha perduto in Auctoritas non ha guadagnato in iniziativa, giacché questi ceti produttivi non sanno evidentemente andare più in là del (piccolo) guadagno immediato. L’Auctoritas aveva delle virtù che la democrazia di necesstà tarscura, ma senza la quale essa stessa non può darsi un futuro – il concetto di Auctoritas, perduto nella contemporaneità italiana, è centrale nella sua tradizione di pensiero politico, da Machiavelli a Gaetano Mosca e Alessandro Passerin d’Entrèves – da cui Hannah Arendt l’ha mutuato, introducendolo nella filosofia politica anglosassone. È il problema che Mosca direbbe – e Veblen e Max Weber dopo di lui – della classe dirigente.

Se l’identità è l’insicurezza
A Villa San Giovanni, all’imbarco per la Sicilia, s’incontra sempre una famiglia siciliana in ansia. Di cui un componente, solitamente la moglie o una figlia, corre a presidiare la biglietteria, mentre il guidatore va a posizionare la macchina ai primi posti in coda per la prima traghetto in partenza. Da cui poi corre alla biglietteria per pagare, ritirare il biglietto e presidiare sulla propria macchina il posto conquistato.
Come se la donna non potesse pagare e ritirare il biglietto lei.
Come se ci fosse una coda, e una qualche attesa, oltre i tempi tecnici per svuotare e riempire il roll on-roll off – i piazzali d’imbarco sono semideserti undici mesi e mezzo l’anno.
È gente che viene dal Nord – il trasbordo locale è minimo. Da soggiorni anche lunghi al Nord, o in Germania, Svizzera, chissà dove. Dove in qualche modo si sarà integrata, ma senza perdere la sfiducia.
Parlano tra di loro in dialetto stretto, di paese e forse di quartiere. È il baluardo della loro identità, ma come diversità. Che evidentemente li condanna all’insicurezza.

leuzzi@antiit.com 

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