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martedì 14 aprile 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (242)

Giuseppe Leuzzi

13 punti e mezzo di pil nel 2013 in meno al Sud rispetto al 2007 – la contrazione è stata del 7,1 per cento al Centro-Nord. Lo ha calcolato la Banca d’Italia nella “L’economia delle regioni italiane”.

Galileo snobbò Campanella, che pure gli era devoto e si espose per lui. Il sospetto ha radici lunghe.

L’ellissi
Al salutare “Come state?” rispondiamo: “Insomma!, “Non c’è male”, “Non mi posso lamentare”. Meglio ancora il neutro: “Non ci possiamo lamentare” – il neutro non è l’impersonale “si”, siamo tutti noi. Del resto, anche la domanda non è diretta, lo scrupolo è pure di chi chiede. Che più spesso prudente si limita a un “Che si dice?”, “Come andiamo?”
Oppure parliamo indiretto per naturale ritegno. Una madre non dice al figlio: “Ti voglio bene”, ma gli fa un complimento: “Come siamo eleganti”, “Come siamo belli”. Né l’amata dice all’amato: “Ti amo”, ma lo ammira, e se ne fa ammirare. “Non lo vedo bene” diciamo invece di qualcuno che si suppone malato grave. C’è rispetto per chi soffre, più che l’aggressivo impossessarsi delle sofferenze altrui che viene fuori ora nell’Italia televisiva, da prefiche sul podio.
Si parla al Sud (a Napoli, in Sicilia, in Calabria) indiretto, per ellissi. Con frequenti anacoluti, e metatassi (enumerazioni, ripetizioni, in senso accrescitivo ma anche dubitativo). Nella lingua colloquiale (dialettale) sempre, nell’espressione diretta. Ma anche nei linguaggi specifici: settoriali, tecnici, scientifici. Si parla cioè impreciso. Si tende a scrivere anche così.
La comunicazione-conversazione non è mai definitiva, “geometrica”. Ma al Sud è quasi di programma imprecisa. Con una molteplicità di significati Ma anche con approssimazione, fonte di incertezza nella comunicazione e nei rapporti. Di confusione: lo stesso soggetto è irretito nell’anacoluto. Ciò fa parte della molteplicità, ma in senso limitativo.
La conversazione – lo “scambio umano” – è al Sud non la guardia della scherma ma un coinvolgimento, dello stesso parlante incluso. Anche quando racconta fatti di altri, per quanto remoti. E appartenenza: avvicinamento invece di distanziamento. Il significato specifico non si spiega (definisce, chiarisce) ma si vive. L’io è sempre noi. Non per familismo o omertà, è esistenziale, il modo di essere.
Ma l’appartenenza è pure separatezza. All’esterno del nucleo, come è evidente. Ma anche all’interno: rimanendo nell’indefinito non ci si impegna.
A questo punto, in quest’epoca, è un gioco in difesa. Come all’origine, la tradizione apotropaica – o dello scongiuro. Per non sfidare il destino – non scuoterlo dal torpore. C’è un ritorno del dialetto, un ritorno generale e nelle forme più strette, dopo decenni di italianismo, e non può avere che questa funzione. Parlare ma non esporsi.

L’Antistato
“La famosa questione meridionale è oggi, in gran parte, una questione dei meridionali”, lamentava indignato (la “famosa questione”) sulla “Stampa” Norberto Bobbio: “Non venitemi a dire che in Calabria o in Sicilia non c’è lo Stato “. Ci fu una trentina d’anni fa un’ondata di indignazione per i delitti efferati di mafia a Palermo, e i rapimenti di persona in Calabria. “La gente del Sud non si accorge neppure di essere corrotta”, notava Gianni Amelio tornando al suo paese di nascita in Calabria. Bobbio si spinse a chiedere cavalli di frisia e filo spinato per isolare il Sud. E Galli della Loggia ipotizzava un nuovo decalogo, sempre sulla “Stampa”, “contro la mafia”, attorno al principio che “lo Stato deve rendere la vita impossibile come e più della mafia”. Tagliando l’acqua, la luce e il telefono, e togliendo la patente.
Resta però difficile concepire l’Antistato in Greco, il capomafia di allora, Riina, Messina Denaro.

L’India
C’è una tendenza ad apparentare l’Italia all’India. Vi accenna pure E.M.Forster, che si trovò bene in entrambi i paesi. Più di tutti erano per l’’apparentamento Marx e Carlo Cattaneo, che dell’India sapevano poco o nulla:
Ma c’è anche un apparentamento della Calabria all’India, niente di meno. Lo operarono i gesuiti. Arrivati in Calabria nel 1564 subito la paragonarono l’India, “per la spaventosa ignoranza tanto nello spirito quanto nel morale”. E in un rapporto del 1575 citato da Tacchi Venturi, “Storia della Compagnia di Gesù in Italia”, spiegavano: “Le montagne della Sicilia e della Calabria sarebbero indicate come luogo di noviziato per i missionari delle Indie. Chiunque sarà riuscito nelle Indie di casa nostra sarà eccellente per le Indie lontane”.

Le “Indias de por acà” sono del gesuita spagnolo Michele Navarro,. 1575 - ne parla anche Ernesto De Martino nell’introduzione alla “La terra del rimorso”. Michele Navarro è nelle cronache “Ministro della Provincia del Santo Vangelo”.

La mafia della Cassazione
Dichiarando che Roma Capitale è una mafia, la Corte di Cassazione ha posto infine la parola fine alla questione mafia, che cos’è mafia.  Una definizione della mafia sempre abbondante e sempre sfuggente. Per cui i mafiosi usavano dire: “Non sono mafioso, non so cosa sia mafia, mai sentito”, e avevano in qualche modo ragione. Non si andava oltre il “quadro mafioso”, la “matrice mafiosa”, “lo stampo mafioso”. La stessa corte Europea, che oggi condanna l’Italia per ingiusto processo a carico di Contrada, dice il reato di associazione mafiosa “non sufficientemente chiaro” – in un processo invece mafiosissimo per tutti e con ogni evidenza, e non per colpa di Contrada. La Cassazione ora promette di più, con le motivazioni della sentenza a carico di Buzzi & Co.. .
La mafia tutti sanno cos’è, ma il diritto annaspa. Alla “matrice mafiosa” si rifà anche il dispositivo della sentenza della sesta sezione penale della Cassazione. Che peraltro può non dare le motivazioni della sentenza stessa, non è tenuta. Se lo farà, sarà una pietra solida.
La mafia per i definitori (sociologi, giuristi) è inafferrabile: molti tratti se ne danno, ognuno prevalente, che alla fine si elidono. Organizzazione economica – si diceva quando il capitalismo era mafia. Organizzazione politica? È la ricetta del’Antistato, anch’essa politica. Familismo? Raramente. È violenza organizzata? Più spesso è flessibile. È ribellismo, anarchia? È la forza “pura”, la forza che, dice Simone Weil, “esclude ogni considerazione di fine”? Ma a volte se lo dà. È violenza totale? Ma fa compromessi. La definizione più esatta è quella che Sciascia ha premesso a Henner Hess, “Mafia”, 1970: “Un’associazione per delinquere, con fini d’illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”. Ma l’“associazione” è equivoca: quanto larga, quanto stretta? È il reato preferito e coltivato dall’apparato repressivo, carabinieri e giudici, ma è anche la rete che tiene nell’angoscia le aree a presenza mafiosa. Tenere le reti a mollo per anni e decenni, di pescicani che intanto gozzovigliano, e sarebbe meglio uncinare subito.

leuzzi@antiit.eu 

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