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martedì 27 febbraio 2018

Raccontare la sapienza

“Altri si vantino delle pagine che hanno scritto\ io vado fiero di quello che ho letto”.   Meglio Borges lettore – oltre che autore di racconti fantastici, ovvio? Di Dante, Whitman, Joyce, le Scritture, le saghe germaniche, Shakespeare, Virgilio, e degli argentini e uruguayani che immortalava per amiciazia o gusto della tradizione.
Si ripropone la tarda raccolta, di versi e prose, del 1969, quando la cecità era annunciata, per un Grande Lettore la iattura peggiore, e quindi la rilettura era rifugio, la rimembranza, la ricostituzione. Per il “rassegnato lettore” dei suoi scritti. Cui offre però uno scintillio di saperi: scienza, teologia, arte, mito, filosofia, storia, linguistica. Dopo due anni di pregrinazioni a corona del riconoscimento mondiale: in Europa, Israele, Cile, da residente a Harvard.
Curiose le beatitudini. Curiose ma non per Borges, agnostico di grande fede. La preghiera inclusa. Una morale della rinuncia: “Beati queli che non hanno fame….. Felici i felici”. Ma senza privarsi di nulla: Bibbia, Vangeli, preghiera, ringraziamento. Un tramonto sereno: “La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)\ può essere per noi il tempo piú felice.\ È morto l’animale o quasi è morto”, si vive più sereni – è l’avvio della poesia del titolo. La giusta temperie per i suoi versi, non altrimenti memorabili.
Con un apparato di note, una postfazione e una nuova traduzione di Tommaso Sacarano, che per Adelphi cura la riedizione delle opere di Borges. Senza notevoli novità, a meno di qualche toscanismo ancora in uso alla prima traduzione, 1971, di Tentori Montalto.

Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra, Adelphi, pp. 158 € 16

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