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venerdì 13 marzo 2026

Bachmann filosofa del linguaggio

I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, e “Dio non rivela sé nel mondo”, due riflessioni dal “Tractatuts” di Wittgenstein, 5.6 e 6.432, danno il senso di questa raccolta: Bachmann filosofa del linguaggio, sulle orme di Wittgenstein, che ancora ai suoi trent’anni pochi conoscevano in Europa e nella stessa Vienna. Di Wittgenstein sulle orme a sua volta di Baudelaire, “Le Gouffre”. E di Pascal. Poeta e narratrice capace di leggere e criticare Heidegger – ma questo si sapeva già, dalla tesi di laurea, “La ricezione critica della filosofia esistenziale di Martin Heidegger”, nota anche da noi.
Le riflessioni sul linguaggio danno la giusta caratura alla frequentazione, che ora si trascura, di Bachmann ai suoi vent’anni del Gruppo 47, di scrittori sperimentatori di lingua tedesca, Grass, Böll,  Uwe Johnson - e compreso Celan, con cui intratterrà lunga, affettuosa, importante corrispondenza. Che di lei evidentemente non apprezzavano solo la freschezza e la venustà. In questa raccolta assortite da una serie di sue letture in vario modo interessanti, di Kafka, Brecht, Bernhard, Gombrowicz, Groddeck, Ungaretti in breve, e Sylvia Plath. A Groddeck prova, con insistenza, a dare consistenza filosofica, nell’ambito della psicoanalisi e della vita vissuta, dell’esperienza – prova addirittura a salvare il principio terapeutico, il “non esiste malattia che non sia prodotta dal malato” – ma senza conclusioni (ha contribuito, però, probabilmente al recupero editoriale di Groddeck, in Italia, da Adelphi, quarant’anni fa).  
Nel mezzo riflessioni elzeviristiche, sulla musica, sulla musica e la poesia, il viaggio in aereo (partenza da Milano), il concerto (l’orchestra in concerto), Mozart naturalmente angelico, e “quel che ho visto in Roma” (poco). E alcuni strappi d’autore, in fogli sparsi, recuperati dal lascito, che la curatrice titola spesso dall’incipit. Su Lipsia – che non è mai stata una città effervescente (ma non era la capitale editoriale della Germania?), e al tempo del comunismo è perfino insonora. Su Maria Callas, breve e piena di senso. Sull’“Otello” di Verdi, che è piuttosto l’opera di Iago – molto perspicace, per il lettore comune e non solo. Sui giovani negli anni 1960, “I giovani sono sempre i più stupidi”, pronti alla rivoluzione: “Il comunismo deve essere un lusso, altrimenti non esisterà”, “Il mondo non ha feste comandate, il mondo è un giorno di festa”, “Il tempo è una lenta festa segreta”. E, senza nominare l’Olocausto, un frammento critico recuperato anch’esso dal lascito (“Nessuno può chiamare in causa le vittime): “Non è vero che le vittime siano di monito, servano da testimonianza, che rendano testimonianza di qualcosa, dirlo è un modo fra i più terribili, irresponsabile e inefficace di rendere poetiche le cose” – e il lutto, l’elaborazione del lutto?
Un lungo saggio, “Diario in pubblico”, “concepito come contributo per il numero sperimentale di una rivista internazionale”, in francese, tedesco e italiano, che fu discusso per cinque anni, tra il 1960 e il 1964, dagli editori Einaudi, Julliard e Suhrkamp per concretizzarsi in numero zero unico, in italiano, con la testata “Gulliver”, in edizione marsupio con la rivista einaudiana “Il Menabò”, gira attorno al rema: pubblicare in più lingue che vuole dire – e a che fine? Con un sogghigno insistito sulla “«conciliazione» inscenata” da Adenauer e De Gaulle. Non isolato: Bachmann diffidava della “rivoluzioni” politiche che si susseguivano: a Berlino “la settimana inizia col Nepal e col Ghana, il martedì i congolesi sono trascinati avanti e indietro, mercoledì ha un tour il Pakistan, il giovedì le delegazioni del Polo Sud”).  
Su Roma, più che la corrispondenza radiofonica “Quel che ho visto in Roma”, è piena di senso una paginetta manoscritta che la curatrice intitola, come le altre, con le prime parole, “Lo ammetto”: “Lo ammetto, non so più perché vivo qui”. Su Berlino con i russi è invece un piccolo trattato di sociologia politica – non tanto sui russi quanto sui tedeschi, sui berlinesi (Bachmann aveva vissuto a Berlino un paio d’anni, a metà degli anni 1960), il discorso di accettazione del premio Büchner, il 17 ottobre 1964, che ha anche un titolo, “Un luogo accidentale” – è qui che fa la satira della rivoluzione perpetua, ogni giorno una. Altro testo di grande valore documentario “Il Gruppo 47”, un’anamnesi dell’avanguardia letteraria tedesca tra il1947 e gli anni 1950 – un contributo per un almanacco celebrativo del Gruppo, dove però il saggio non figura (non abbastanza celebrativo? Bachmann era considerata solo una bella ragazza?).
Una compilazione originale, di Barbara Agnese, comparatista, specialista di Bachmann (e Nelly Sachs), pescando tra gli inediti e le varie raccolte tedesche di saggi, discorsi, scritti brevi. Di ogni testo Agnese fornisce le coordinate bibliografiche. Una sua breve postfazione inquadra la “biografia intellettuale” di Ingeborg Bachmann. Situandola nella scena culturale austriaca, con Musil accanto a Wittgenstein, e il Circolo di Vienna o del positivismo logico.
Ingeborg Bachmann,
A occhi aperti, Adelphi, pp. 275 € 16

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