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Bachmann filosofa del linguaggio
“I limiti del
mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, e “Dio non rivela sé nel
mondo”, due riflessioni dal “Tractatuts” di Wittgenstein, 5.6 e 6.432, danno il
senso di questa raccolta: Bachmann filosofa del linguaggio, sulle orme di Wittgenstein,
che ancora ai suoi trent’anni pochi conoscevano in Europa e nella stessa Vienna.
Di Wittgenstein sulle orme a sua volta di Baudelaire, “Le Gouffre”. E di
Pascal. Poeta e narratrice capace di leggere e criticare Heidegger – ma questo si
sapeva già, dalla tesi di laurea, “La ricezione critica della filosofia esistenziale
di Martin Heidegger”, nota anche da noi.
Le riflessioni sul
linguaggio danno la giusta caratura alla frequentazione, che ora si trascura,
di Bachmann ai suoi vent’anni del Gruppo 47, di scrittori sperimentatori di
lingua tedesca, Grass, Böll, Uwe Johnson
- e compreso Celan, con cui intratterrà lunga, affettuosa, importante
corrispondenza. Che di lei evidentemente non apprezzavano solo la freschezza e
la venustà. In questa raccolta assortite da una serie di sue letture in vario
modo interessanti, di Kafka, Brecht, Bernhard, Gombrowicz, Groddeck, Ungaretti
in breve, e Sylvia Plath. A Groddeck prova, con insistenza, a dare consistenza
filosofica, nell’ambito della psicoanalisi e della vita vissuta, dell’esperienza
– prova addirittura a salvare il principio terapeutico, il “non esiste malattia
che non sia prodotta dal malato” – ma senza conclusioni (ha contribuito, però,
probabilmente al recupero editoriale di Groddeck, in Italia, da Adelphi, quarant’anni
fa).
Nel mezzo riflessioni
elzeviristiche, sulla musica, sulla musica e la poesia, il viaggio in aereo
(partenza da Milano), il concerto (l’orchestra in concerto), Mozart
naturalmente angelico, e “quel che ho visto in Roma” (poco). E alcuni strappi d’autore,
in fogli sparsi, recuperati dal lascito, che la curatrice titola spesso dall’incipit.
Su Lipsia – che non è mai stata una città effervescente (ma non era la capitale
editoriale della Germania?), e al tempo del comunismo è perfino insonora. Su
Maria Callas, breve e piena di senso. Sull’“Otello” di Verdi, che è piuttosto l’opera
di Iago – molto perspicace, per il lettore comune e non solo. Sui giovani negli
anni 1960, “I giovani sono sempre i più stupidi”, pronti alla rivoluzione: “Il
comunismo deve essere un lusso, altrimenti non esisterà”, “Il mondo non ha
feste comandate, il mondo è un giorno di festa”, “Il tempo è una lenta festa
segreta”. E, senza nominare l’Olocausto, un frammento critico recuperato anch’esso
dal lascito (“Nessuno può chiamare in causa le vittime): “Non è vero che le
vittime siano di monito, servano da testimonianza, che rendano testimonianza di
qualcosa, dirlo è un modo fra i più terribili, irresponsabile e inefficace di rendere
poetiche le cose” – e il lutto, l’elaborazione del lutto?
Un lungo saggio,
“Diario in pubblico”, “concepito come contributo per il numero sperimentale di
una rivista internazionale”, in francese, tedesco e italiano, che fu discusso per
cinque anni, tra il 1960 e il 1964, dagli editori Einaudi, Julliard e Suhrkamp
per concretizzarsi in numero zero unico, in italiano, con la testata
“Gulliver”, in edizione marsupio con la rivista einaudiana “Il Menabò”, gira
attorno al rema: pubblicare in più lingue che vuole dire – e a che fine? Con un
sogghigno insistito sulla “«conciliazione» inscenata” da Adenauer e De Gaulle.
Non isolato: Bachmann diffidava della “rivoluzioni” politiche che si susseguivano:
a Berlino “la
settimana inizia col Nepal e col Ghana, il martedì i congolesi sono trascinati
avanti e indietro, mercoledì ha un tour
il Pakistan, il giovedì le delegazioni del Polo Sud”).
Su Roma, più che la
corrispondenza radiofonica “Quel che ho visto in Roma”, è piena di senso una
paginetta manoscritta che la curatrice intitola, come le altre, con le prime
parole, “Lo ammetto”: “Lo ammetto, non so più perché vivo qui”. Su Berlino con
i russi è invece un piccolo trattato di sociologia politica – non tanto sui
russi quanto sui tedeschi, sui berlinesi (Bachmann aveva vissuto a Berlino un paio
d’anni, a metà degli anni 1960), il discorso di accettazione del premio Büchner,
il 17 ottobre 1964, che ha anche un titolo, “Un luogo accidentale” – è qui che
fa la satira della rivoluzione perpetua, ogni giorno una. Altro testo di grande
valore documentario “Il Gruppo 47”, un’anamnesi dell’avanguardia letteraria tedesca
tra il1947 e gli anni 1950 – un contributo per un almanacco celebrativo del Gruppo,
dove però il saggio non figura (non abbastanza celebrativo? Bachmann era considerata
solo una bella ragazza?).
Una compilazione
originale, di Barbara Agnese, comparatista, specialista di Bachmann (e Nelly
Sachs), pescando tra gli inediti e le varie raccolte tedesche di saggi, discorsi,
scritti brevi. Di ogni testo Agnese fornisce le coordinate bibliografiche. Una sua
breve postfazione inquadra la “biografia intellettuale” di Ingeborg Bachmann.
Situandola nella scena culturale austriaca, con Musil accanto a Wittgenstein, e
il Circolo di Vienna o del positivismo logico.
Ingeborg Bachmann, A occhi aperti, Adelphi,
pp. 275 € 16
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