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venerdì 13 marzo 2026

L’America e la seconda guerra del petrolio

La crisi petrolifera che si prospetta si dice senza precedenti. No, andò peggio, molto peggio, nel 1973-1974. In una situazione fortemente drammatizzata. Con la chiusura del Canale di Suez per la guerra del Kippur tra Egitto e Israele. E la riduzione – con embargo verso alcuni Paesi, Stati Uniti e Olanda sopra tutti, della produzione di petrolio da parte dell’Opec, l’organizzazione dei Paesi esportatori. Furono i mesi degli ascensori fermi, delle notti senza illuminazione, delle domeniche a piedi (e poi, dopo sette mesi, delle targhe alterne), delle chiusure anticipate di cinema, teatri e locali, bar e ristoranti compresi. E dell’austerità.
Fu allora una crisi di impatto mondiale e prolungato, oggi bizzarramente dimenticato. Che wikipedia vuole abbia colpito gli Stati Uniti, mentre la verità, da noi (Gianaldo Grossi) provata in “La guerra del petrolio”, Savelli, è che dagli Stati Uniti era stata originata. Per moltiplicare i margini dell’industria petrolifera e rilanciare gli investimenti. Semplicemente, cinicamente.
Il taglio della produzione, e anche l’embargo, fu deciso dall’Opec con la fattiva influenza dello scià di Persia, da vent’anni un manichino della Cia, e l’allineamento senza discussioni di Arabia Saudita, Kuwat e Emirati, allora piccoli principati di nomadi. Il triplicamento dei prezzi era stato richiesto dalle compagnie petrolifere americane nel 1972, con uno studio cui era stata data grande diffusione, per finanziare gli investimenti nella esplorazione di nuovi giacimenti – per recuperare l’autosufficienza degli Stati Uniti e ricapitalizzare il settore.
La moltiplicazione dei prezzi, embargo eventualmente compreso, era stata spiegata come di loro interesse alle assise periodiche Opec, e a quelle arabe degli esportatori di petrolio appositamente convocate nel 1972, a Kuwait City e Algeri, da James Akins, un diplomatico americano che si presentava come esperto del Dipartimento di Stato in materia di energia, e si riteneva collaboratore di Kissinger, allora consigliere per la sicurezza del presidente Nixon. Taglio della produzione e embargo furono decisi un mese dopo che Akins si era insediato a Gedda, capitale diplomatica saudita, come ambasciatore degli Stati Uniti.  
Oggi la disruption del mercato petrolifero - in una guerra che entra nella terza settimana senza che ne siano definiti gli obiettivi, non pubblicamente - va negli interessi degli Stati Uniti. Contro la Cina, che di petrolio è grande consumatrice ma dipende interamente dalle importazioni, dal Medio Oriente. Mentre gli Stati Uniti sono autosufficienti in materia di petrolio, e grandi esportatori di gas. Ma con un’industria energetica fossile bisognosa di ricapitalizzazione. Copre ben l’83 per cento dei consumi energetici americani (gli Usa, come la Cina, sono rimasti fuori dalla transizione green), e non intende retrocedere. Ma per farlo lavora sempre a costi fuori mercato rispetto a quelli africani e arabi. Specie per la produzione di shale oil, da sabbie bituminose, che richiede
 procedimenti enormemente costosi - e altrettanto inquinanti. Il primo Big Beautiful Bill di Trump, la sua prima finanziaria, ha stanziato 40 miliardi di dollari di sovvenzioni a questa industria, una cifra faraonica, ma evidentemente insufficiente.

Oggi come nel 1973, la guerra va anche contro l’Europa. All’Europa, a parziale risarcimento, Trump consente ora l’uso di petrolio russo - che però l’Europa si proibisce da sé, con le sanzioni.

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