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L’America e la seconda guerra del petrolio
La crisi petrolifera che si prospetta
si dice senza precedenti. No, andò peggio, molto peggio, nel 1973-1974. In una
situazione fortemente drammatizzata. Con la chiusura del Canale di Suez per la
guerra del Kippur tra Egitto e Israele. E la riduzione – con embargo verso
alcuni Paesi, Stati Uniti e Olanda sopra tutti, della produzione di petrolio da
parte dell’Opec, l’organizzazione dei Paesi esportatori. Furono i mesi degli
ascensori fermi, delle notti senza illuminazione, delle domeniche a piedi (e
poi, dopo sette mesi, delle targhe alterne), delle chiusure anticipate di cinema,
teatri e locali, bar e ristoranti compresi. E dell’austerità.
Fu allora una crisi di impatto mondiale e prolungato, oggi bizzarramente dimenticato. Che
wikipedia vuole abbia colpito gli Stati Uniti, mentre la verità, da noi (Gianaldo
Grossi) provata in “La guerra del petrolio”, Savelli, è che dagli Stati Uniti era
stata originata. Per moltiplicare i margini dell’industria petrolifera e
rilanciare gli investimenti. Semplicemente, cinicamente.
Il taglio della produzione,
e anche l’embargo, fu deciso dall’Opec con la fattiva influenza dello scià di
Persia, da vent’anni un manichino della Cia, e l’allineamento senza discussioni
di Arabia Saudita, Kuwat e Emirati, allora piccoli principati di nomadi. Il
triplicamento dei prezzi era stato richiesto dalle compagnie petrolifere
americane nel 1972, con uno studio cui era stata data grande diffusione, per finanziare
gli investimenti nella esplorazione di nuovi giacimenti – per recuperare l’autosufficienza
degli Stati Uniti e ricapitalizzare il settore.
La moltiplicazione dei
prezzi, embargo eventualmente compreso, era stata spiegata come di loro
interesse alle assise periodiche Opec, e a quelle arabe degli esportatori di petrolio appositamente convocate nel
1972, a Kuwait City e Algeri, da James
Akins, un diplomatico americano che si presentava come esperto del Dipartimento di
Stato in materia di energia, e si riteneva collaboratore di Kissinger, allora
consigliere per la sicurezza del presidente Nixon. Taglio della produzione e
embargo furono decisi un mese dopo che Akins si era insediato a Gedda, capitale
diplomatica saudita, come ambasciatore degli Stati Uniti.
Oggi la disruption del
mercato petrolifero - in una guerra che entra nella terza settimana senza che
ne siano definiti gli obiettivi, non pubblicamente - va negli interessi degli Stati Uniti. Contro
la Cina, che di petrolio è grande consumatrice ma dipende interamente dalle
importazioni, dal Medio Oriente. Mentre gli Stati Uniti sono autosufficienti in
materia di petrolio, e grandi esportatori di gas. Ma con un’industria
energetica fossile bisognosa di ricapitalizzazione. Copre ben l’83 per cento dei
consumi energetici americani (gli Usa, come la Cina, sono rimasti fuori dalla transizione green), e non intende retrocedere. Ma per farlo lavora sempre
a costi fuori mercato rispetto a quelli africani e arabi. Specie per la produzione
di shale oil, da sabbie bituminose, che richiede procedimenti
enormemente costosi - e altrettanto inquinanti. Il primo Big Beautiful Bill di
Trump, la sua prima finanziaria, ha stanziato 40 miliardi di dollari di sovvenzioni
a questa industria, una cifra faraonica, ma evidentemente insufficiente.
Oggi come nel 1973, la guerra
va anche contro l’Europa. All’Europa, a parziale risarcimento, Trump consente
ora l’uso di petrolio russo - che però l’Europa si proibisce da sé, con le
sanzioni.
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