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lunedì 21 gennaio 2019

L’attesa ambigua della liberazione


Un film claustrale, d’immagini sfumate, sfuocate – l’unica solare è la fuga dei tedeschi da Parigi (e il mare, da ultimo, un giorno di libeccio, alla foce del Magra sotto Monte Marcello). È l’aprile del 1945, gli Alleati sfondano ovunque in Germania, gli internati ritornano, attesi da moltitudini di donne, ma non c’è festa.
Un’attesa che è un racconto risarcitorio, o di espiazione, della propria Marguerite Duras, dedicato a un Frèdéric Antelme, che potrebbe essere il figlio nato morto di Marguerite e Robert. È l’attesa del ritorno del marito Robert Antelme: un’attesa disperata ma ambigua, di sensi di colpa, vivendo già l’autrice con Dyonis (Mascolo), amico di Robert e suo compagno nella rete di Resistenza di Mitterrand – il quale s’incaricherà personalmente di ritrovare Robert ancora vivo a Dachau nel sttore moribondi, in quarantena per sospetto tifo, e di trafugarlo alla libertà e alla rinascita. “Sì, Robert non è morto a Dachau” è la conclusione. Dopo che lei gli ha detto di voler divorziare, per fare un figlio (perché attende un figlio, n.d.r.) con Dyonis, e ha risposto no alla sua richiesta di continuare a rivedersi. Quarant’anni dopo, cinque prima della morte di Antelme, Marguerite Duras “ritrova” questo vecchio testo, il racconto è in forma diaristica, come contemporaneo ai fatti, e lo pubblica.
Il film utilizza nella prima parte uno dei racconti che Duras aveva aggiunto a “La douler”: “Monsieur X, detto qui Pierre Rabier”, sul francese della Gestapo che li ha arrestati – Marguerite è sfuggita all’arresto per l’intervento in extremis di Mitterand. In una versione già anni 1980, post “Portiere di note”, il film di Liliana Cavani, e Pasolini di “Salò Sade”, sull’ambiguità del male.
Un film semplice, che ripete pari pari i racconti di Marguerite Duras, e complesso: sa dare forma alle paure, forzate, e alle ambiguità della protagonista, pur senza scalfire il senso di tragedia che è in questa liberazione, il senso del titolo: il dolore dell’attesa e anche della sua soluzione.  
Emmanuel Finkiel, La douleur

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