sabato 11 luglio 2026
L'Europa dei cattivi corrispondenti
Si legge sul giornale, nel caso “la Repubblica”, di “obiezioni” e “osservazioni” Ue al bilancio italiano. Che non ci sono state – c’è un documento generico sulle politiche di bilancio dei Paesi europei, con le solite raccomandazioni di rito. L’articolo, non volendosi masochisticamente limitare al titolo, è una “curvatura” dell’insieme delle solite frasette prudenziali di Bruxelles.
Quando al calcio si giocava
Le
cose viste e vissute da Calabrese in trent’anni da cronista con la Fiorentina.
E la storia per sommi capi del club, delle presidenze, e soprattutto degli
atleti e degli allenatori che si sono susseguiti, nella storia che ora fa un
secolo. Nella memoria facendo rivivere quella del campionato 1955-56, il primo
che si poteva “vedere”, in tv, invece che ascoltare alla radio.
Un
campionato di partite vere. Tecniche, tattiche, come no, l’allenatore Fulvio
Bernardini, detto “il dottore2ì” (era laureato), era specialista di trovate
tecnico-tattiche (a lui si deve l’invenzione del “tornante”, il calciatore in
grado di farsi tutto il campo più volte, e più veloce, e più aggressivo, degli
avversari). “Vinto” già dalla seconda giornata col 4-0 alla Juventus, di
Boniperti, in casa della Juventus – arbitro un ironico Concetto Lo Bello, come
si èuà vedere in una delle tante foto dell’illustratissimo volume, giovane ma
già veemente anti-juventino. Da uno squadrone costruito, senza parere, con
campioni che si ricordano: Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Segato,
Julinho, Gratton, Virgili, Montuori, con gli incursori e tornanti Magni e
Prini. Il “dottore” Bernardini, detto anche “il filosofo”, parlava ma soprattutto
faceva giocare. Come non usa più: il talento, se c’è, si limita con la tattica
– e le smorfie disperate al minimo contatto. Nella grande ricchezza, come il Mondiale in corso testimonia, ricchezza di dollari, e di noia.
Giuseppe
Calabrese, Fiorentina 100, “la
Repubblica-Firenze”, pp. 213, ill., gratuito col quotidiano
venerdì 10 luglio 2026
La caccia al cristiano
Negli ultimi venti anni 100 mila cristiani
– almeno 100 mila – sono stati uccisi dagli islamici in Nigeria. Senza
risposta, senza difesa. E almeno 15mila strutture di cristiani, fra dispensari,
scuole, chiese, sono state saccheggiate e incendiate, comunque distrutte.
La caccia al cristia non non avviene in
Africa solo in Nigeria. Si pratica ovunque ci sia un movimento islamista, dal
Mali al Benin, l’ex civilissimo Dahomey – compreso, sporadicamente, il Senegal
del cristianissimo “padre della patria” Léopold Sedar Senghor (che avrebbe
dovuto essere il primo Nobel africano trenta o quarant’anni fa, per la Letteratura
o per la Pace, se la Scandinavia avese avuto discernimento, punta di diamante
dell’assimilazione occidentale e cristiana).
Specialmente in Etiopia, il più antico
Stato cristiano del mondo - dal 330-340 d.C, sotto il regno di Aksum, re Azana
- gli Amhara, che praticano il cristianesimo, sono stati oggetto nel Millennio
di pogrom di varia specie, con centinaia di assassinii, decine di chiese incendiate,
comunque distrutte, e perfino paesi dispersi. Costringendo l’attuale uomo forte
del governo, il primo ministro Abiy, cristiano benché di nome faccia Ahmed Alì,
Nobel per la Pace nel 2019, per aver fatto la pace con l’Eritrea dopo una guerra
di oltre vent’anni (in realtà una guerra endemica di settant’anni, dopo la fine
del colonialismo italiano), a una sorta di coprifuoco in varie aree del Paese. Durante
il regime “marxista”-militare di Menghistù, negli anni 1970-1980, peraltro la
caccia al cristiano era diventato sport nazionale, in chiave “rivoluzionaria” –
a partire dall’assassinio di Hailé Selassié, l’imperatore forse più
etnonazionalista di molta storia, e dai cinque anni di prigionia e torture, culminate
con lo strangolamento, del patriarca Theophilos, il capo della chiesa etiope.
Molti assassinii di cristiani si
registrano, singolarmente non come pogrom, fuori dell’Africa nei Paesi islamici
con cospicua presenza storica cristiana, soprattutto in Pakistan. E anche in Turchia.
II “jihadismo” africano è in parte indipendente
da - e precedente a - quello mediorientale, siro-iracheno-afghano. Già nei
primi anni 1970, quindi prima della crisi del petrolio che arricchì all’improvviso
e ingigantì le petromonarchie della penisola arabica, cospicui fondi sauditi e
degli Emirati erano sbarcati nell’Africa sub-sahariana: in Senegal, in Camerun,
nel Dahomey, e in Nigeria negli emirati storici del Nord, di Kano e Kaduna. Per
la costruzione di scuole coraniche e moschee, con spreco di marmi di Carrara e
vetri di Murano. Un’esibizione di potenza e di benessere nel più vasto campo “occidentale”,
cioè americano, di uso dell’islam in funzione anti-sovietica e anti-cinese, in Africa
e nello stesso Medio Oriente (gli stessi fondi alimenteranno Al Qaeda e l’Is).
L’antisovietismo è morto da tempo, l’anti-cristianesimo gli è subentrato. Forse
perché i cristiani sono poco cristiani (non più militanti), prima che deboli
politicamente.
Lo scempio ambientalista
Si
premia alla pineta di Arenzano a Genova, luogo eponimo delle “case di vacanza”,
ora seconde case, opera dei maggiori architetti del Novecento, Gardella,
Zanuso, Magistretti, Ponti, Caccia Dominioni, il volume curato sei anni fa,
ricco di oltre 300 immagini, di schizzi, disegni, piante, strutture, ambienti,
arredi, della grande macchia mediterranea alla falde delle Apuane, sotto Massa,
di Ronchi e Poveromo. che ebbe nella prima metà del Novecento un progeto di
riutilizzo residenziale sparso.
Una
strana efflorescenza fuori luogo e fuori stagione, di bellezza artistica e
naturale, in luoghi da oltre mezzo secolo abbandonati all’incuria, per una
legge regionale mal congegnata anti-antropizzazione. Che ha abbandonato
vastissime aree della macchia, già lottizzate, all’incuria e ai topi. Si sfoglia
il volume con meraviglia abitando quei luoghi. Pagina dopo pagina ritrovando
tesori, che nella realtà quotidiana si
vivono come relitti. Tristi anche quando sono curati – raramente: non molti lo
sono, molte “famiglie” avendo abbandonato la macchia, all’incuria o a
compratori che non sanno che farsene, se non per riciclaggio (i subentranti,
pochi, sono ucraini, russi, eccetera, di cui poco o nulla si sa).
Architetture
e società è il sottotitolo che Nocchi e Nicoli avevano dato alla loro ricerca,
Ma la società non c’è più, e le architetture sembrano moncherini, di un corpo
poco salubre: indistruttibili ma infelici. Nocchi e Nicoli hanno fatto in
tempo, impiantando la loro ricerca una decina di anni fa, di consultare archivi familiari e condividere
memorie di prima mano. Ora, sotto l’ombrello munifico della transizione verde,
il nuovo polmone del vecchio “sottogoverno”, si propone di fare di Ronchi e
Poveromo un “Parco”. Dopo avere costruito e abbandonato nei decenni, sempre
per le briciole del “sottogoverno”, le isole Wwf, i parchi a tema, i parchi
giochi. Giusto per qualche “posto”, a spese del Comune o della Regione, Magari
eleggendo la (ex) scuoletta elementare del Poveromo a Casa del Parco – -etto e -ino, il poverismo
è sempre d’obbligo in Toscana. Mentre il “parco” si è nel frattempo popolato, negli anni
1970-1980, al coperto dell’anti-antropizzazione, dell’ “abusivismo di necessità”,
con case e casette costruite in ogni angolo, anche a sghembo sulla strada, senza
progettazione e ambientazione. E successivamente di mini-residenze (villette,
condivisioni, rsa…) della piccola speculazione – di piccoli immobiliaristi
locali più che di imprenditori. Scomparsi i Mastrocinque, i Crepax, i Pratt, i
Triulzio, la memoria di Longhi e Anna Banti - resistono, ma senza praticare più
i luoghi, di nessun fascino, la tribù dei Carandini e le nipoti di Savinio.
Con
una presentazione di Silvia Carandini, una delle vecchie “famiglie” - nostalgia.
Testi in italiano e in inglese.
Massimilano
Nocchi-Silvia Nicoli, Le ville di Ronchi
e Poveromo. Architetture e società 1900-1970, Pacini, pp. 336, ill.mo € 38
giovedì 9 luglio 2026
Problemi di base divini - 923
spock
“L’eresia è la vita della religioni”, André Suares,
“Péguy”?
“È la fede che fa gli eretici”, id.?
Non ci sono più eresie in una religione morta”, id.?
“Una religione senza mistici è una filosofia”, papa Francesco?
“Il passato non è mai soltanto passato”, papa Benedetto
XVI?
“Chi si perde
nella propria passione perde meno di chi perde la passione”, sant’Agostino?
spock@antiit.eu
Lo scienziato perso in Persia
Colpisce
a una rilettura il non detto, non osservato - che all'epoca si imponeva, 1978-1979. Di un mondo intellettuale, p.es.,
in Iran “americano”, dall’inglese parlato agli orizzonti culturali. Della
mobilitazione giovanile in gruppi e masse compatte, nei campi e campeggi da
addestramento al combattimento fisico. Compresi i blocchi neri di giovani
donne. E nelle piazze della rivolta le masse nere femminili, ululanti, trascinanti,
a uso delle immagini (“fare massa”) – a favore di un regime arcimaschilista. O
l’uso sbalorditivo dei media, audiocassette,
videocassette, manifestazioni “studiate”, a uso mediatico. E il ruolo dei
servizi segreti, francesi e americani, nel mongtaggio del radicalismoislamcio –
che tanti danni ha portato (anche) agli islamici.
Le
edizioni Gallimard hanno raccolto nel 1994, dieci anni dopo lamorte di
Foucault, gli articoli che lo studioso aveva scritto tra l’ottobre del 1978 e
il febbraio del 1979, in presa diretta, in esclusiva per il “Corriere della sera”,
sulla “rivoluzione” iraniana, senza le virgolette. La traduzione è successiva
di quattro anni, 1998, con una premessa e a cura di Renzo Guolo, molto critico,
e Pierluigi Panza, perplesso.
Una
lettura in certo senso affascinante, di come la colta, coltissma, Europa fa a
meno del Resto del Mondo – faceva, quando si pensava ancora dominante.
Michel
Foucault, Taccuino persiano, Guerini
e Associati, pp. 128 pp. vv.
mercoledì 8 luglio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (638)
Giuseppe Leuzzi
Solo la cucina salva dall’odio-di-sé
Eugenio
Barba è un teatrante di gran nome, nato in Italia, da cui si è allontanato da
giovane (ma di buon nome anche in Italia, in qualità di allievo di Jerzy
Grotowski, e con le lontane esperienze dell’Odin Teatret), professando da
Holstebrō in Danimarca sull’Europa continentale. Ripescato ormai novantenne dal
“Venerdì di Repubblica” in una profusa intervista, non ha nostalgia né ricordi,
giusto un “sono nato a Gallipoli”. Non è una posa e non è un fatto isolato, il
fenomeno universale delle “radiici” non attecchisce al Sud. Dove invece prevale
il rifuto, l’odio-di-sé, un secolo (1930) fa teorizzato da Theodor Lessing per
il mondo ebraico, in chiave e in epoca di assimilazione. Ripreso vent’anni fa,
nel 2004 (“England and the Need for Nations”), da Roger Scruton (filosofo
dichiaratamente “conservatore”) come “oicofobia”, o “esigenza di denigrare i
costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”.
L’origine insomma come patologia. Non necessariamente, ma in chi ne soffre come
di una dimuzione o una tara. Come un incidente, più nocivo che ripugnante, ma
insomma una palla al piede.
Il
contrario, la ricerca e il culto delle radici, resiste nelle Americhe, Australia compresa,
tra gli emigrati per bisogno, anche perché è un fatto “culturale” - la memoria delle
radici è storia, che ha un valore forte in mondi senza storia, e per di più la
storia dell’Italia e anche del Sud si vuole gloriosa, dalla Magna Gtrecia in
poi. Non tocca chi è emigrato per rifiuto.
La
questione delle “radici” è complessa. Simone Weil, che l’ha affrontata per
prima, nel 1943, poco prima di morire, “L’Enracinement” (tradotto come “La
prima radice”), ne ha fatto l’anamnesi ma non ne ha prospettato un assetto critico – in
termini di validità, bisogno, necessità, o rifiuto. Trent’anni dopo, nel 1976,
il romanzo “Radici” ha reso il tema popolare - in A merica e quindi nel mondo:
“la saga di una famiglia americana” recitava il sottotitolo, di una famiglia
afroamericana, opera dello scrittore afroamericano Alex Haley. Suscitando un
sorta di generale corsa alle origini degli ameriani, tutti in vario modo
immigrati – e quindi nel mondo, una rivisitazione e una rivalutazione. Per gli
italiani emigrati curiosamente solo di un tipo – a parte la rivendicazione della
storia e del patrimonio artistico: la cucina. Tolta la quale c’è piuttosto
riserbo, se non rifiuto – l’odio-di-sé si pratica, non si professa, è come uan
vergogna, di qualcosa che non si esibisce.
Valga per l’Italia il caso di Stanley Tucci, l’attore americano di
tanti film famosi ora cuoco professionale a Londra, nel bestseller di qualche
anno fa, “Cio vuole gusto. La mia vita attraverso il cibo”: l’abitudime materna
a cucinare due volte al giorno per il padre e i figli, di una donna peraltro
attiva fuori casa, laureata, segretaria di redazione di una rivista, scrittrice
di culinaria, si è scoperto in età a considerare un linguaggio potente d’immedesimazione.
Allargato nella fattispecie alla cuginanza di Cittanova, in Calabria, che la
madre ha voluto far conoscere alla sua famiglia americana, e che ha sedotto il
ragazzo Stanley, che ne ha memoria viva
dopo molti anni, dei luoghi, dei visi, dei modi, delle cose fatte e viste.
Nello stesso giornale del recupero di Barba, nel numero successivo, la
rubrichista Annalisa Cuzzocrea, nata a Reggio Calabria, apprezza della collega
Concita De Gregorio, “La cura”, il racconto di una grave malattia, soprattutto
la memoria gastronomica: quando “la madre vuole prendere il treno, trasferirsi
da lei, andarle a cucinare le crocchette di baccalà, convinta che le faranno tornare
l’appetito”, e quindi la salute. Per poi ricordare: “D’incanto, ho rivisto la padella
con cui mia nonna cucinava il mio cibo preferito, la frittata di patate….Non
era un tipo affettuoso, la nonna, parlava cucinando, però”.
C’è chi si
svilppa e chi no – la questione meridionale
Capita
di passare lunghi periodi l’anno in provincia di Massa a contatto con la
provincia di Lucca. Stessa geografia, stesso clima, stesse attività o
vocazioni, terziarie, ma due mondi separati e distinti, benché limitrofi, e nei
secoli non sempre divisi. Neanche amministrativamente. Sono anche due mondi basicamente
“democristiani”, perché votano, e perché pensano “bianco”. Ma all’opposto, per
capacità di gestione, progettazione, creazione di ricchezza – di “visione “.
Attenta e fruttuosa in ogni ganglio la lucchesia, trascurata e in definitiva
poveristica, se non per il necessario riferimento al popolo, ai bisogni, alla Resistenza,
etc., per coprire l’inettitudine o il menefreghismo, la provincia massese.
All’interno della quale peraltro sarebbe da rilevare una differenza enorme tra
Massa comune e il comune adiacente di Montignoso, che di un canale abbandonato,
il Cinquale, ha fatto in pochissimi anni una miniera – ma meglio semplificare,
non perdere il filo: la macchia mediterranea probabilmente più ampia
in Italia, di Ronchi e Poveromo, Massa ha abbandonato ai topi e al marciume,
da mezzo secolo ormai - anche la differenziata vi fa a giorni alterni, se tutto
va bene. Sotto forma di “lotta all’antropizzazione”, mentre ha favorito
l’“abusivismo di necessità” (compresi gli “appartamentini” da affittare) – e
forse per incapacità e ignoranza più che
per corruzione. Due
province limitrofe, stessa Regione, stessa cultura politica, due destini diversi
e come opposti, lo sviluppo da una parte, razionale, brillante, costante. Fino alla
ricchezza, curata, rinnovata. Dall’altra, con gli stessi presupposti, geografici,
naturali, politici, la rassegnazione e come un’implosione.
Succede
anche al Sud. Fra la Calabria, p.es., regione ricca di risorse, che non sa o non
si cura di valorizzare, e la Basilicata, che al confronto non ne ha ma si
industria di fare fruttare il poco al meglio – se non altro con un’intelligente
promozione-presentazione, o politica d’immagine.
È
il mistero del ritardo persistente del Sud. Non più scusabile ora, a fronte dei
passi da gigante delle regioni più povere d’Europa in pochi anni dacchè sono entrate
nell’Unione Europea. Nel Sud Italia si preferisce invece 9emigrare piuttosto che costruire. Lo
sviluppo è più un fatto di mentalità, di volontà di fare e di saper fare, che
di risorse – sono poveri in Africa il Katanga e la Namibia, i territori più ricchi
al mondo di minerali ricchi e preziosi.
Lamentarsi fa
bene - la questione settentrionale
Vent’anni
fa il “Corriere della sera” discuteva la “questione settentrionale”. Il
leghismo legando alle vecchie rimostranze lombardo-venete – nei confronti del
nuovo Stato italiano come già sotto il dominio austriaco. Lo ricorda oggi lo
stesso quotidiano nel reprint del 10 luglio 2006, con la vittoria dell’Italia
ai Mondiali di calcio, della serie di ristampe con cui celebra i suoi 150 anni.
Il
dibattito era stato sollevato, vent’anni fa, domenica 2 luglio 2006, da Galli
della Loggia, che ne faceva “un’istanza reale”, allora e centociquant’anni prima,
ma mal rappresentata politicamente, col leghismo – in chiave isolazionista,
punitiva, vendicativa, revanscista, egoista.
Su
questa analisi il “Corriere della sera” aveva aperto un dibattito, facendo
intervenire ogni giorno della settimana una personalità o uno studioso: Magris,
Galasso, il presidente della Regione Veneto
Galan, lo storico salentino Gianni Donno, e il giurista Guido Rossi.
Secondo quest’ultimo, all’epoca avvocato d’affari, Milano eVenezia si lamentano
sempre di chi li governa, di Roma come già di Vienna.
Sul
numero ristampato lo storico Roberto Chiarini, contemporaneista senza paraocchi
(“Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra”, “Storia
dell’antipolitica dall’unità a oggi”) già cattedratico alla Statale milanese,
critico del “pochi ma buoni”, la mitogafia esclusivista della Resistenza,
illustra una chiave nuova, l’andirivieni del leghsimo collegando alle
oscillazioni politiche del mondo cattolico. Chiarini parte lamentando che la
questione è impostata male dalla Lega e dagli oppositori della Lega. Ma subito
poi registra, “già nel momento della formazione
dello Stato e della nazione la presenza di un forte sentimento di
«orgoglio del Nord», un impasto irrisolto di più ingredienti, di denuncia della
sperequazione fiscale, che condanna «la Lombardia a pagare per tutti», di
equiparazione di Roma a «centro dei parassiti di ogni risma», di esaltazione di
Milano quale esempio del«fare da sé», di predilezione per «l’Italia che
lavora»”.
La
divaricazione politica fu evitata nel primo mezzo scolo di vita unitaria, del “non
possumus” legittimista vaticano, gli ambienti cattolici, prevalenti nel
Lombardo-Veneto, confluendo con le nascenti borghesie nel fai-da-te, fuori dalla
politica – “la frattura confessionale da un lato e il respiro universalista delle
idelogie dominanti”, liberale e socialista. Il fascismo impose il “vincolo
superiore, unitario e centralistico”. Con la Repubblica la “questione settentrionale”
viene posta con virulenza. Anche se bisognerà “aspettare la crisi dei partiti
di governo. E specificamente della Democrazia cristiana, perhé il mondo cattolico
si ritrovi, per così dire, politicamente orfano. Lo scontento finisce per
riattivare gli antichi (e mai sopiti) pregiudizi dell’anti-politica, dell’anti-statalismo
e dell’anti-centralismo. Si apre allora, nella storia d’Italia,con un ritardo
di oltre un secolo, rispetto alla nascita dello Stato Unitario centralistico, la partita….”. Con la pretesa oggi a farsi dichiarare Zes, zona economica speciale, per detassazioni, contributi e ogni altra misura pubblica, anche europea, di sostegno alla produzione - senza minimamente vergognarsi di figurare questuante, come una qualsiasi Calabria: avidità, senza limiti.
Cronache della differenza: Milano
“Qui
le donne percuotono l’incudine e lavorano con il maglio e la vanga”. Nel 1787
Thomas Jefferson, padre della patria americano, futuro terzo presidente,
ambasciatore a Parigi, ospite in primavera di
Francesco Dal Verme, giovane conte milanese volontario cinque anni prima nella
guerra per l’indipendenza, fa questa osservazione “nei suoi quasi sconosciuti
appunti di viaggio”, che Marzio G.Mian recupera in parte sul “Corriere della
sera-Milano”. La fa “tornando ai dintorni di Milano” dalle sue cacce ai luoghi,
prodotti (soprattutto agricoli, riso, formaggi,vini) e metodi che annota in
dettaglio, da riproporre in America.
Sempre
più al vento degli affari, sempre volatile tra le Borse europee: i titoli
salgono e scendono come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5-6 e
perfino dell’8 per cento. Per un fatto tecnico, la scarsità del flottante – che
non è colpa di Milano, è la debolezza del sistema Paese, fatto di piccole e
micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto la ricchezza di Milano: in questo
tipo di mercato basta un minimo di accortezza per motiplicare il denaro. Milano
è ricca di poco?
“La Lettura” di fine maggio dedica molto
spazio a Milano, la città che “non c’è più”. A San Siro, lo stadio che non si
sa se abbattere o riqualificare. E alla città come la vivono due suoi scrittori
- due “giallisti”: Gian Andrea Cerone e Alessandro Robecchi. Cerone, nel libro
in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco
Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un
ospedale lituano”.
Cerone lamenta difficoltà anche
nell’ambientazione. Al punto che non ha
trovato di meglio che riiunire i personaggi attorno a “una comunità di lavoro:
a Milano si lavora sempre”.
Robecchi non ci si ritrova: “Dal ponte di
corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
Si
lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento
(l’impoverimento) del ceto medio, operaio, impegatizio, professionale. Ma nel
“canone di autori milanesi” mettono
Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturamente Scerbanenco, Buzzati e anche
Umberto Saba. E non Gadda e Arbasino, che di quel ceto medio individuarono per
tempo le debolezze: perché scelsero d vivere a Roma?
Da
molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche per la
Scala, a parte la finta passerella di celebrità
della “prima” stagionale alla Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione –
progetti, passione: alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73
anni, “ho poche energie”, che 39 anni è sbarcato in Europa come direttore
musicale, ma all’Opéra di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche
delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe
niente, dissecca.
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno
affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli
apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che ha
concluso con lui una lunga serie di reportages
su Milano oggi. Dacché il malessere? Il leghismo è un virus, che non risparmia
i leghisti.
“Milano città
che sale, lo diciamo da inizio 900, città delle opportunità, dei grandi eventi,
poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla
sicurezza sfilacciata”, così “7” sintetizza la serie di articoli su Milano.
Veramente la “sicurezza” a Milano è sempre sfilacciata”, dai poveracci di
“Miracolo a Milano” agli hooligans, quando la città cominciò a sentirsi
inglese, ai terroristi – e molto prima agli squadristi. Ma forse è una
percezione - è sempre “dagli all’untore”.
Le baby gang imperversano, fanno
anche morti. Lasciate alla Polizia. Mentre sono un fenomeno sociale, di ragazzi
lasciati a se stessi. Il milanese non ha tempo e non ha voglia di occuparsene.
A difetto di Polizia, la colpa è della scuola. La realtà è un disturbo a
Milano.
Lunedì il.milanese Bpm si
compra Mps con Mediobanca e Generali. Martedì se li ricompra Intesa. Era un po’ da ridere in effetti l’assalto di
Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di Milano, che è monetario e
finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca, la ricchezza dei
milanesi? Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
“La stanza proibita nella
Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde,
catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50 mq, affitatto a
ore nel cuore della città. In condominio. Forse qalcuno si domanda il motivo
del viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia,
sono affari.
“La città è molto cambiata.
Il ceto medio di centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città –se scientificamente
o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinstra radical chic”.
Lo dice La Russa, il presidente già missino del Senato, ma è la verità. Un
tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è
diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora è senz’anima, se non l’immobiliare. A prova di
Procura.
Non si fanno statistiche né
indagini sociologiche, ma ha il record da qualche anno delle violenze
giovanili, in rapporto agli abitanti e in assoluto: sutpri, assalti,assassinii.
Non sempre di giovani figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non
studia rimedi. Né c’è un ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative
– Gadda e Arbasino non satrebbero chi irridere. Il sindaco Sala rappresenta
solo se stesso. E gli immobiliaristi dei grattacieli, costruiti come
“ristrutturazioni” di garage.
Rocchi-Gravina-Inter è un fatto: le consultazioni erano
la prassi. Naturalmente non si dimostrerà nulla. L’Inter ne ha passate indenne
anche di molto peggiori. Anzi, fu l’accusatrice principe nel 2006 contro la
Juventus, tramite il suo fedelissimo consigliere Guido Rossi, eletto presidente
della Figc. Roba di pessimo gusto, ma non a Milano. Milano ha sempre ragione, che
ci toglie anche il calcio, ci prova.
È la
diocesi più grande d’Europa. Con cinque milioni di battezzati. Ma non ha - non ha più, dopo il cadinale Martini, che a
un certo punto si ritirò in Terrasanta – si è scristianizzata?
Ha anche molte chiese, alcune suggestive, storiche ,
architettoniche, ma non c’entra mai nessuno – sono deserte a tutte le ore.
Mezzo secolo fa la
nube tossica all’Icmesa di Seveso-Meda. Della diossina dispersa nell’aria. I cui
danni, in termini di tumori e aborti, furono peggiori di Chernobil qualche
decennio dopo - che mobilitò l’intera Europa, per la prevenzione dei danni e
per i soccorsi. Di Seveso “Milano” diede l’allarme dieci giorni più tardi. La
presunzione non è mai troppa.
leuzzi@antiit.eu
Ritorno alla geoeconomia
La
geoeconomia ritorna al centro. Su iniziativa americana: l’efficienza
(convenienza) economica, in termini di costi\benefici, si riequilibra con
considerazioni di sicurezza, per la crescita e la moltiplicazione dei rischi
geopolitici. Attraverso dazi, contingenti, nazionalizzazioni. Ma non è una novità: “Quando si arriva agli scambi internazionali,
gli Stati hanno sempre bilanciato la convenienza economica con la sicurezza
nazionale”. Che è un concetto largo, e più in termini di convenienza economica,
presente e futura, tutti i fattori considerati, compreso il lavoro e l’effetto reddito,
che militari o di potenza.
Una
serie di interventi di economisti di varia formazione e opinione, coordinati
dalla direttrice della pubblicazione dell’Fmi Gita Bhatt, sull’avvenuto ritorno
alla geoeconomia. Al bilanciamento dei vantaggi ricardiani del libero scambio
con i progetti, i programmi, i problemi, gli sviluppi nazionali.
AA.VV.
– Rethinking Free Trade, “F&D”, Finance&Development, Imf, in libera lettura, anche in italiano, Ripensare il libero scambio)
martedì 7 luglio 2026
L'America ha bisogno dell'Europa
Si va al vertice
Nato con le polveri bagnate. L’Europa ci va. Si sottostima storicamente, e politicamente,
il bisogno che gli Stati Uniti hanno avuto e hanno dell’Europa. Forse per la scarsa
caratura dei leader europei di fronte
all’eccessivo Trump. Ma inequivocabile. Nella lunga resistenza all’espansionismo
sovietico dopo l’appeasement rooseveltiano
a Yalta. Compresa la fermentazione del “dissenso”, che è in ultima analisi ciò
che ha disintegrato il sovietismo, più che gli scudi stellari di Reagan. E ne
hanno ora bisogno nei riguardi dell’Asia, della Cina, e dell’India insorgente.
La Ue è concorrente
economica. Ma dentro le regole del mercato. E in posizione di debolezza, tra Usa e Cina. Non è una economia ma un conglomerato, tribale. Produce poco e male - cresce un terzo di Usa e Cina. Non è nella IA, e nei data center che la alimentano. È e resta dipendente negli approvvigionamenti energetici. Trump ha adottato la sbruffonaggine
per politica, dalla Groenlandia a Meloni, alla guerra improvvisa e persa contro
gli ayatollah, inguaiando in questo caso mezzo mondo, per poi lamentare che non
la ha vinta perché l’Europa non l’ha combattuta. Il che è anche vero. Ma nessuno, non solo in Europa, avrebbe considerato quella guerra in qualche modo utile.
Meloni al tavolo d’onore
del pranzo Nato, con Trump e Erdogan, è probabilmente un fatto di etichetta – ha
un inglese fluente e sa trattare molti temi, fatto indispensabile in un tavolo “seduti”
per un’ora, un’ora e mezza. Ma il fatto è che Trump a quel tavolo ci deve
stare. E ci sta.
La Forza sia con l'America
Non fanno notizia
né opinione in America le intemperanze di Trump contro questo e quello, contro i leader
europei, dopo Obama e Biden: Macron, Merz, Meloni - le tre M dell’Europa? – e contro
il papa di Roma (non c’è stata una sollevazione dei cattolici, in Sud America sì, in America no). E nemmeno
contro questo o quel candidato deputato a Washington o un\a giornalista. Non se ne trova traccia nei media americani, se non marginali, come curiosità.
Specie non in quelli “autorevoli” (considerati), oggi detti mainstream, tutti accesi antitrumpiani.
La Forza non dà
fastidio in America, dal rodeo a Hiroshima. “Che la Forza sia con te” si augurava
in “Guerre stellari” come augurio paterno, nella forma di una forza mistica, unificante,
spiegavano i programmatori, sopra invidie e inimicizie. Ma è pur sempre la Forza.
Che non si augura a un nemico: la pax
americana.
Ma è la Dc che governa
Cazzulllo dà oggi
sul “Corriere della sera”, argomentando con i lettori, per defunta la Dc. E da
tempo. Mentre regna sovrana. Nella Funzione Pubblica, cioè nelle istituzioni.
Dal Quirinale e dalla Corte Costituzionale in giù. Naturalmente in Cassazione e
al Csm. Targata magari Pd o Forza Italia, e oggi un po’ Meloni, ma non vuol
dire – era il messaggio del cardinale Ruini, eminente politico, e rispettabile,
ai vescovi italiani trent’anni fa: diversificare. Nonché nelle cariche
direttive durature, alla Rai (con gli eredi Berlusconi anche alla Fininvest) e negli enti economici, dai ministeri alle Procure – un po’ di sinistra e un po’ di
destra. Nella spesa pubblica: orientamenti (assistenzialismo, ma anche
incentivazione) e controllo centri di spesa. Anche negli investimenti, tramite
i grandi enti economici, oggi grandi gruppi, Ferrovie, Anas, Eni, Enel. Nelle
banche, tutte o quasi tutte emanazione delle fondazioni, tutte di area Dc:
Intesa, Unicredit, Bpm, perfino Mps – unica eccezione Bper, ma per un’ascesa
avventurosa (e quindi ricattabile?) Unipol ex Coop (ex Pci) consentita
benevolmente dalla Dc, col regalo dapprima di Sai, e poi della stessa Bper e
della Popolare Sondrio. E naturamente
nella politica. Col Pd, di cui è stata la forza creatrice, con l’Ulivo, e
resta quella dominante – il vero “partito” (Schlein è solo qualche voto online,
non ha nessun potere, e del resto nessuno la consulta, che sia la difesa, o il
risiko bancario). Avendo espresso i presidenti del consiglio della “Seconda Repubblica”,
Prodi e Berlusconi, e poi Letta, Renzi e Gentiloni – e un po’ Meloni.
Ma l’elenco delle persistenze sarebbe lungo. Basti sapere, come questo sito ha notato, che è naturalmente
sempre il Centro, cioè la “massa” Dc, a determinate le maggioranze nella “Seconda
Repubblica”, spostando il milione e mezzo di voti, il 4-5 per cento dei (pochi)
votanti, che fanno le maggioranze – le alternanze. Che sono di schieramento ma
non di politica, immutata.
Cronache dell’altro mondo – eccezionali (410)
L’appello di
Trump al presidente della Fifa Infantino perché cancellasse la squalifica del calciatore
Usa Balogun è stato fatto nel nome della “eccezionalità” americana. E per questo
aspetto accettato da Infantino.
Erano stati gli
stessi Stati Uniti nel 2015, sempre nel nome della “eccezionalità”, della giurisdizione
esclusiva, a sradicare il vertice Fifa, Sepp Blatter e il candidato alla
successione Michel Platini – in favore di Gianni Infantino. Il DOJ, Department
of Justice, aveva promosso una lunga serie di accuse, compresi l’estorsione, la
truffa telematica, il riciclaggio e l’associazione a delinquere – accuse poi non
provate, ma alcuni incriminati, compreso il delegato americano Chuck Blazer, hanno
accettato la condanna con rito abbreviato, per uscire dal processo.
Balogun, il calciatore
che Trump ha voluto graziato, è uno di quelli a cui Trump avrebbe voluto toglier
e la cittadinanza – salvo parere contrario della Corte Suprema: americano solo
per nascita, casuale. Balogun è infatti un inglese, figlio di anglo-caraibici,
solo accidentalmente nato in America: alla madre, in stato di gravidanza
avanzato, non fu consentito di prendere l’aereo per Londra, dove avrebbe voluto
e dovuto far nascere il figlio. Uno dei tanti casi, anche per questo aspetto, della
“eccezionalità”,
(“The Atlantic”)
"Vogliamo tutto" in terza età
Il terzo racconto non c’entra con le nonne - se non di sbieco, madri più che nonne,
anzi giovani, e sole: è il più lungo, la metà del libro, un progetto di romanzo
probabilmente, di come la guerra dissecca le vite e gli animi, la prima e anche
la seconda guerra mondiale. È la vita di due amici pacifisti professi risucchiati
nella guerra del 1939, coscritti, su e giù per l’impero britannico, della vita
militare, dei loro avventurosi amori, del tanfo di morte che aleggia sulle vite
anche dei più giovani. Non un grande soggetto, sicuramente non originale,
eppure ancora notevole, tante e varie sono le vicissitudini.
“Le
nonne”, il primo racconto, e il secondo, “Victoria o gli Staveney”, tengono
fede al titolo della raccolta. Victoria è epitome della politica “inclusiva” del
millennio, con servizi sociali e tutto (case, sussidi, cure), che però non
“libera”. Victoria, orfana cresciuta dalla zia, assistente sociale, è bella, quasi
modella, ma inesperta e sperduta fra tanto benessere. Compresa la famiglia del
padre di sua figlia, così accogliente,
per programma e per temperamento, che della bambina
diventerà la vera famiglia, non più sua – Victoria finirà per sposare, benché
non molto religiosa, un parroco benevolente di una generazione più anziano di
lei, farà altri figli…. È il racconto, senza polemiche, del clash di culture, contro ogni volontà
inclusiva. Del nonno in specie, e della nonna – gente di teatro: la vita come
teatro.
“Le nonne” merita da solo la lettura. È il racconto
di due personaggi – oggi si direbbe “personagge” – epocali. Due donne sempre
amiche da scuola e sempre belle, che le loro vite hanno scelto di vivere sempre
vicine. E libere di costumi: nonne nel senso proprio del termine, ma sempre
attraenti, a sessant’anni anni hanno
deciso di mettere fine alla loro vita sessuale. Non per altro, ma perché
l’una andava a letto col figlio dell’altro, e i due giovani ora, seppure sempre
cotti, sono sposati e padri. Un incesto non incesto, ma altrettanto esclusivo,
forsennato. Cui la scoperta da parte delle nuore aggiunge pepe: la normalità
contro il piacere assoluto, dissoluto.
“Le affinità elettive” di Goethe in salsa trasgressiva
all’estremo, bypassando il tabù. Ma senza scandalo, se non la cosa in sé. Per
le due nonne, per come (si) sono costruite dall’adolescenza in poi, la cosa è
perfino naturale. “Un amore così non deve dire il suo nome”, si dicono a un
certo punto le amiche, rinviando a Oscar
Wilde. Ma per “le nonne” il rapporto è solo ovvio, poiché c’è l’attrazione – la
relazione si sviluppa attraverso la morbosità adolescenziale dei ragazzi.
Un racconto e dei personaggi costruiti su una scia generazionale
sensibile: quella cosiddetta in Italia del ’68, dei tardi boomer. Quella del “vogliamo tutto”, senza residui. E delle
generazioni successive, dei loro figli e
nipoti, la X e la Y.
Lessing è grande narratrice, in grado di svelenire lo
scandalo. Curiosamente presto dimenticata, anche dalle cultrici della materia
femminismo, in epoca di self, sotto
forma di psicologismi e vissuti, benché Nobel appena vent’anni fa, nel 2007. E
di un vissuto perfino romanzesco – nata a Kermanshah, nell’Iran ancora Qajar, 1919,
dove visse fino ai sei anni, poi
cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbawe, fino ai 20, quando “ritornò” in
Inghilterra, a Londra, scrittrice già formata – il suo primo romanzo, “The
Grass is singing”, è dell’anno dopo, ai ventun’anni.
Doris Lessing, Le
nonne, Feltrinelli, pp, 25 € 11
lunedì 6 luglio 2026
Ombre - 829
Il bullismo di
Trump, considerato che i suoi numerosi messaggi social sono proposti e redatti da una non piccola squadra di consulenti
all’immagine, non è temperamentale come si dice, è voluta: ogni tanto vuole,
gli serve, “fare i titoli”, con Meloni in piccolo, o col papa, Zelensky, la Ue,
la Nato. Sarebbe “strategico”, nel caso Meloni, se volesse far vincere in Italia
il Pd, “i comunisti”- curiosamente, mette a disagio tutti i corrispondenti da
Washington, anche gl anti-meloniani. E non è personale – Trump è un apatico, a
parte se stesso, incompassionate. Si parla di Meloni, del papa, di Xi il Buono, degli europei ingrati per non parlare di Iran, di Hormuz, di Ucraina?
Non si può
sapere, non c’è sondaggio possibile, ma non è folle pensare che Trump si aliena,
in Italia e nel mondo, più gente col trattamento imposto alla Fifa sul
centravanti della nazionale americana che con le sue intemperanze, invettive e aggressioni
– specie se il team Usa andrà avanti stanotte nel torneo. Lo sport è un linguaggio semplice, tutti capiscono tutto. Senza la
guerra fredda, sarà bastato Trump a rigenerare il “cattivo amerikano” degli anni
1970, perdente e facinoroso.
“Familiari, collaboratori,
funzionari, 126 indagati fedelissimi di Sánchez” in Spagna: “Sono più dei deputati
socialisti”, del partito del presidente del consiglio spagnolo. L’Italia
facilmente si associa alla Spagna, che però è un altro mondo. Ha una spina
dorsale. L’Italia è quella dell’“invito a comparire” del giudice Borrelli col “Corriere
della sera” – “basta la parola”, uno sguardo furbo, un ghigno: mafiosa più che
giudiziosa.
“Ultimo raccoglie
a Roma per il concerto 250 mila persone”. Giovani. Di cui 160 mila da fuori Roma. A
un prezzo medio del biglietto di € 66 – minimo 49 massimo 99, più sovrapprezzo
prevendita. I Beatles se lo sognavano, ed erano i Beatles. Ci contentiamo di
poco? Perché saranno ricordati questi anni 2000 – sul piano umano c’è aria di
niente?
Dunque, senza
smentite, un milione di investitori che avevano acquistato la memecoin di Trump hanno perduto in 18
mesi 3,8 miliardi di dollari. Trump ci ha guadagnato invece, 800 milioni. Senza
scandalo. L’America decisamente è un altro mondo.
La sua criptovaluta
Trump aveva lanciato il 16 gennaio 2025, due giorni prima dell’Inauguration
Day, giornata di forti emozioni. Battezzandola World Liberty.
Il Canada, 40
milioni di abitanti, celebra i dieci anni della legge sull’eutanasia con 100 mila
morti. Più che per diabete e alzheinmer messi assieme: un morto canadese su venti
è stato fatto morire. È il T 4 di Hitler, non c’è dubbio, il programma di
eliminazione. Spontaneo e assistito quanto si vuole, ma basato sullo stesso principio:
l’esistenza difettosa è inutile.
“Il Sole 24 Ore
“sceglie di celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana col debito: “Il
debito Usa verso i 40 mila miliardi”. Con “interessi passivi oltre i 1.000
miliardi di dollari”. È un segno di debolezza, o di potenza?
Curioso l’avventurismo
di Giorgetti, che si arroga il potere di decidere gli assetti bancari. Con
l’uso insistente della moral suasion,
che non gli compete, e col minacciato uso illegale del golden power. Come già il governatore della Banca d’Italia Fazio.
Che vi aveva titolo, ma subì all’epoca da Intesa, nella persona di Bazoli (Intesa più “Corriere
della sera”), una guerra culminata - da buon Dc di sinistra contro un Dc di
destra – con l’arresto. Curioso che l’intromissione illegale del ministro non
sia contestata da Intesa-Bper. Come già non lo fu da Unicredit.
Curioso anche che
la Lega, che non conta più nulla politicamente, ed è un partito politico e non una
banca, possa farsi una superbanca tramite Mps (Mps-Mediobanca-Generali-Bpm)
senza che sia criticata. Non una sola critica. Non dai mezzi d’informazione,
non dalle banche che disinvoltamente colpisce, Intesa ora dopo Unicredit – che
pure sono le più grandi. È bastato legnarle sugli utili, per due o tre anni
consecutivi?
“Nessun danno
erariale” dalle Park Towers, i due grattacieli del costruttore Bluestone in via
Crescenzago a Milano, di 81 e 59 metri di altezza, realizzati come “ristrutturazione
edilizia” di un magazzino di due piani, con semplice Scia, e quindi assolti con
lode dalla Corte dei Conti i funzionari comunali che, diversamente dalle altre
pratiche, quella Scia non aprirono: “Non c’è colpa”. Senza scandalo: la giustizia,
quella contabile per prima, ha la faccia di bronzo.
In alternativa, il
trio contabile delle Park Towers, i giudici Canu-Vinciguerra-Berruto, si fanno passare
per “resistenti” - al governo Meloni. La Resistenza in affari mancava. Nel
caso, però, bisogna dire, con strafottenza: “Non c’è colpa”, spiegano, al
Comune di Milano, in base a una mini-riforma Foti, cioè del governo Meloni, che vincola la “colpa grave” per “danno erariale”
a casi precisi. Furbo, il trio
Canu-Vinciguerra-Berruto.
“Olmert: “L’offensiva
di Gaza è una guerra senza scadenze”, un titolo troneggia sul “Corriere della
sera”. Vent’anni fa Olmert era primo ministro israeliano ad interim, rimpiazzava il “falco” generale Sharon malato. Da Sharon
a Netanyahu Israele non sembra averci guadagnato molto, sta sempre lì, in armi,
in Libano, a Gaza, in Cisgiordania.
“Gattuso: senza
scandali non avremmo mai vinto”, il commento di “ringhio” per il ventennale del
Mondiale 2006, che il “Corriere della
sera”-reprint mostra in prima pagina: “Tutte le nostre squadre avevano e hanno
dei problemi con la giustizia sportiva, noi abbiamo dato qualcosa di più per questo
motivo”. L’Italia vince difendendosi. Ma dalla giustizia?
Certo, la
giustizia “sportiva”. E non era ancora ai livelli del Procuratore Chiné.
Manca l’Italia al
Mondiale nord-americano, ma di più manca la Cina. Un continente. Che tanto ci
ha speso, con Lippi, Cannavaro e altri allenatori, e qualche campione in
disarmo. Il presidente Xi ha sbagliato a sceglierli italiani?
Anche a
Montecarlo, dove l’attentato era mortale, si fa finta di nulla, con le “azioni”
terroristiche per mano ucraina. Come per altri assassinii, in Russia. E il famoso
attacco sottomarino al gasdotto tedesco NordStream, che la Germania aveva
voluto in mare per evitare i paesi Baltici e l’Ucraina. Si sottovaluta l’Ucraina, non sarà un vicino
facile.
La vittima
predestinata si fa valere che è un riccastro corrotto. E i segretari di
Zelensky?
Via con le vendite, quel romanzo è sospetto
L’estate
del 1936 fu funestata, in un certo senso, dalla smania di comprare, leggere,
discutere un voluminoso romanzo d’amore sulla guerra civile. Un romanzo che
entro l’anno avrà venduto un milione di copie, record assoluto. Benché costasse
3 dollari, prezzo allora ragguardevole. E lungo, un migliaio di pagine. Evidentemente però
lette, poiché se ne parlava ad abundantiam.
La
rivista celebra i novant’anni di “Via col vento”, il romanzo, ripubblicando la
revisione che dell’autrice e del libro è stata effettuata nel 1992, nel clima
incipiente della cultura woke, e della
revisione storica.
La
critica fa giustizia di tutte le critiche, allora e poi, con la “leggibilità”. Che
in effetti fu molto apprezzata – si parla sempre del libro, il film di Victor
Fleming deve molto a Vivien Leigh e Clark Gable, gli interpreti. “Uno degli aspetti più sorprendenti delle
prime reazioni critiche all’opera di Mitchell, sia a favore che contro, fu l’assoluta
concordanza su ciò che offriva – una narrazione potente – e su ciò che le
mancava: stile letterario e originalità…. Il libro di Mitchell veniva continuamente
elogiato per la sua “leggibilità”, come se questo non fosse il primo e più
semplice requisito di qualsiasi libro”. Che si dava per persa: “Per un vasto
pubblico la logica di questa premessa fondamentale era crollata nell’assurdità
già da qualche anno. Nell’ottobre del 1936”, quattro mesi dopo “Via col vento”,
“quando William Faulkner pubblicò una storia ben diversa del Sud e delle cause
e conseguenze della guerra, «Absalom, Absalom!», il «Times», in
una recensione tipica di quelle che il libro ricevette, lo definì «uno degli
stili di prosa più complessi, illeggibili e poco comunicativi mai apparsi in
stampa». Come «L’urlo e il furore»» e i
suoi predecessori”.
Scott Fitzgerald, che a Hollywood collaborò alla
riduzione cinematografica del romanzo, ne parlò però come se gli avesse dato di
stomaco. Mentre all’opposto, il “Journal” di Atlanta, Georgia, la roccaforte di
Mitchell, lo esaltava come il grande romanzo dopo la “Ricerca”, di Proust. Ma,
poi, anche i critici ci trovarono qualcosa, del Grande Romanzo: “Persino Cowley,
uno dei primi critici più severi di
Mitchell, giunse alla conclusione che, sebbene «Via col vento» non fosse
indubbiamente un grande romanzo, riusciva, quasi incredibilmente, a farci «piangere
sul letto di morte (e piangere davvero)», e a «esultare per un salvataggio
improvviso», e che possedeva «un coraggio ingenuo che ricorda i grandi
romanzieri del passato». Di fatto, tra i più ferventi sostenitori di Mitchell,
sia «Guerra e pace» che «Vanity Fair» venivano spesso citati nelle valutazioni
della portata storica del suo romanzo e del contrasto tra le sue due
protagoniste femminili”.
Claudia
Roth Pierpont, A Study in Scarlett,
“The New Yorker”, free online, leggibile anche in italiano, Uno studio in rosso)
domenica 5 luglio 2026
I panini
Si
entra alla panetteria alle 4 del
pomeriggio, appena riaprono, è l’unico momento a luglio in cui non c’è da fare
la fila - soprattutto delle donne che sanno quello che vogliono, con esattezza,
e non cedono, le code possono essere lunghe. È fresco. Ed è vuoto. Nel senso
che non c’è nessuno dietro il banco. In attesa sono due giovani, corpulenti e
muti, evidentemente già in attesa. Africani, con la polo azzurra col bordino
tricolore dei gruppi sportivi militari. Lancio del martello? Sollevamento pesi?
Della Polizia? Si direbbe. Hanno scarponcini con pantaloni da cavallerizzi, saranno motociclisti. Viene da chiedere, ma gli sguardi non s’incrociano, e
le domande non vengono pronunciate.
Si
aspetta, guardando di lato, ma non esce nessuno. Si aspetta ancora, si fa finta di consultare il
cellulare – è mossa obbligata, tutti lo fanno. Viene la tentazione di chiamare
forte “Ketty”, la panettiera, “la Rossa”.
Ma anche questa passa, aspettiamo. Finché una ragazzina esce dal retrobottega, con
due panini che evidentemente preparava. Ne mostra il riempitivo ai due atleti,
li incarta, batte lo scontrino, uno dei due paga, prende il resto con i panini,
i due si voltano, ed escono. Non una parola.
Ketty
occhieggia, come per vedere se ne sono andati. È congestionata, più del solito.
Non dice niente e non risponde al cenno con la testa, non guarda, non
vede. E il pensiero sorge che sia una delle tante, nipote o figlia di una non grata memoria
familiare – qui ce ne sono molte.
Questi
posti sono stati liberati, a giugno del 1944, dai goumier
marocchini e dai fucilieri senegalesi del generale De Lattre de Tassigny, con
licenza di saccheggio e stupro. Nel mentre che i nazifascisti montavano la linea
Gotica, da Marina di Massa al mare di
Pesaro, che per dieci mesi impegnò i
partigiani e le popolazioni, con decine di stragi, Fivizzano, Forno, Vinca, Valla,
Bardine, Sant’Anna di Stazzema, Pioppeti di Montemagno, Bergiola, Mezzano.
Un dolce per due
Donna
e uomo, i due registi uniscono le reciproche sensibilità e danno spessore e miracolo
a una vicenda semplice, molto “normale”: la vedova settantenne, sola, solitaria,
annoiata, in una delle inutili chiacchierate passatempo con vicine e amiche ha
un’idea, di fa, il suo dolce – come dice il titolo originale, “La mia torta
preferita”. E invitare qualcuno a goderselo. Per esempio il vechio amico
tassista, coetaneo, altreaanto solo e solitario. Non succede nulla, ma la gioia
di vivere sì. Un’attrice popolare ma in età riesce da sola, col suo dolce, a
creare un mondo. È il segreto del cinema iraniano – lo era prima dei film
politici, necessitati dall’incrudelirsi del regime: dare vita alle pieghe
minime, impercettibili, dell’esistenza, i bambini, i vecchi, la vita apparentemente
non-vita. Come fare poesia con la prosa.
Maryam
Moghaddam-Behtash Sanaeeha, Il mio
giardino persiano, Rai 3, RaiPlay
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