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domenica 3 maggio 2009

A Sud del Sud - a Sud di nessun Nord (34)

Giuseppe Leuzzi

“Mi scatta l’ignoranza”, spiega più volte Gattuso a Daria Bignardi che lo intervista su Rai 2. Per dire la collera insensata che fa tanta cronaca nella sua regione, la Calabria. Anche tra le persone miti come lui. È una forma di anarchismo inconsiderato, ma non caratteriale – a meno che non ci siano geni regionali. Si collega all’anarchismo sociale, alla “coscienza” che si è sempre e comunque vittime. Atavica ma anche recente.
E' anche una forma di difesa, l’ignoranza targata Gattuso. Il calciatore è un incontrista, si adatta al gioco dell’avversario. Saprofitico. Ma sempre determinato, per la natura del calabrese eponimo che gli interlocutori (avversari) gli fanno impersonare e lui impersona. Per i giornalisti lui è il calabrese, e lui fa il calabrese. Ci guadagna anche, con la pubblicità: il pregiudizio ha trasformato in rendita.

Gattuso ha fatto più partite col Milan di qualsiasi altro compagno di squadra. Ma non può diventarne il capitano. “È giusto che lo diventi chi ha più anzianità col club di me”, si giustifica. Dunque, anche il terzo portiere? Gattuso non può essere capitano a Milano perché è calabrese. E sa che non può dirlo.

“A Sud di nessun Nord”. se il Nord è la bussola.

Assolvono definitivamente Mannino dall’accusa di mafia. Dopo averlo perseguitato per quindici anni, con testimonianze, prove e foto sui giornali.
L’assoluzione si merita poche righe, nei giornali che la danno. Ma non è questo il punto – ai giornali non frega nulla, né della mafia e tanto meno di Mannino, devono solo vendere una copia in più. Il punto s’illustra ripubblicando questo taccuino in data 20 dicembre 1997:
“Viene Siino in deposizione straordinaria a Roma e, dopo avere affondato Martelli e i Carabinieri, demolisce i supertestimoni dei baci di Andreotti. Siino che è Alfredo Galasso, cioè Leoluca Orlando. Salvano Andreotti sacrificando la Dc di sinistra: Salamone, Nicolosi, Mannino (era pur sempre l’uomo di De Mita in Sicilia, ultimamente). Perché si tratta ora, sbancato il Pci-Pds in Sicilia, di recuperare il voto andreottiano. La tenaglia si stringe anche, via Lo Forte-Dell’Utri e Borrelli-Previti, sui voti catturati da Berlusconi. La Dc non perdona – anche se oggi, certo, non uccide più”.

Dopo quindici anni di Lega, e prima del federalismo fiscale, i trasferimenti pubblici per investimenti al Sud, poco più di un terzo della popolazione, si sono ridotti dal 41 esattamente al 35 per cento. Ma al 25 considerando i trasferimenti nazionali, al netto dei sussidi europei.

Sul “Magazine” di giovedì 23 Cesare Fiumi fa una cronaca sorprendente di “avvertimenti” mafiosi nelle campagne trentine, non dissimili dagli avvertimenti in Sardegna e in Sicilia. Una serie di meleti e vigneti distrutti di notte con cura, tagliando le piante alla base. Sorprendente, la cronaca, perché “normale”: non se ne è fatto scandalo. Non prima, e neppure dopo – dopo la pubblicazione su un giornale che è del “Corriere della sera”.
La rubrica di Fiumi è impegnativa, s’intitola “La storia”. La storia è che la mafia fa scandalo solo al Sud.

Milano è città di falsa solidità. È città d’acqua, che a un certo punto fu ricoperta – come se oggi, arrivando a Amsterdam, i canali si trovassero ricoperti.

Il Cimitero Monumentale di Milano Walter Benjamin (“Il mio viaggio in Italia”, 34) dice “monumento al Dio del denaro”.

La capitale morale nacque come capitale del regno napoleonico d’Italia. Di un regno pigliatutto. All’ombra di belle leggi. Si spiega l’avidità, impunita.
Prima era la capitale della Controriforma: “lavorerio” e colli torti.

De Amicis (“Ricordi di un viaggio in Sicilia”, 28): “Se l’Italia peninsulare, come fu detto con felicissima immagine, è un braccio teso dell’Europa in direzione dell’Africa, la Sicilia è pur sempre la mano di quel braccio….”.
Insomma: è “nell’avvenire dell’Africa il risorgimento dell’«organo prensorio»” dell’Europa.

Gentile si è occupato a lungo di Petrarca per affermarne il platonismo. Raccogliendo le sue note su Petrarca in “Sudi sul Rinascimento” lo dice “iniziatore in qualche modo del platonismo” e “il nostro iniziatore del platonismo della Rinascenza”. Con difficoltà, poiché il poeta non conosceva il greco: al greco e a Platone fu iniziato con pazienza da fra’ Barlaam, Bernardo di Seminara, il monaco calabrese che trattò per il papa la ricomposizione dello scisma d’Oriente e fu poi vescovo di Gerace. Di cui dirà, tra i tanti riferimenti al suo greco, che era “latinae facundiae pauperrimus”, ignorante di latino.
Ciò non è vero, dice Gentile: quando Barlaam divenne vescovo scrisse in ottimo latino, di cui dà esempio. Ma il filosofo si compiace di rilevare la “finissima ironia” di Petrarca nei confronti del maestro di greco. Al punto da correggere un inscium con inscius: all’accusativo ignorante sarebbe lo stesso Petrarca, in linea con lo spirito polemico di ciò che scrive, un libello contro chi lo accusava d’incompetenza filosofica, al nominativo si riferisce a Barlaam, un ignorantone quindi. Ma, allora, che Platone avrà scoperto Petrarca con Barlaam?

La mafia è concetto privilegiato dell’opinione pubblica perché si nasconde. I mafiosi sono criminali, e sono solitamente gli scarti della società, anche esteticamente. Ma il segreto, il male onnipresente, l’opinione privilegia. Per assolversi – delle debolezze morali, dei comportamenti trasgressivi, della politica incapace, della furberia.
Alla mafia viene appaiata la politica perché è l’altra realtà italiana sfuggente, da qualche tempo,

La lingua del Sud, “la parola magra e disadorna, acuta e disperata, vestita di pelli e nutrita di locuste”, Corrado Alvaro lega alla Passione, di Cristo. La rivelazione gli viene negli interminabili esercizi spirituali che i gesuiti gli imponevano a scuola, con i quaresimalisti, specialisti di pratiche diaboliche. E si legge in un gruppo di articoli autobiografici che Alvaro pubblicò sul “Mondo” nel 1922, raccolti da Anne-Christine Faitrop-Porta in “Lettere parigine e altri scritti, 1922-1925”.
Forse è qui il “segreto” del successo di Camilleri: nel suo dialetto lieve, riderello. Falso, ma in quanto calco giocoso del terribilismo di Verga, di Pirandello, dei poeti dialettali, e delle cronache. Della lingua di mondi “piagati e grondanti sangue”, direbbe Alvaro: un altro calco, anch’esso di maniera.

“Collaboratori di giustizia” Giovanni Falcone ha voluto i “pentiti”, e non pentiti. Solo pochi collaboratori sono pentiti, altri vendono informazioni in cambio di una pensione protetta. Sono “mafiosi collaboratori”, dice il Procuratore antimafia Grasso. Molti Procuratori pero hanno eretto i collaboratori a martiri ed eroi, col sostegno di pubblicisti di fama e di grandi editori. O a loro beneficio.
A danno di molti meridionali incolpevoli, su cui i collaboratori hanno esercitato i loro ricatti o le vendette. Con l’aiuto sollecito dei Procuratori.

Sugli ottocento collaboratori di giustizia, dice il Procuratore Grasso, solo un centinaio sono della ‘ndrangheta, e non attendibili. Questo certamente è significativo: la ‘ndrangheta (ancora) paga.

Stevenson (“Olalla”, 24) lo scirocco dice “vento nero”.

Per Calasso (“Ka”, 185) il Sud è “la direzione della morte”.

leuzzi@antiit.eu

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