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domenica 19 luglio 2026

Trump e la "Pravda" all'ora del mercato

Si esuma Caligola, l’imperatore che disprezzava il Senato (quello che voleva fare senatore il cavallo), a proposito delle intemperanze di Trump. Se non che Caligola era un imperatore, il terzo dopo Augusto e Tiberio, di una serie cioè non rodata, era della famiglia giusta, pronipote di Augusto, via la nonna materna Livia, ma aveva problemi fisici, ed è anche vittima dello “storico” Svetonio, a un secolo o due dopo la morte. Mentre Trump è uno che ha vinto due elezioni,   presidenziali, praticamente da solo. La seconda volta facile, avendo gareggiato in pratica contro un presidente incapacitato. Ma la prima con un capolavoro politico: contro l'eredità di Obama presidente amato, e l’ingombrante carriera politica di Hillary Clinton, che infatti lo sopravanzò di due milioni abbondanti nel voto, seppe orchestare il bilanciamento con i voti statali, che nell’architettura costituzionale molto elaborata degli Stati Uniti “difendono" gli Stati poco popolati. L’ultimo arrivato ma non l’ultimo della classe, insomma.

Se si vuole avvicinarlo a qualcosa è piuttosto al regime sovietico. Che era democratico,”molto democratico”, con comitati e direttivi a ogni livello, ma decideva uno solo. Ha chiamato Truth, verità, il suo gionalino online, come la verità, Pravda, sovietica. Da dove manda e comanda ogni mattina le sue decisioni.

In linea anche l’uso dei “Truth-Pravda”: questa decretava successi e insuccessi, fino all'eliminazione fisica, quella decreta chi vince a Wall Street – se paga: chi paga bene può avere anticipazione di quelle che saranno le decisioni di Trump in giornata, e regolarsi anticipando acquisti e vendite. Due “verità” entambe di mercato, uno politico e uno finanziario. Trump non è di buona famiglia, come lo era Caligola, ma non è scemo.
L’opinione pubblica (giornalismo) al tempo della “Pravda” non esisteva. Al tempo di “Truth” è solo opinione pubblica – Trump parla incessantemente con i gi
ornalisti, anche mentre entra al bagno – e cioè niente, rigaggio.

“Truth”, la verità, è la “Pravda” di Trump. Quella sovietica imponeva la verità del dittatore, “Truth” quella di Trump, che è pur sempre uomo importante. La “Pravda” sanzionava, anche brutalmente, “Truth” può dare dritte importanti in Borsa. Trump semplicemente si vende le dritte in anteprima, basta pagare.
 

Sarà un altro calcio

“E stato un Mondiale epocale”, può titolare ”Il Sole 24 Ore”, “il calcio non sarà più lo stesso”: poco meno di 12 miliardi di ricavi, un nuovo mercato sportivo negli Stati Uniti, un diverso business dei Grandi Eventi, e pubblicitario, fisico e mediatico.
Solo in Italia, e senza la Nazionale, le partite trasmesse, non sempre in orario comod prime time, hanno raccolto una media di 4,6 milkioni di spettatori, una audience da gande spettacolo. Con un investimento ad ampio orizzonte, già solo per costruire stadi a grande capienza, e comodità, con aria condizionata e riscaldamento, e l’adozione, o “invenzione” del calcio come (ennesimo) sport nazionale..
Che era un’idea di Kissinger, anche questa - per questo si fece amico già negli ani 1970 dell’Avvocato Agnelli. Gli Stati Uniti sono un’altra dimensione. Al confronto con l’Europa poi specialissima. Investienti solidi e intelligenti, invece dello stitico calciomercatino che ci afflihgge – Firenze, che ha auvot un assaggio di questa mentalità dostrtutiva, col Viola Park voluto e pagato da Rocco Commisso, ancora non se ne rende conto (non sa che farsene).

Roggero è un processo politico

Giovedì Mattarella, con la volgarissima (non se n’è accorto? grave) reprimenda a Nordio, un ministro di cultura giuridica (e temperamento) ineccepibile. Domenica il cauto Minniti, da garantista divenuto furbescamente cerchiobottista: “La sicurezza resta un cardine, ma non è stata legittima difesa – si può discutere, dissentire, sulla pena, e sul risarcimento”. E su che altro allora?
È imbizzarrito il “dibbattito” sul gioielliere Mario Roggero. Condannato a 15 anni (ne ha 72), e a un risarcimento di 2 milioni ai parenti delle vittime.
Il risarcimento è da comici, se ne  ne fossero ancora liberi, non vincolati al politicamente corretto: un’assicurazione sulla vita, gratuita e sostanziosa, ai ladri. Ma il processo è stato, è questa la percezione, un processo “politico”: Oggero è uno di destra, dichiarato, e andava punito. E è così che è andata, in Tribunale e in Appello, e probabilmente in Cassazione. Con decisioni certamente “fondate”, “motivate”, eccetera, come dicono i legulei, ma politiche, da parte di giudici fresche di parrucchiete, cui amabili cancelliere aprono le porte, che la solenne cerimonia onorano come da attese – e sicura ascesa, sociale tra i buoni-e-belli della Repubblica, e in carriera. Che non hanno giustamente mai subito un’aggressione a mano armata. Che non vuol dire  che non possano stabilire fino a che punto una difesa è legittima – per quanto, lo choc conta pure, essere stati un’ora, mezz’ora, sotto armi puntate, anche dopo che l’assalto è finito.
Il problema è che il processo è stato, ed è, politico – Mattarella (ignaro?) compreso. Fomentato dai media con l’aggressività di Oggero, che ha minacciato – senza fargli male… - un tipo che aveva insultato e schiaffeggiato sua figlia. Mentre è solo odioso perché si professa di destra. E questo non fa bene alle carriere dei giornalisti, oltre che dei giudici.
Come si fa a stabilre che il processo è politico? Frequentando i tribunali - le “sufficienze” dei giudici, l’aloofness delle motivazioni. E con l’esperienza: il giudice politico “si vede”, a pelle, come si vedeva nei ribunali di Khomeiny – quando si fregiavano di essere aperti e liberi. Lì bastava un caporale che desse avvio, alla picola truppa che simulava il pubblico – tutti in borghese ma con le teste rasate - il segnale di sostenere rumorosamente il giudice mentre spolpava il giudicando già condannato, qui ci vogliono giornali e giornalisti, sempre allineati e coperti, e Grandi Giurisperiti, candidati alla Consulta.

Bartali, così vicino così lontano

Un ricordo di Bartali, breve ma con tutte le sue “cose”, la sua biogarfia. Le impree nelle tappe più impervie, da sano e da malandato. Nelle tante Milano-Sanremo, ai Tour, ai Giro. Il caratteraccio, detto alla fiorentina. E la (quasi) santità – vera, di chiesa, qualcuno voleva beatificarlo. Un uomo, insomma, a tutto campo, oltre che l’atleta che s’immagina, dal numero, e dalla qualità, delle vittorie.Andrea Schhianchi riesce con poche aprole a sbozzarlo per intero. Oltre che un campione eccelso – si dice non elegante come Coppi, e invece aveva l’eleganza del rocciatore, non felino ma di volontà e resistenza (la resilienza odierna).
I tentativi reiterati del regime, che lui teneva in punta di bastone, per alimentare il nazionalismo con le sue vittorie. Specie quando, con le imprese al Tour, era diventato un beniamino francese. L’incoscienza, o se si vuole il patriottismo, di girare per mezza Italia, fino a Roma, con i messaggi della Resistenza nelle canne della bicicletta – tedecshi e repubblichini non lo fermavano, era un campione, doveva allenarsi. Uno che  ha saavato anche, di suo, innumerevoli ebrei. E sempre, da giovane e da vecchio, il carattere schietto, umorale più che popolareggiante.
Con molta documentazione – numeri, carte, percorsi, Uno di noi: “Quando Gino parte per il Tour de Ftance”, il suo primo, 1938, “ fa un caldo pazzesco” , basta già questo per avvicinarcelo oggi. Se non fosse per il seguito: “Nel corso dell’ottava tappa, da Pau a Luchon, transita per primo sull’Aubisque, sul Tourmalet e sull’Aspin…”. Un altro mondo.
Andrea Schianchi,
Bartali, “La Gazzetta dello sport”, pp. 139, ill. € 1,50 col quotidiano