giovedì 19 febbraio 2026
Ma l’Europa ha fatto tante guerre
Si
discute del riarmo contrapponendosi un’Italia pacifista, di sinistra, a una
guerrafondaia. In una Europa che anch’essa si propone un vasto riarmo per guerre
future, quasi pronte. Ma l’Europa viene da tante guerre, recenti, anche non
onorevoli.
L’Italia è un paese di migrazioni
Con 5,5 milioni di immigrati residenti,
il 9 per cento della popolazione, l’Italia è al disotto di altri paesi europei,
per i quali la percentuale arriva anche all’11-12 per cento, ma lo è ormai
stabilmente, un paese di forte immigrazione. L’afflusso si è stabilizzato sui ventimila
ingressi al mese, tra 250 e 280 mila l’anno. Con la tendenza a crescere, in numeri
costanti ogni anno, e più in percentuale, come quota della popolazione totale, per
il declino demografico.
In parte, la quota immigrati sul
totale è accentuata anche dall’emigrazione italiana, verso Germania, Gran Bretagna
e Spagna in particolare. Ma si tratta di numeri limitati, ancorché di forza-lavoro
qualificata.
Più interessante è il dato socio-psicologico
che la nuova immigrazione – di “extracomunitari” – arriva in un Paese, l’Italia, dove un
residente su sette-otto ha a sua volta origini migratorie.
Problemi di base sportivi bis - 902
spock
(Quasi) fuori
dalla Champions e (quasi) fuori dal Mondiale, l’Italia del calcio affonda, dopo
la Fiat e dopo l’acciaio?
L’Italia del calcio
è fuori, anche di testa, e per questo non lo sa?
Con gli arbitri
che vogliono fare i registi tv?
Senza capire
nulla di immagini - luce, velocità, taglio: come è possibile tanta presunzione?
Se ne vedono
in Turchia, in Norvegia diligenti, precisi, rapidi, saranno gli arbitri italiani
appestati – è il morbo dell’aggiustizia?
E i cronisti-commentatori
sportivi, tanto numerosi e tanto incompetenti, giocano fuori campo, anche loro?
spock@antiit.eu
Deserto al concerto – o la memoria (sbiadita) di Allende
La
sala Sinopoli del Parco della Musica di Renzo Piano, che ospita la Stagione da
camera dell’Accademia di Santa Cecilia, non è la più grande, ma ha ben 1.200
posti, e solitamente è piena. Per il recital di Emanuele Arciuli è semivuota. Forse
perché il pianista è poco noto – in Italia (a Roma solo alla Iuc, l’Istituzione
universitaria dei concerti, e solo una volta), mentre lo è molto in America. O non
sarà per il programma, che prevede, con una breve sonata di Haydn, una lunga di
Rzewski – chi è costui?
Alla
fine il poco pubblico è entusiasta. Tanto da impegnare Arciuli a una serie di
bis. Anche di Rzewski, di cui lo storico della musica Mattietti spiega nel
programma di sala che si è formato da giovane in Italia, con Dallapiccola, e ha
operato in duo con Severino Gazzelloni. Cosa di cui sicuramente abbonati e musicofili
erano al corrente. Perché allora hanno disertato?
Non
resta che il tema del concerto. Una serie di variazioni, 36, che Rzewski ha
ricamato sulla canzone di Sergio Ortega “El Pueblo unido jamàs serà vencido”, che
si cantava in Cile e nel mondo nei tre anni della presidenza socialista di Salvador
Allende, e poi sotto la dittatura di Pinochet – Ortega era anche l’autore dell’inno
di Unidad Popular, la coalizione politica di Allende, “Venceremos”.
Il
golpe del 1973 contro Allende, contro una democrazia che finalmente funzionava in
America Latina, tenendo ben lontana Mosca e i missili, commosse allora il mondo.
Sanciva anche la dottrina che Trump ora rinverdisce, con grande scandalo di
tutti: l’America è dell’America, cioè degli Stati Uniti. Oggi Allende è ricordo
sbiadito? Oppure tale da tenere lontano il pubblico? Se è così, la musica di
Rzewski non c’entra, il tema è: dopo cinquant’anni c’è più o meno desiderio o
tensione di sentìdo democrático, per dirla alla sudamericana.
Frederik Rzewski, The
People United will never be defeated!, Accademia Nazionale di Santa
Cecilia, Parco della
Musica, Roma
mercoledì 18 febbraio 2026
La debolezza è doppia per Khamenei
L’Iran di Khamenei tratta con Trump da
una doppia debolezza, militare ed economica. Khamenei non è messo in
discussione perché conta sull’esercito-polizia, e una rete ormai molto vasta di
connivenze con le pratiche più dure del regime. Ma dopo la guerra di Gaza non
se ne teme più la capacità di fare male, non con le armi né con altri mezzi – radicalizzazioni,
terrorismo (perfino sulla Palestina, da sempre la sua bandiera, raccoglie solo diffidenza
e ostilità nel movimento pro-Palestina). E da un anno – un anno almeno – è in
crisi economica. Tale da alienare al regime il ceto finanziario-mercantile (i “bazarì”)
e quello professionale – la piccola-media borghesia urbana, che è stata il suo
fondamento sociale. Il budget 2026 presentato a Natale dal presidente
(capo del governo) Pezeshkian, che nella dialettica di regime si inscrive tra i
“riformisti”, denuncia un’inflazione incontenibile. E tenta di arginarla con la
svalutazione – ma ormai il rial non ha più valore, il dollaro, qualsiasi valuta
è privilegiata), e con tagli alla spesa pubblica. Tagli specialmente elevati,
dieci miliardi di dollari, sono nei sussidi finora erogati ai beni di consumo largo,
la benzina e gli alimentari.
L’economia non è migliorata per la legge
di bilancio, e le condizioni sono anzi peggiorate in questo mese e mezzo, per l’embargo
che Trump ha accentuato sull’export di petrolio.
Mascherando il malcontento, ma
sottolineandolo, si fanno da qualche tempo raffronti con la finitima Turchia.
Che ha lo stesso potenziale demografico e capacità di formazione, e la stessa
struttura produttiva dell’Iran, senza la rendita petrolifera, e cinquant’anni fa
aveva lo stesso standing economico, mentre ora la Turchia è una potenza,
industriale e politica, locale e internazionale, e l’Iran è isolato, e fuori dai
mercati internazionali.
Problemi di base sportivi - 901
spock
S’inaugura
dunque un codice Mastrandrea, che punisce gli innocenti, seppure acclarati?
Si dice questo
Gerardo Mastrandrea consigliere di Stato, nel senso che consiglia lo Stato –
poveri noi?
Ma questo
Mastrandrea che punisce gli innocenti è giudice e pure sportivo?
Campione di punching-ball?
Voleva fare
l’arbitro, anche lui?
Meglio arbitro,
dunque, che consigliere di Stato - si guadagna di più, si va su giornali, si è
temuti?
spock@antiit.eu
Elogio del coltello - Borges vecchio maranza
Fatti di sangue per questioni di onore - non di donne, non necessariamente, non prevalentemente. Compreso un fratello maggiore che uccide il minore per essere il numero uno degli assassini. Imprese disperate, per lo più anche criminali. Di vite destinate alla violenza e non sanno perché – non se lo chiedono. In una Buenos Aires, una Argentina di individualità, così le fantastica il poeta, per questo violente, per quanto minori, marginali, escluse, e soggette al destino. In versi veloci, cantabili: quartine di ottonari, scansionate da una rima semialternata, secondo e quarto verso.
Storie d’altri tempi, dell’onore,
della dépense in termini antropologici, di cuchilleros, gente di coltello, una sorta di maranza d’epoca, non altrimenti definibili
che per la spavalderia, senza altro orizzonte che l’obbligo di fare fronte,
come la vecchia guapperia a Napoli, ”petto a petto, faccia a faccia”, anche senza
odio o passione: “Tra le cose ve n’è una\ della quale mai nessuno\ può pentirsi.
Questa cosa\ è esser stato valoroso. \\ Il coraggio vince sempre,\ la speranza
non è vana” (p. 79).
Ce n’è per tutti. Anche per i morenos, i mori venuti dall’Africa, e per gli orientali - questi però da intendersi uruguaji, fratelli separati della vecchia provincia Orientale. L’onore, inteso come onore
delle armi, è sempre stato all’orizzonte, luminoso, incendiario, dello scribacchino Borges alla scrivania di Palermo a Buenos Aires, da giovane e da vecchio. Quando non
può che recriminarne la scomparsa “Dove sono quegli audaci\\... Cosa fu di
tanto ardire\ Cosa fu di quel coraggio?” (pp. 19, 21). Il poeta supplisce cantandolo,
immortalandolo con la poesia: “Canti storie la chitarra\ di coltelli luccicanti\\
Canti imprese del passato\ che dilettino i più semplici;\ Il destino non fa accordi\
e nessuno lo condanni” (p.15) – col tema ricorrente in Borges della
predestinazione.
Non manca la ripetizione
della storia, con quella dei destini. Nella “Milonga di due fratelli” “la
storia di Caino\ che in eterno uccide Abele” (p.17). O la caducità del tutto: “Dove
sono quegli audaci\\... cosa fu di tanto ardire?\ Cosa fu di quel coraggio?\ Li
ha annientati tutti il tempo\ li ricopre tutti il fango” (p. 21). Anche se “il tempo è oblio ed è memoria” (p. 59).
Il genere milonga è sempre
stato amato e coltivato da Borges. Amava la milonga e disprezzava il tango, il canto
per chitarra e non quello per bandoneon, il tango alla Gardel. Contribuì nel
1965 a un disco poi famoso, “El Tango”, con musiche di Astor Piazzolla. Che però
cantava di Borges quattro milonghe. Più una “Ode intima a Buenos Aires”, scritta
per l’occasione e poi mai raccolta in volume, e un balletto ispirato al racconto
“Uomo all’angolo della casa rosa” (in “Storia universale dell’infamia”). Il disco
conteneva anche la poesia “Il tango”, pubblicata l’anno prima da Borges nella
raccolta “L’altro, lo stesso”, che però non ne è la celebrazione.
Un piccolo capolavoro di Tommaso Scarano, che ha provveduto alla traduzione salvando il ritmo. A tratti gli ottonari facendo pure marcianti, alla Sor Pampurio. Ne esce evidenziata la lieve ironia dei tanti ricordi che Borges ama evocare - l’ironia in Borges, di cui pure si compiace, è tema vergine. E mette in chiaro in breve la quaestio annosa milonga-tango-Borges. Solo gli è mancato che Piazzolla è bandoneista anche lui e non chitarrista, come si vorrebbe del narratore di milonga, e allievo, il prediletto, del vituperato tangueiro Gardel. E non era Piazzolla un progressista, poco o anti peronista? Non dobbiamo riequilibrare il conservatorismo di Borges - peraltro anti-peronista eroico, resistenziale?
Jorge Luis Borges, Per le sei corde, Adelphi, pp. 90 € 5
martedì 17 febbraio 2026
Se forcaiola è la sinistra
Il “Corriere della sera” ripesca, per
il No al referendum, Massimo D’Alema. Il quale, sempre sarcastico, nota: “La destra
mi sembra un po’ forcaiola”. Mentre forcaiola è la sinistra – al carro del
furbo Scalfari, ma pur sempre sinistra: da Tortora, qarant’anni fa, a Sofri,
Mani Pulite, la “berlusconeide”, con vette da commedia dell’arte, fino a Mafia
Capitale e a Sgarbi ricettatore d’arte, tutti processi “montati”, cioè
politici, a opera di giudici di sinistra – che si dichiarano tali, comunque,
perché è il solo modo di fare carriera Basti per tutti la storia di Falcone e di Borsellino,
osteggiati dall’ancora Pci fino a metterli nel mirino.
La giustizia che si vuole politica non
è onorevole ed è anzi, in regime democratico, costituzionale, il vero “fascismo”.
Il potere cioè assoluto e incontrollabile. Poi, alla fine, siamo bene in
regime costituzionale, o no?, arrivano le assoluzioni. Ma il gioco dei furbi è
evidente. Anche quando vittime sono pure esponenti di sinistra, come il povero Francesco
D’Ausilio, già segretario Pd a Roma, assolto dopo dodici anni. Come pure, perché no?, Salvatore
Buzzi, l’assassino neo compagno, creatore delle efficienti cooperative sociali,
seppure assolto per prescrizione. Immolati al piedistallo di due giudici Pd, Pignatone e Prestipino. Mentre
per lo stesso reato, “Mafia Capitale”, è rapidamente finito in carcere, e ci
rimane, Alemanno, perché è di destra.
Se Dracula diventa lei, Matilda
“Un racconto d’amore” è
il titolo originale – in inglese, Besson gira per il mercato americano. Si
comincia con una serie vertiginosa di amplessi in tutte le posizioni, in primo
e primissimo piano, tra il principe Vlad di Transilvania e la consorte
Elisabetta. Richiamato al dovere dai suoi generali, il principe si dimostra anche
valente condottiero, e salva l’Europa dall’invasione mussulmana. Ma perde la
moglie, colpita da un nemico. Una perdita a cui non si rassegnerà. Per quattro secoli.
Che vivrà succhiando sangue. Fino a che, fine Ottocento, alle celebrazioni del
centenario della Rivoluzione francese, non la ritroverà nelle sembianze di Mina,
l’amica amorevole di una Maria-Matilda De Angelis animatrice dei
festeggiamenti. Non finirà bene, ma l’amore del conte Dracula non morirà.
Besson, ideatore, produttore
e regista di film da grande pubblico, ripropone la vicenda del nobile vampiro transilvano,
e dell’altrettanto sanguinaria sua sposa Elisabetta, come un dramma borghese,
di amore eterno e invincibile, nei secoli - solo (un po’) nutrito col sangue. Col
ruolo maschile ancora eroico, fino al sacrificio di sé quando infine ritrova
viva l’amata, per salvarla – per riaprire a lei le porte del paradiso. Con
molti gesti estremi a poco sangue. Con ruoli tradizionali molto forti: maschili,
Dracula e il prete esorcista che gli dà la caccia (Caleb Landry Jones e
Christoph Waltz), e femminili, la regista della storia e l’amata ritrovata (De
Angelis e Zoë Bleu) – De Angelis senza freni, pazza, finta pazza, tessitrice d’inganni,
amica sincera, etc., un grande ruolo.
Luc Besson, Dracula – L’amore perduto, Sky
Cinema, Now
lunedì 16 febbraio 2026
Ombre - 811
Dopo un anno e passa di gloom and
doom sull’economia americana, come neanche ai tempi della “Pravda”,
mascherato da pareri esperti, il “Corriere della sera” scopre che il dollaro è
forte, e gli Stati Uniti pure. Lo scopre con due battitori liberi, Bertolino e
Gabanelli, non con i suoi direttori specializzati e collaboratori illustri. Sembra
impossibile, ma è così.
Lo stesso giornale si accorge solo oggi,
alla vigilia della presa di possesso di Bpm da parte di Crédit Agricole, degli “aspetti
che appaiono grotteschi” del “Golden power esercitato dal governo di
Roma contro l’italiana Unicredit” quando lanciò l’opas su Bpm, “mentre il
medesimo governo ha silenziosamente avallato l’entrata e la crescita nel
capitale della banca milanese di un soggetto a tutti gli effetti francese”.
Già, “il governo di Roma”, non il
ministro milanese leghista Giorgetti - col fido Stefano di Stefano.
Fa senso vedere la foto del calciatore
Bastoni raggiante che “dice” ai compagni con le mani, col ghigno, con l’occhio furbo: “Ce l’ho fatta, li ho fregati”. Dopo avere simulato un attacco
atomico. Ghigna davanti all’arbitro, che invece di punire la simulazione la premia. Non
ci sono “errori” nel calcio. Non se ne vuole prendere nota ma è l’evidenza, per
troppi casi. Quello stesso arbitro non era stato sospeso per malaffare?
Si guardano con sgomento le rovine di
Gaza, di cui tornano le immagini perché i bombardamenti proseguono malgrado la
tregua, ma anche con ammirazione. Di edifici di sei, otto, dieci piani che ancora
stanno in piedi, non solo con la struttura, anche con le mura intatte, benché
minati e sventrati alle fondamenta. A Roma, in Italia, non sarebbero che polvere
– cascano per niente. Bisogna rivalutare pure il levantinismo, il Medio Oriente.
Due manager della Juventus, Comolli e
Chiellini, si prendono in tv il post-partita con l’Inter per protestare contro
l’arbitro – Comolli, francese, in un inglese incomprensibile, ma il volto dice
tutto. E uno pensa che hanno comprato a caro prezzo, nella sessione estiva, quando
si può scegliere, due centravanti che è come se in campo non ci fossero, mentre
Napoli e Roma obbligate dagli infortuni hanno dovuto ricorrere a ripieghi,
Hojlund e Malen, rifiutati dai rispettivi club, che da soli fanno squadra. Non
ci sono “errori” nel calcio. E a questi livelli non può essere stupidità.
“Gaza, uomini armati in ospedale”. Fa
tenerezza “Il Sole 24 Ore”, il giornale degli affari, che la domenica non cessa
di ricordare Gaza e la Cisgiordania. Col cardinale Pizzaballa questa domenica che
spiega: “Anche se oggi se ne parla meno, ogni giorno si continua a morire”.
Netanyahu non è un grande personaggio, ma nella vendetta è proprio biblico.
Pizzaballa è “preoccupato” anche per le
annessioni israeliane di pezzi della Cisgiordania. Ma qui non è che non se ne
parli per imposizione di Netanyahu, o della “lobby ebraica”, è solo per ignoranza,
superficialità.
“Passione come amore, ma anche passione
come dolore”, riflette sul “Sole 24 Ore” Ali Reza Arabnia, imprenditore automotive (Geico):
“L’imprenditore italiano è straordinario per la passione. Ed è l’unico ad affrontare
difficoltà che altrove non sono nemmeno pensabili….La durezza e l’irrazionalità
regolamentari, la rigidità delle banche che finanziano soltanto chi ha già i
soldi, la diffusa cultura antindustriale”.
Piero Sansonetti ha fatto campagna per
anni contro Gratteri, con asprezza, per il vezzo del giudice di carcerare centinaia di persone
per mafia, che poi, magari dopo aver perso i beni (i prefetti sono immediati
con i sequestri e la cessione dei beni degli accusati di mafia ai mafiosi dei beni
sequestrati), venivano liberati, spesso senza processo. Ora invece è il solo che
non pubblica le sciocchezze di Gratteri - mafioso chi vota sì al referendum - e
anzi raccoglie commenti a difesa. Effetto “l’Unità”, memoria della doppia
verità? Ma questa “L’Unità” che Sansonetti dirige non è di Alfredo Romeo (salvata
all’asta giudiziaria), l’imprenditore già arrestato a Roma per gli appalti
dieci anni fa, e ora sub judice a Napoli, dove è Procuratore Capo Gratteri,
condannato in prima battuta a sette anni e mezzo?
Stupefacente scoperta sui file Epstein:
tra i chiamanti assidui Noam Chomsky e moglie, coppia certo non da bordello.
Poi magari si scoprirà che tutti frequentavano Epstein perché, oltre che ricco
e bravo gestore d’affari, era “affidabile”. Solo si è trovato al passaggio delle
ragazze “pronte a tutto” dai “regalini” alle denunce. Il delitto cioè non è nella
prestazione, volontaria, ma nella percezione della cosa, e nell’uso
giudiziario.
Bisogna pensarci, non è riflessione
sessista. È come nel calcio - giusto per fare chiarezza: da sport di contatto a teatro di distruzioni anche a un’ombra di contatto, dacché i regolamenti lo
puniscono.
Si ascoltano a Monaco, alla Conferenza
per la Sicurezza, prima il cancelliere tedesco Merz, quasi svogliato, o come se
non ricordasse quello che voleva o doveva dire, e il giorno dopo il segretario
di Stato Rubio, una lezione di eloquenza, e di cultura. Dell’America all’Europa.
Che non sa o non capisce.
Curioso, emerge nella vicenda del
comico Pucci che la comicità è, può essere, solo “di sinistra”. Cioè si deve
qualificare “di sinistra”, altrimenti non può essere – non può prodursi,
esibirsi. Tanto più curioso oggi che il Pci è morto, da una trentina d’anni – il
partito marcava stretta ogni forma di opinione, sospettava perfino di Scola, un
“trinariciuto”. E – sulla scia del partito? – la commedia all’italiana subiva
la riprovazione di Pasolini e di Calvino. Ancora nel 1986 il “Tango” di Staino
era sospetto. L’accettazione arriva, con “Cuore”, nel 1989, per alleviare la
“caduta”.
Prima era vietato ridere, la comicità
era di Guareschi, quanto vituperato, Longanesi, Flaiano, quanto sospetto e isolato,
“Candido”.
“la Repubblica” apre il suo settimanale
con dieci pagine contro Trump. Di cui otto dedicate a una sua nipote che deve capitalizzare
con un libro l’odio familiare contro lo zio. Ma davvero il lettore (ex) di Eugenio
Scalfari vive di Trump – dell’odio contro Trump? Non è possibile. Però, magari
è un fatto.
“Tortora, i 40 anni di un errore giudiziario”,
Bellocchio annuncia la sua miniserie riparatrice. Ma non fu un errore. Questo è
il problema: si può infierire su un sicuro innocente, farsene una croce al merito,
e fare carriera.
Stefano di Stefano, il megadirettore
delle Finanze indagato per insider trading, si dimette da consigliere di
Mps. Mentre avrebbe dovuto dimettersi da direttore del ministero – era in Mps
non a titolo personale ma per conto del ministero, azionista del banco senese.
Ma a Roma vige sempre Andreotti – “il potere logora chi non ce l’ha”.
Di Stefano di Stefano perfino questo sito
aveva potuto segnalare la non limpida attività al ministero, gestore della vendita “accelerata” (Accelerated
Book Building) di Mps agli “amici della parrocchietta”, e subito poi del golden
power contro Unicredit per l’opas su Bpm. Ma non da solo: per l’Abb lo ha
favorito la Consob di Savona, nominato da Salvini, e contro Unicredit è stato
lo sherpa della decisione, che si prende a palazzo Chigi.
L’As Roma, la squadra di calcio,
riempie lo Stadio Olimpico, 60 mila posti, per qualsiasi partita. La SS Lazio,
l’altra squadra cittadina, lo stadio trova invece sempre vuoto, per protesta
contro il presidente-padrone Lotito. Che però fu scovato – aveva una semplice
azienda di pulizie – e obbligato al passo da Geronzi, l’ultimo banchiere romano,
che provava a coagulare nella capitale un mercato di capitali: non c’era niente
di meglio.
L’As Roma Geronzi riuscì solo ad addebitarla
a oscuri, all’origine, investitori americani (che poi l’hanno traghettata a un family
business Usa specialista di affari col calcio europeo). Una capitale di
capitali da “pezze al culo”.
Jane Austen transetnica
Nell’Inghilterra
Regency, pre-vittoriana, una trama Jane Austen, di amicizie e amori tra diseguali,
parroci di campagna e relative figlie, signorotti con etiche rigide, cugini
londinesi à la page ma per qualche verso inaffidabili, su un aneddoto
anche attraente: il ricco signore concupito cerca una moglie che risponda a una
sua segreta lista di requisiti. Ma non si ride e non si piange - il fim si
continua a vdere per curiosità.
Il Lord ricco,
concupito ed eccentrico è di pelle nera e riccioluto. La sua madra-matrona è mezzosangue, con taglio asiatico agli occhi.
Le amicizie femminili diseguali sono tra un’attrice indiana a una anglo-ugandese.
Con due bianchi un po’ coglioni, una zia sciocca isterica e un cugino che fa il
femminella.
Forse un nuovo
genere, transetnico, espressione di un’Inghilterra multietnica, ma dall’effetto
conventuale, edificante. Improbabile, e anche un po’ ridicolo.
Emma, Holly Jones, La lista del signor
Macolm, tv2000
domenica 15 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – costituzionali (385)
Per la prima volta, con le ultime nomine che risalgono alla prima presidenza
Trump, la Suprema
Corte degli Stati Uniti, l’istituzione americana “più rispettata” (meno
soggetta al giornalismo
d’assalto), è a maggioranza non wasp (white anglo-saxon
protestant): sei dei nove giudici sono cattolici, cinque di essi di ascendenza afro, oppure italiana e irlandese.
John G. Roberts, 70 anni, è di origini irlandesi-gallesi per parte di padre
e slovacco-ungheresi di
madre. È a capo della Corte Suprema dal 2005.
Clarence Thomas,78 anni, è afroamericano.
Samuel A. Alito,75 anni, è italo-americano di seconda generazione – il nonno
paterno immigrato dalla Calabria, quello materno dalla Basilicata.
Brett M. Kavanaugh, 56 anni, è di famiglia irlandese.
Amy Coney Barrett, 53 anni, è di famiglia franco-irlandese.
Neil. M. Gorsuch, 58 anni, non ha ascendenze etniche, è cattolico di
famiglia.
La sei nomine non establishment sono dovute ai presidenti repubblicani
di questi anni Duemila, tre (Roberts, Thomas e Alito) a G.W.Bush, e tre (Gorsuch,
Kavanaugh e Barrett) a Trump.
Ipotesi di Eurafrica
L’unica apertura di credito, politico ed economico, alla sterminata Africa,
è dell’Italia, cui la Oua, Organizzazione per l’Unità Africana, si aggrappa ad
Addis Abeba invitando Meloni alla sua assemblea annuale. L’unica apertura d’interesse che l’Africa, dopo
tanti decenni di appelli inevasi, ha ricevuto è infatti attraverso Meloni, il
suo “Piano Mattei”.
I media hanno trascurato o denigrato la cosa. Dicendo il Piano
Mattei il piano dei poveri, del poco o niente, pochi soldi, poche iniziative, partnership
inferiori a quelle che l’Africa ha con la Germania, con la Francia, con gli
Stati Uniti – e con la Cina? Ma questo è
parte della partita politica interna, che fa ormai l’unico atto di esistenza in
vita dei media. La verità è che ne due anni dal lancio questo piano ha
attivato iniziative e progetti per una decina di miliardi. Non è molto, ma
prima nn c’era niente. Per l’attivazione di progetti di formazione in loco, in
vista di un’immigrazione qualificata e regolare. Con modalità varie. Dalle scuole
professionali dei salesiani a moderni istituti tecnologici – in Algeria. E per
alcune infrastrutture multiregionali – le infrastrutture sono il peggiore, forse
ineliminabile, handicap dell’Africa, in uno schema di sviluppo
tradizionale, agricoltura-industria-esportazione.
La cosa insomma c’è – nei limiti delle risorse italiane. Ma di più conta
l’approccio: Francia, Germania, Gran Bretagna, se non gli Stati Uniti, trattano
l’Africa sempre col paradigma coloniale. Il Piano Mattei su un piede di parità,
con la partecipazione cioè attiva dei Paesi coinvolti. Non di questo o quell’interesse
della ex madrepatria.
È un cammino lento e lungo, perché l’Africa è quella che è: un mondo di
potentati, praticamente senza mobilitazione e strutture politiche, istituzionali.
Ma è l’unica via per lo sviluppo, accertata dopo oltre settant’anni di teorie e
pratiche dello sviluppo, dalla Decade degli Aiuti, anni 1960, alle teorie e
critiche dello “scambio ineguale”: l’Africa deve crescere al suo interno.
L’approccio italiano ha peraltro mobilitato l’inerzia europea nei confronti
del Mediterraneo, la “sponda Sud” dell’Italia, dopo un quarto di secolo di
disattenzione – dagli accordi preferenziali con il Maghreb – e con la infausta
guerra alla Libia nel 2011. E ha stimolato una prima manifestazione d’interesse
per l’Africa nel suo insieme. Era una vecchia – pia? – illusione, questa dell’Eurafrica
- per i primi autori del “risveglio” africano
o dell’“Africa delle indipendenze”, dopo la guerra, di Senghor, Houphouët-Boigny,
Burghiba, Nyerere, ‘Nkumah. L’Europa non ascoltò, era pur sempre ancora, o si
riteneva, coloniale, imperiale. Ora ha bisogno dell’Africa, a ancora non lo sa.
L’aggiustizia del calcio
Gli arbitri di calcio non sono garantiti dalla costituzione, e quindi
non ci sarà un referendum sugli arbitri di calcio. Ma è sicuro che lì si vincerebbe:
non c’è giustizia più odiata, tanto più per essere a capriccio e inappellabile,
degli arbitri di calcio. Ma, invece, inattaccabile: protetta dalla sacralità
dello sport, l’offa dei poveri (di spirito) più inattaccabile di qualsiasi
costituzione.
Ieri tre milioni di spettatori hanno seguito, a pagamento, Inter-Juventus
– e una decina di milioni fuori d’Italia. Dove un arbitro La Tella doveva e voleva
condurre a vittoria una squadra e lo ha fatto, dall’inizio, ammonendo quelli
che dovevano perdere, i calciatori chiave, non ammonendo quelli che dovevano vincere,
anche quando lo insultavano (un certo Barella spiritato, dopato?, lo insultava per una
rimessa laterale…), e quando, sempre, bloccavano le “ripartenze”
avversarie col “fallo tattico”, che il regolamento vuole punito con l’ammonizione,
ma non per La Tella. Finché non ha completato l’opera, decretando l’espulsione,
in un fallo di simulazione, non del simulatore ma dell’incolpevole avversario. Altero,
sprezzante – napoleonico, come ogni buon giudice italico. Anche se tutti vedevano, anzi per questo: che si sapesse
che lui faceva vincere chi doveva vincere.
I sicofanti dei vincenti, variamente distribuiti tra Sky, Dazn, i
postpartita e i giornali, hanno cercato di giustificare la pastetta con l’errore.
Senza dire che l’errore c’è in quasi ogni partita, sempre determinante, e sempre
a favore della stessa squadra.
La corruzione c’è nel calcio. Lo sanno tutti. In molte forme.
Questo La Tella fu anche sospeso, per un anno o più, per vari abusi. Ma
qui non si tratta di La Tella: lui interpreta il canone. Che è il famoso arbitro
Collina. Uno che si creò un personaggio intoccabile come punitore della Juventus,
la squadra che i due terzi degli italiani odiano, su questo si creò una claque, fortissima alla Rai, che lo incoronava ogni domenica il miglior
arbitro del mondo, e gestiva arbitrariamente il campionato, la partita che arbitrava e quelle
in calendario (ammoniva o espelleva chi non doveva giocare la-le partita-e
seguente-i). Consultandosi ogni settimana senza pudori con l’addetto del Milan
agli arbitri, al ristorante. Con un contratto pubblicitario, mentre ancora arbitrava,
con la Opel, sponsor del Milan. Un fulgido esempio di carriera per la specie – che
poi culminò alla Uefa, quella che si era liberata dell’incorruttibile Platini,
accusandolo di ogni obbrobrio, per affidarsi a un certo, malleabile, Ceferin (e
lucrare con i potentati della penisola arabica, che pagano in lingotti d’oro, non
tracciabili).
Grand’Italia dei Comuni
Manufatti e modi di vita,
documentati con una larga messe di immagini, illustrano la nascita del
sentimento cittadino. Di come le popolazioni di mezza Italia nel Medioevo si
sono costruite quelle insigni realtà che poi saranno chiamate dei Comuni. Non
un saggio storico, o non uno in senso stretto di storia: molte le figurazioni,
con ampi estratti di cronache o riflessioni d’epoca, di questo o quell’avvenimento,
che costruiscono la tela dell “città”: mura per difendersi dai nemici, dalla natura,
dagli imprevisti, e forti costruzioni simboliche comuni, chiese, conventi,
palazzi di città, di governo, giardini, monumenti ricordo o celebrativi, che
cementano la comunità, come oggi si direbbe. Nela specificità di ognuno, di mestiere,
di pratica, di ambizione. Da Milano a Perugia e Siena. Napoli compresa, ma non per
molto – presto sarà tagliata fuori, poco dopo i Boccaccio.
È un revival. Si recuperano
gli studi e i mondi che l’insigne medievista rivitalizzò in vita - per lo più
trascurati in vita, il mondo di cui si occupava forse più che il lavoro suo proprio.
E si leggono con stupore: possibile che potesse passare così underrated –
lei e/o il suo campo di studi? E si sa la risposta – non era “in linea”. L’Italia
l’ha scampata, ma a che pezzo? E tuttora che scuse deve inscenare mentre gli epigoni
del passato regime culturale ancora imperversano— saldi sempre ai posti di comando?
“Sentimenti e immagini
del Medio Evo” era – ed è restato - l’anodino sottotitolo dell’opera, quasi l’editore
chiedesse venia per l’intrusione in libreria. È invece uno spaccato della vita urbana
emergente, civile e politica, che ha fatto la specificità del Centro-Nord della
futura Italia – ed è forse il crinale dirimente fra Nord e Sud, l’origine e la
causa della “questione meridionale”. Dell’impossibilità per il Sud, che è
largamente incapacità, di recuperare il gap sociale ed economico col Nord
– molto più, sicuramente, delle politiche postunitarie (che probabilmente, a una
sommatoria, sarebbero a favore del Sud).
Una riedizione, superba
di illustrazioni, delle opere di Chiara Frugoni che Il Mulino viene recuperando.
“Una lontana città” è prima apparso nel 1983, uno degli ultimi titoli della vecchia
collana “Saggi” di Einaudi.
Chiara Frugoni, Una lontana città, Il Mulino, pp.
290, ril,, ill. € 39
sabato 14 febbraio 2026
Problemi di base anarchici - 900
spock
Contro lo Stato,
in favore di chi?
Libertà di
tutti contro tutti?
La libertà è
una bomba?
La libertà è
di chi se la può prendere?
L’esito del
liberalismo è l’anarchia?
“Anarchico
perché ricco”, Céline, Londra”?
spock@antiit.eu
Manzoni, il manifesto del “giovane” Gadda
Un Gadda delle “origini”,
uno dei primi scritti conservati, pubblicato tal quale da Federica G. Pedriali,
l’ordinario di Italianistica a Edimburgo, creatrice e animatrice dei “Gadda Studies”.
Sorprendentemente “gaddiano”, nella locuzione e nella sintassi, negli interessi
(filosofia, linguistica) e negli umori, riprodotto come l’aveva scritto. La versione
di questa “Apologia” programmatica che circola (ora nella raccolta “Divagazioni
e garbuglio”) è quella pubblicata da “Solaria”, al confronto spuntata, molto. Probabilmente
ripulita, da Carocci o da chi altro gestiva la rivista, delle peculiarità gaddiane,
non solo della lingua, in effetti molto artefatta per un lettore comune e anche per i “solariani”, ma pure del sostrato filosofico (etico-filosofico) che della
scrittura di Gadda , anche la più inventiva, costituiva e costituirà il terreno
di coltura.
“Manzoni – Fichte – Idea dell’immediatezza
necessaria del linguaggio” è il titolo-tema della riflessione. Il “linguaggio” è
il primo problema, da subito, di Gadda, che non voleva scrivere il già scritto. Lo
è già nell’apoftegma in esergo, invece del titolo (“Apologia manzoniana” è
evidentemente redazionale): “AFFIORAMENT PER L’INNESTO\ IN PRAETERITUM TEMPUS”.
Fra i tanti umori, alcuni
poi molto gaddiani, a proposito di avere qualcosa da dire, e di saperlo dire –
la “scrittura”:
“La mescolanza degli
apporti storici e teoretici più disparati, di cui si plasmò e si plasma
tuttavia il nostro bizzarro e imprevedibile vivere, egli ne avvertì le
deviazioni contaminantisi in un'espressione grottesca” – egli, naturalmente, Manzoni.
“Il barocco lombardo di quel tempo ha
tenuissimi tocchi e una grandiosa tristezza”.
“Scrittore degli
scrittori, egli visse prima la sua meravigliosa annotazione e il continuo
riferimento del male antico al nuovo aumenta la risuonanza tragica di ogni
pensiero. Volle poi che il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni
nato della sua molteplice terra e non la trombazza roca d'un idioma impossibile
che nessuno parla, non solo, e sarebbe il male minore, ma che nessuno pensa né
parlando a sé o al suo amico, né alla sua ragazza, né a Dio”.
“Bisogna leggere e
profondamente scolpire nella memoria e nell’anima ciò che Giovanni Amadio Fichte
scrive nei capitoli terzo e quarto dei suoi discorsi alla nazione tedesca per
comprendere che non la vanità d'accademico e non il gusto ambizioso di
letterato giovincello reduce da Parigi con le primizie acerbette della moda può
aver imposto al suo animo di volerla finire una buona volta, di finirla con la
grottesca bestialità dei toni asineschi degli asini che fanno da sei
secoli i rigattieri degli umanisti a freddo. Un conto
è disseppellire Cicerone e scrivere la Canzone alla Vergine, o
trattati di geografia; un conto è scrivere gli esametri dell’Affrica, o
chiamarsi Lorenzo Valla, o Marsilio Ficino, o anche Giovanni Pontano e
contraffare il latino del De officiis alla Poggio Bracciolini; e un altro, un
ben altro e miserevole conto è sbrodolare sopra un popolo di melensi imbecilli,
incapaci d’ogni originalità dell’anima e della coscienza, squadroni di
endecasillabi beoti con dodici sillabe e incartapecorirsi così per tutta l’eternità”.
Ce n’è ancora per altre otto
o nove pagine a stampa.
Carlo Emilio Gadda, Apologia manzoniana, “The Edinburgh Journal of
Gadda Studies”, online
venerdì 13 febbraio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (624)
Giuseppe Leuzzi
Il dottor Gratteri essendo un
giudice non può dirsi un mafioso – quello degli “avvertimenti” (“Voteranno per
il Sì (al referendum per la riforma della giustizia, n.d.r.) gli indagati, gli
imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero
vita facile con una giustizia efficiente” - compreso il qui lo dico e qui lo
nego (“io non l’ho detto”), a cui il giudice ci ha abituati. Ma il signor Cairo e i suoi media sì, per i quali
il giudice lavora.
Il “Corriere della sera”, che la dichiarazione al “Giornale di Calabria” ha pubblicizzato su Corriere.tv, su nove spazi
oggi in prima pagina non ne trova uno per l’“avvertimento”, dopo che la cosa è
stata denunciata – il mafioso nasconde la mano.
Gratteri-Cairo, una mafia a parti rovesciate? Gratteri è calabrese, Cairo and
co. milanesi. Ma molti calabresi nella storia si illustrano per essere
rinnegati. Famosi quelli islamizzati, i più crudeli, specie nelle scorrerie
contro i poveri e gli indifesi. Pare che nella Costantinopoli dei sultani un
intero quartiere si fosse formato col nome di Nuova Calabria.
Non avendo cuore – voglia – di sorbirsi
il giudice Gratteri in tv, ci si fida della “Gazzetta del Sud” oggi, giornale
ben all’orecchio del giudice, di cui riferisce la reazione: “Vediamo le persone
che scrivono (sul referendum sui social, n.d.r.) chi sono, persone per bene, pregiudicati,
parenti di pregiudicati. C’è di tutto, ma vediamo i numeri. E vediamo più
avanti se serve altro”. Un altro “avvertimento”.
Si arresta un Calabrò, detto “’u dutturicchiu”, il dottorino, dopo la condanna
all’ergastolo per il rapimento e l’assassinio di Cristina Mazzotti. Dottorino
perché? gli è stato chiesto. “Ho fatto tre anni di sudi in Medicina. Poi ho
smesso perché mi hanno arrestato”. Liberato, “mi sono
iscritto a Farmacia e dopo due anni mi hanno arrestato di nuovo”. Tipico, lo
scherzo prima di tutto, a’ zannella. Ma viene condannato dopo
cinquant’anni. In primo grado.
Dopo essere stato presente, nota Giuzzi sul “Corriere della sera”, “a quasi
tute le udienze del processo Mazzotti”.
Nel dramma del trapianto fallito di
cuore del bambino di Napoli, per il cure sostitutivo danneggiato dal trasporto,
non si fa cenno che il cuore è partito, non nella giusta confezione per il viaggio,
da Bolzano. L’omissione è singolare soprattutto
da parte della madre del bambino e del suo avvocato: il loro orizzonte è Napoli,
l’ottimo ospedale Monaldi, che pure ha tenuto in vita il bambino per un anno o
più. L’odio-di-sé fa aggio su tutto.
L’Europa sorge a Nord – del Mediterraneo
“L’Europa sorge nel Nord”, spiega l’allora cardinale Ratzinger alla
Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004, nella conferenza “La necessità
dell’Europa in un mondo globalizzato” (ora nela piccola raccolta del “Foglio”,
“L’Occidente vincerà”?. Si sa, ma è il Nord del Mediterraneo.
“Chi parla dell’origine dell’Euro rinvia solitamente ad Erodoto”, spiega il
future Benedetto XVI”, che parla indirettamente a proposito dei Persiani:
“Considerano come cosa loro l’Asia e i popoli barbarici che vi abitano, mentre
ritengono che l’Europa e il mondo greco siano una cosa a parte… Di fatto, con
la formazione degli stati ellenistici e dell’Impero Romano si era formato
un continente che divenne la base della successiva Europa…: erano le terre
tutt’attorno al Mediterraneo, le quali in virtù dei loro legami culturali, in
virtù dei traffici e dei commerci, in virtù del comune sistema politico
formavano le une insieme alle altre un vero e proprio continente. Solo
l’avanzata trionfale dell’islam nel VII e all’inizio dell’VIII secolo ha
tracciato un confine attraverso il Mediterraneo, lo ha per così dire tagliato a
metà”.
Una lezione ovvia, ma quanto trascurata, dopo gli eccessi di Mussolini.
L’Europa era l’impero romano. E tale è rimasta, col Sacro Romano Impero, ancora
per molti secoli, che sempre si riconosceva a Roma.
Tra Napoli e la Sicilia il nulla
Stefania Auci ha scelto, per rinverdire il successo dei suoi “Leoni di
Sicilia”, i Florio, di narrare la famiglia prima dello sbarco a Palermo dei
fratelli Paolo e Ignazio - con Giuseppina, la combattiva donna di un anticipo
di “poliamore”, delle goethiane affinità elettive. Fabbri e calzolai a Bagnara,
provenienti da un paesino dell’entroterra, Melicuccà. Di un mondo quindi
minimo, paesano, povero, chiuso, tutt’altro dalla scintillante Palermo – dove
uno smercio da pizzicagnolo è chiamato aromateria.
Forse per questo, per evidenziare la cesura, il grande salto, ha scelto
curiosamente di fare di Bagnara un luogo geografico, senza anima, senza vita -
curiosamente per il lettore che vi si avventuri? Auci conosce un po’ di
Calabria, se ai trent’anni, quando ha avuto il primo figlio, insegnava a
Cosenza. Fa comunque una trascrizione esatta della fonetica e dei modi
dialettali. Usa correttamente i toponimi, Melicuccà, Ceramida, la chiesa del
Carmine, epicentro di molta storia – anche se sposta la chiesa, che è in alto,
verso la marina. E deve avere fatto ricerca accurata all’anagrafe, comunale e
parrocchiale, se i registri sono sopravvissuti ai terremoti e maremoti. O avrà
avuto un buono stringer locale. Ma non più di tanto. Il che è
strano per una narrazione, che si vuole profusa, ma non ha molti temi, eccetto
le dinamiche familiari.
Un lungo capitolo Auci fa di briganti, che però non sono propriamente Bagnara
né la evocano. E un altro lungo sul terremoto del 1783, naturalmente – che ha
distrutto Bagnara come due terzi della Calabria. Mentre omette la Bagnara quale
è, o è stata, che avrebbe fatto da sé un romanzo. Un paese di mare: pescatori,
marinai, commercianti. Specie le bagnarote, le donne di Bagnara, ambulanti dai
garretti d’acciaio, mollettiere e settemplici gonne. collo taurino, la cesta
della mercanzia in testa, un metro di diametro, vaganti con ogni mezzo nelle
pieghe dell’Aspromonte – materia di numerose ricerche accademiche sul
matriarcato, fino a questo dopoguerra. Con una spiaggia profonda di sabbia
fine, secca, dorata, prima che cinquanta o sessant’anni fa decidessero di
scavarsi il solito “porticciolo” – ora la sabbia non c’è più e si entra in mare
in acque scure tra i “pennelli”. Aveva a Pellegrina, che Auci trascura, mulini
e forni di saporito e morbido “pane di grano” – ultima “invenzione” delle
bagnarote, finito il commercio ambulante. Protetta da costoni a vite, di uva zibibbo,
forte di lunga insolazione – tra Bagnara e Scilla la costa era un’altra Cinque
Terre, ora inselvaggita, troppa fatica, fino agli anni 1960. E non ne venivano
gli altri Florio della storia, quelli del Cinquecento, il pastore e teologo
protestante Michelangelo, emigrato per salvarsi la pelle in clima da
Controriforma, e suo figlio o nipote Giovanni, “John”, amico di Shakespeare
(qualche anno fa, al gioco di “Shakespeare non è Shakespeare”, era il primo
“vero Shakespeare”), umanista, filologo neolatino, traduttore in inglese di
Montaigne, i “Saggi”, e del “Decameron” (questi Florio se li è assunti Firenze
per una minima annotazione di Michelangelo su un in folio della
sua “Apologia di Michel Agnolo Fiorentino”, del grande Michelangelo come “vero
credente” in petto, dove nell’entusiasmo Firenze dice “patria mia”
- anche “patria mia” - ma è più persuasiva la ricostruzione di cui questo sito
ha dato conto,
http://www.antiit.com/2013/10/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-185.
http://www.antiit.com/2011/12/letture-80.html
Per un romanzo, materiali delle origini più che fondati.
Tra Napoli e la Sicilia la Calabria era, ed è, il nulla, terra incognita.
Per i napoletani non del tutto, alcuni nobili calabresi avendo palazzo in
città, si reputavano – dovevano mostrarsi – ricchi feudatari, per quanto
impecuniosi. Per i siciliani, che pure sono sottoposti da un paio di secoli a
estenuanti traversate in ferrovia o in autostrada per la lunga punta dello
stivale, uno zero nella migliore delle ipotesi, solitamente negativa. Avendo
personalmente conosciuto da calabrese la Sicilia prima e meglio che la Calabria
si può anche dire, a scusante dei siciliani, che è inevitabile – inevitabile?
La storia pesa.
Sudismi\sadismi – tu quoque, Fofi
Recensendo “Dadapolis”, il libro collage su Napoli di
Ramondino e Müller, Goffredo Fofi si chiede in “Arcipelago Sud” si chiede
quando il Nord e il Sud hanno cominciato a “scollarsi”, e prova una datazione:
“Dal ’43 al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 al ’79),
Nord e Sud in qualche modo si erano accostati, “e hanno cominciato a
mischiarsi”. Poi “si è riaffermato il flusso contrario e e hanno molto più
velocemente proceduto a staccarsi”. Giusto, più o meno con l’emersione
della Lega.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il
Sud”, continua Fofi, “un collante, ed è, semplicemente, la Mafia”. Con la M
maiuscola, “come di dovere”, per “quel complesso di rapporti oscuri di
potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la
politica, b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze, la
Mafia (o Camorra, o‘Ndrangheta) è uno dei lati più forti della narrazione”.
E fa cadere le braccia, il collante.
gleuzzi@antiit.eu
Il “Corriere della sera”, che la dichiarazione al “Giornale di Calabria” ha pubblicizzato su Corriere.tv, su nove spazi oggi in prima pagina non ne trova uno per l’“avvertimento”, dopo che la cosa è stata denunciata – il mafioso nasconde la mano.
iscritto a Farmacia e dopo due anni mi hanno arrestato di nuovo”. Tipico, lo scherzo prima di tutto, a’ zannella. Ma viene condannato dopo cinquant’anni. In primo grado.
Dopo essere stato presente, nota Giuzzi sul “Corriere della sera”, “a quasi tute le udienze del processo Mazzotti”.
“L’Europa sorge nel Nord”, spiega l’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004, nella conferenza “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato” (ora nela piccola raccolta del “Foglio”, “L’Occidente vincerà”?. Si sa, ma è il Nord del Mediterraneo.
“Chi parla dell’origine dell’Euro rinvia solitamente ad Erodoto”, spiega il future Benedetto XVI”, che parla indirettamente a proposito dei Persiani: “Considerano come cosa loro l’Asia e i popoli barbarici che vi abitano, mentre ritengono che l’Europa e il mondo greco siano una cosa a parte… Di fatto, con la formazione degli stati ellenistici e dell’Impero Romano si era formato un continente che divenne la base della successiva Europa…: erano le terre tutt’attorno al Mediterraneo, le quali in virtù dei loro legami culturali, in virtù dei traffici e dei commerci, in virtù del comune sistema politico formavano le une insieme alle altre un vero e proprio continente. Solo l’avanzata trionfale dell’islam nel VII e all’inizio dell’VIII secolo ha tracciato un confine attraverso il Mediterraneo, lo ha per così dire tagliato a metà”.
Una lezione ovvia, ma quanto trascurata, dopo gli eccessi di Mussolini. L’Europa era l’impero romano. E tale è rimasta, col Sacro Romano Impero, ancora per molti secoli, che sempre si riconosceva a Roma.
Tra Napoli e la Sicilia il nulla
Stefania Auci ha scelto, per rinverdire il successo dei suoi “Leoni di Sicilia”, i Florio, di narrare la famiglia prima dello sbarco a Palermo dei fratelli Paolo e Ignazio - con Giuseppina, la combattiva donna di un anticipo di “poliamore”, delle goethiane affinità elettive. Fabbri e calzolai a Bagnara, provenienti da un paesino dell’entroterra, Melicuccà. Di un mondo quindi minimo, paesano, povero, chiuso, tutt’altro dalla scintillante Palermo – dove uno smercio da pizzicagnolo è chiamato aromateria.
Forse per questo, per evidenziare la cesura, il grande salto, ha scelto curiosamente di fare di Bagnara un luogo geografico, senza anima, senza vita - curiosamente per il lettore che vi si avventuri? Auci conosce un po’ di Calabria, se ai trent’anni, quando ha avuto il primo figlio, insegnava a Cosenza. Fa comunque una trascrizione esatta della fonetica e dei modi dialettali. Usa correttamente i toponimi, Melicuccà, Ceramida, la chiesa del Carmine, epicentro di molta storia – anche se sposta la chiesa, che è in alto, verso la marina. E deve avere fatto ricerca accurata all’anagrafe, comunale e parrocchiale, se i registri sono sopravvissuti ai terremoti e maremoti. O avrà avuto un buono stringer locale. Ma non più di tanto. Il che è strano per una narrazione, che si vuole profusa, ma non ha molti temi, eccetto le dinamiche familiari.
Un lungo capitolo Auci fa di briganti, che però non sono propriamente Bagnara né la evocano. E un altro lungo sul terremoto del 1783, naturalmente – che ha distrutto Bagnara come due terzi della Calabria. Mentre omette la Bagnara quale è, o è stata, che avrebbe fatto da sé un romanzo. Un paese di mare: pescatori, marinai, commercianti. Specie le bagnarote, le donne di Bagnara, ambulanti dai garretti d’acciaio, mollettiere e settemplici gonne. collo taurino, la cesta della mercanzia in testa, un metro di diametro, vaganti con ogni mezzo nelle pieghe dell’Aspromonte – materia di numerose ricerche accademiche sul matriarcato, fino a questo dopoguerra. Con una spiaggia profonda di sabbia fine, secca, dorata, prima che cinquanta o sessant’anni fa decidessero di scavarsi il solito “porticciolo” – ora la sabbia non c’è più e si entra in mare in acque scure tra i “pennelli”. Aveva a Pellegrina, che Auci trascura, mulini e forni di saporito e morbido “pane di grano” – ultima “invenzione” delle bagnarote, finito il commercio ambulante. Protetta da costoni a vite, di uva zibibbo, forte di lunga insolazione – tra Bagnara e Scilla la costa era un’altra Cinque Terre, ora inselvaggita, troppa fatica, fino agli anni 1960. E non ne venivano gli altri Florio della storia, quelli del Cinquecento, il pastore e teologo protestante Michelangelo, emigrato per salvarsi la pelle in clima da Controriforma, e suo figlio o nipote Giovanni, “John”, amico di Shakespeare (qualche anno fa, al gioco di “Shakespeare non è Shakespeare”, era il primo “vero Shakespeare”), umanista, filologo neolatino, traduttore in inglese di Montaigne, i “Saggi”, e del “Decameron” (questi Florio se li è assunti Firenze per una minima annotazione di Michelangelo su un in folio della sua “Apologia di Michel Agnolo Fiorentino”, del grande Michelangelo come “vero credente” in petto, dove nell’entusiasmo Firenze dice “patria mia” - anche “patria mia” - ma è più persuasiva la ricostruzione di cui questo sito ha dato conto,
http://www.antiit.com/2013/10/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-185.
http://www.antiit.com/2011/12/letture-80.html
Per un romanzo, materiali delle origini più che fondati.
Tra Napoli e la Sicilia la Calabria era, ed è, il nulla, terra incognita. Per i napoletani non del tutto, alcuni nobili calabresi avendo palazzo in città, si reputavano – dovevano mostrarsi – ricchi feudatari, per quanto impecuniosi. Per i siciliani, che pure sono sottoposti da un paio di secoli a estenuanti traversate in ferrovia o in autostrada per la lunga punta dello stivale, uno zero nella migliore delle ipotesi, solitamente negativa. Avendo personalmente conosciuto da calabrese la Sicilia prima e meglio che la Calabria si può anche dire, a scusante dei siciliani, che è inevitabile – inevitabile? La storia pesa.
Sudismi\sadismi – tu quoque, Fofi
Recensendo “Dadapolis”, il libro collage su Napoli di Ramondino e Müller, Goffredo Fofi si chiede in “Arcipelago Sud” si chiede quando il Nord e il Sud hanno cominciato a “scollarsi”, e prova una datazione: “Dal ’43 al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 al ’79), Nord e Sud in qualche modo si erano accostati, “e hanno cominciato a mischiarsi”. Poi “si è riaffermato il flusso contrario e e hanno molto più velocemente proceduto a staccarsi”. Giusto, più o meno con l’emersione della Lega.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il Sud”, continua Fofi, “un collante, ed è, semplicemente, la Mafia”. Con la M maiuscola, “come di dovere”, per “quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la politica, b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze, la Mafia (o Camorra, o‘Ndrangheta) è uno dei lati più forti della narrazione”.
E fa cadere le braccia, il collante.
La mistica ebraica per cristiani
Volendo andare alle fonti di Pico della Mirandola, delle portentose
900 “conclusioni”, le “tesi per un sincretismo di tutte le religioni e di tutte
le scienze”, che presentò nel 1485, “all’epoca un giovane di 23 anni”, con “inclusa
anche la Qabbalah”, Scholem si addentra in una ricerca vertiginosa di
qabbalisti di varia lingua, corrente, più mistica, numerica o magica, su cui il
giovane conte poteva essersi informato. Giacchè informato lo era, sulla
Qabbalah, e anche bene.
Un excursus dettagliato è il frutto della ricerca. Su
fonti anche rare e rarissime, voluminose o minime, e numerose. Tante da non credere,
per una “scienza” o “sapienza” poco regolata, poco disciplinata, e poco diffusa
e anzi riservata e misterica. Una ricerca più sorprendente ancora per i tanti cabbalisti
che ebbero contatti continuati e dialogo con i teologi cristiani. E per i tanti cabbalisti
convertiti, e non per opportunismo, specie nel Trecento in Spagna.
Una ricerca dettagliata e argomentata delle fonti, con molti
rimandi in nota, le inevitabili ipotesi di collegamenti, più o meno sotterranei,
e le inferenze, le divergenze, gli sviluppi, e i possibili motivi ed esiti
delle opere. Un’opera di pura filologia. Notevole anche la corrente cabbalista
che, passando sopra al tradizionale atteggiamento ebraico nei confronti del cristianesimo,
sprezzante, le “Toledoth Jesu”, che Gesù e i discepoli vogliono maghi, stregoni
e ciarlatani, li trova invece cabbalisti – “solo che avevano sbagliato…”.
Un saggio lungo, “La storia delle origini della Qabbalah
cristiana”, e due interventi d’occasione. Uno per il premio Reuchlin, dal nome
dell’umanista tedesco che riprese e sviluppò le “tesi” di Pico, “Lo studi della
Qabbalah da Reuchlin a oggi”. E l’ultimo intervento pubblico di Scholem, il 6
novembre 1981 (morirà poco dopo), a Berlino, “La posizione della Qabbalah nella
storia intellettuale europea”. Da umanista postmoderno, che aveva voluto vivere
in Israele ma si sentiva tedesco, europeo.
Saveri Campanini, lo specialista di ebraico a Bologna,
che ha curato il volume, lo dota di una distesa postfazione, commestibile ai
più, sulla Qabbalah, e su Scholem.
Gershom Scholem, Cabbalisti cristiani, Adelphi,
pp. 177 € 12
giovedì 12 febbraio 2026
Secondi pensieri - 578
zeulig
Declino – Arnold J.
Toynbee, seguace e poi critico di Spengler, lega lo sviluppo a fattori sociali
e religiosi, e il declino delle civiltà al loro deterioramento, dei fattori
sociali e religiosi, o al loro abbandono - “le civiltà muoiono per suicidio,
non per assassinio”.
È anche l’anamnesi
di Santo Mazzarino, lo storico della decadenza. In sintesi, “la meditazione
sulle epoche di travaglio e di radicali catastrofi è il più fascinoso, ma anche
il più grave, dei problemi che si presentano all'umanità: è il problema stesso
della validità di costituzioni che l'uomo amerebbe ritenere eterne, e che la
travolgente vicenda può distruggere” (“Aspetti sociali del quarto secolo”, 1951).
Populismo – “Il gande silenzio sul crollo dei
salari” (Marco Leonardi) ne è il motore principale – forse meglio detto “dei redditi”,
perché molti lavoratori autonomi ne sono afflitti.
È cronologicamente e causativamente effetto del neo-liberismo di Milton
Friedman e la Scuola di Chicago, detto anche thatcheriano e reaganiano: della dottrina
e la prassi per cui l’arricchitevi sarebbe stato a profitto di tutti – di più:
avrebbe fatto il maggior bene di tutti. Il liberalismo portato alla sua logica
conseguenza, l’anarchia, o l’anti-Stato, in un’ottica di massimizzazione della
ricchezza. Il populismo è l’effetto di una delusione.
In
un primo momento la “reaganomics” sembrò la panacea democratica: riduzione
delle imposte sul reddito e sulle plusvalenze (il risparmio investito è
largamente diffuso in America), nel quadro di una riduzione dell’interventismo
governativo, dei poteri pubblici di regolazione, con riduzione della spesa
pubblica in quanto spreco e inefficienza – e aumento dell’offerta monetaria in funzione
anti-inflazione. Misura tanto più ben viste in quanto l’inflazione era al 13 per
cento, il prezzo del gallone di benzina (metro principale del carovita in Usa)
era più che triplicato in sette o otto anni, dai 35 centesimi del 1973 a 1,20
dollari nel 1980. Con un calo negli ultimi due anni della presidenza
democratica Carter di quasi il 5 per cento del reddito medio pro capite, e la perdita
di 700 mila posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione record per gli
Stati Uniti, attorno al 7 per cento. Sotto silenzio, ma non per molto, passavano
i licenziamenti massicci nella Funzione Pubblica, i tagli alla spesa sociale, la
moltiplicazione delle spese militari – per l’affondo che Reagan porterà all’Unione
Sovietica, poco dopo negli anni di Gorbaciov.
La deriva verso il
populismo è conseguente agli effetti fortissimamente sperequativi. Dopo un primo
momento di euforia, per meno irpef e più dividend. Esteso attraverso la
globalizzazione che si lanciava, la liberalizzazione del commercio - la Cina fornitrice degli americani poveri, per
abbigliamento, utensili, e anche alimentari.
I redditi non sono aumentati, non per i molti, mentre il welfare per
i molti è sfumato, con la defunzione dello Stato – la proclamazione della crisi
fiscale dello Stato.
Trump si inscrive in questa deriva in quanto è il tipo di quello che ne ha tratto
personalmente profitto, ma conoscendone meglio il meccanismo prova a mettere a
frutto anche la sua conoscenza – o esperienza, o fiuto politico: la delusione,
il populismo.
Si capisce con Trump che il populismo serva – possa servire, ma finora non
è servito ad altro – alla ideologia dominante: una protesta generica, una
insoddisfazione, senza un programma o un’idea di azione. Una protesta fine a se
stessa. Come quando si è dispiaciuti per una morte, per la sofferenza di qualcuno,
ma inermi, giusto genericamente insoddisfatti.
Il liberismo è matematicamente motore di disuguaglianza – seppure nel quadro
di una moltiplicazione della ricchezza complessiva. A meno di “ristori” o
contrappesi della Funzione Pubblica, perequativi, dello Stato. Per questo
conduce al populismo, al riflesso condizionato degli scontenti – i più – in un
un insieme in cui la ricchezza cresce.
Socialismo democratico – “In molte cose il socialismo democratico
era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica” – cardinale Ratzinger (poi
papa Benedetto XVI), “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, conferenza
alla Biblioteca del Senato, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”).
Sogno – È una ricostruzione. Anche quado la trascrizione è –
fosse possibile – immediata e tal quale. La sua identità - ricognizione – è relativa
(soggettiva). Può essere oggettiva nel senso del soggetto, del tempo – del suo
tempo interiore.
Una trascrizione al risveglio non è la stessa di una posteriore.
È reperto teatrale dalle mitologie classiche, da Gilgameš in poi, Bibbia e
Vangeli compresi (il sogno della moglie di Pilato), a Shakespeare e Ibsen - ma
anche Pirandello: Pirandello sogna da sveglio. Curiosamente, è forse il tema
più trattato dai filosofi, da tutti i filosofi.
Stato – “Per la prima volta in assolto nella storia sorge lo
Stato puramente secolare che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la
normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione
mitologica del mondo e dichiarando Dio stesso come affare privato, che non fa
parte della vita pubblica e della comune formazione del volere”, card.
Ratzinger, op. cit.. Per la prima volta con la Rivoluzione Francese. “Dio
e la sua volontà cessano di essere rilevanti nella vita pubblica…Un nuovo tipo
di scisma”. Poco avvertito nelle nazioni protestanti, dove le idee liberali e illuministe
avevano da tempo “vita facile..,. senza che la cornice di un ampio consenso cristiano
di fondo dovesse per questo venire distrutta”. Nelle nazioni latine, è la conclusione
del cardinale Ratzinger, “questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata
… come una frattura profonda”. Radicalizzando il nazionalismo.
Verità – Gregorio Palamas la differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende d a ciò che si vuole.
zeulig@antiit.eu
Gadda recensore modesto
Non più ingegnere a
mercede, neppure nelle comodità romane del Vaticano, risoluto a fare il
letterato, quindi fiorentinizzato, e frequentatore assiduo dei caffè alla moda
di piazza della Repubblica, Giubbe Rosse, Gilli, Pazkowski, ma “nel costante
timore di «un’omerica mendicità»”, come presto scriverà a Contini, Gadda ebbe
dai nuovi amici di conversazione la possibilità di guadagnare qualcosa con le
recensioni. Non molto, ma in particolare fu aiutato dalla rivista “Solaria”,
cioè da Falqui e Montale. Fu alla rivista che Gadda fece la conoscenza del
giovane Contini, con cui avvierà una proficua intesa - in un primo momento non
ben disposto verso le prime prose pubblicate da Gadda, “Polemiche” e “Pace sul
direttissimo”.
Le recensioni
cominciarono nel 1927, con “Solaria”. Sono prose misurate e composte, spiega
Carmosino, niente a che vedere con “le future taglienti ironie e feroci
stroncature”. Anche perché gli “vengono affidate le prose degli amici Ugo
Betti, Bonaventura Tecchi (entrambi compagni di prigionia nel campo tedesco di
Celle, Hannover), dell’amatissimo Bacchelli, di Giani Stuparich e di Paola
Masino”. Ma “Solaria” gli pubblica anche un primo vero saggio critico,
l’“Apologia manzoniana” - che entusiasmerà infine Contini.
Del personaggio Gadda nei
caffè fiorentini Carmosin77o cita per esteso un ricordo di Montale uscito sul
“Messaggero” il 9 gennaio 1994, col titolo “Il re dell’impossibile”: “Avevamo
per lui curiosità, deferenza, ammirazione, stupore, incredulità”, per la sua
cultura scientifica. “Poi scoprimmo”, continuava Monale, “anche la sua cultura
umanistica e altre forme di cultura, ma tutto sotto un manto di riservatezza
schiva; così, insomma, non voleva essere lodato, ammirato, preferiva dir male
di sé, e anche degli altri naturalmente, ma insomma era un personaggio molto
strano”. Non strano, molto.
Le recensioni che Carmosino segnalava hanno poi preso corpo in un volumone Adelphi, “Divagazioni e garbuglio”.
Daniela
Carmosino, Tra estetica ed etica: Carlo Emilio Gadda critico militante,
“Italianistica”. Vol 26, n. 2, maggio/agosto 1997), pp. 279-302
mercoledì 11 febbraio 2026
Il segreto degli ayatollah è il fascismo – il totalitarismo
Cinquanta anni sono due generazioni. È tanto quanto gli ayatollah
sono al potere in Iran. Forti di almeno due eserciti-polizie politiche, i pasdaran
e i basiji, di alcune centinaia di tribunali politici e di boia (si
fanno sulle 1.500 impiccagioni l’anno), e di alcune decine di migliaia di giudici
di regime, persone molto rispettabili, con autista e servitù. E per questo non
cadono. Gli ayatollah sono tutti loro.
Chi ha visto il film di Panahì “Un semplice incidente”, lo “vede”: i
rivoltosi non sanno che farsene del loro aguzzino. E gli aguzzini sono oggi
decine di milioni, complici se non oppressori: ingenui credenti, beneficiati, spie
involontarie, o semplicemente ignoranti, gente intellettualmente disarmata che
ha fiducia nel clero.
Due terzi dei 90 milioni di iraniani sono nati sotto il regime
religioso. E per due terzi sono anche rurali, lontani dalle dialettiche
politiche urbane.
Un fascismo durato due generazioni non può implodere, se non per
suicidio. Il fascismo non implode – i peronismi sono altra cosa, fenomeni
temporanei, di suggestioni, non organizzazioni, non regimi “totalitari”.
Il fascismo propriamente detto e il nazismo sono finiti perché hanno
perso la guerra. Erano anche durati poco, venti e dodici anni. Pinochet si mise
da parte dopo quindici anni perché lo vollero gli Stati Uniti – con la garanzia
dell’impunità per le sue polizie. Il sovietismo è caduto dopo 45 anni, e in tre
Paesi fuori dell’orbita russa, la Polonia forte del papa, l’Ungheria e la
Germania – ma in Russia, in Modavia, nella stessa Ucraina, con dispiacere tuttora di
molti, tra gli svantaggiati, per il gas e le medicine gratuite.
Lo stesso che in Iran accade peraltro in Turchia, che pure ha conosciuto
la democrazia, e tale è ancora considerata. Nella Turchia di Erdogan, che non usa
le forche ma ha migliaia di prigionieri politici, tra essi giornalisti e
esponenti di partito di primo piano (compresi gli sfidanti di Erdogan alle
presidenziali), tutti quelli che danno ombra al regime. E ha ripulito degli indesiderati
i tribunali e le università – non richiede la “tessera” ma fa come se. Considerazioni a parte andrebbero fatte perché entrambi i regimi si vogliono islamici - con differenze, certo, la Turchia in oltre un secolo con vari governi liberamente eletti.
Un Paese piccolo piccolo
Meloni che propone e ottiene una politica
più circospetta sull’ondata di fughe politiche dall’Africa. Meloni che propone
e convince con una politica attiva di cooperazione con l’Africa, con le scuole
dei salesiani ma anche con quelle di molte imprese, e perfino della Ue. Meloni
che invita alla calma, e convince, con l’America di Trump. Meloni che impone un
minimo di ragionevolezza: non abbandonare l’Ucraina nel momento delle decisioni.
Meloni che convince la Germania a completare e rilanciare il mercato comune
per “migliorare la competitività dell’Europa” (la Germania perché è maestra nell’opporre
barriere invisibili, da Pirelli trent’anni fa alla Fiat quindici anni fa, e ora
a Unicredit). Meloni che in India e in Giappone è la leader europea più
rispettata – in Giappone perché ha facilitato l’accesso alla premiership
di una gentile donna – in un partito in materia di genere molto più
conservatore di quanto lo è nelle politiche generali.
Ma, poi, Sanae Takaichi stravince le
elezioni, perché la costituzione e le leggi elettorali lo consentono. E forte
politicamente lancia subito un programma di rilancio della produzione e
dell’economia che, non la piccola Italia, ma nemmeno l’Europa nel suo insieme
s’immagina.
Il paragone col Giappone e con Takaichi
è fulminante. L’Italia è al confronto non solo un piccolo Paese e una piccola
economia. Ma, peggio, è un Paese che si rimpicciolisce. In crisi demografica irreversibile
– se non con politiche, che non si intravedono, di lunghissimo termine, una
generazione, forse due. E in calo di produttività e produzione. Cresce
l’occupazione, ma tra i camerieri.
Successe anche con Craxi, la politica estera è l’unico esercizio in cui
un presidente del consiglio può esercitarsi – specie se, come Meloni, sa i
dossier e sa le lingue. Per il resto deve solo occuparsi di tenere la “coalizione compatta”. Anche i ministri, che non sono i suoi (non può dimetterli), ma del presidente della Repubblica - può solo dimettersi, in sostanza. Un
lavoro di Sisifo, contrabbandato per democrazia.
Il secondo Paese più industriale d’Europa registra dopo il covid un calo
costante della produzione industriale – si dice dopo il covid per eufemismo, in
realtà dopo l’abbandono dell’impero Agnelli, della chimica, e dell’acciaio. Con
migliaia di aziende e marchi passati in mani straniere, ciò che normalmente ne
segnala la fine, seppure a coda di pesce – si compra un marchio per sfruttarne
le potenzialità di mercato, quelle storiche, ma senza investire, innovare,
migliorare, adeguarsi ai mercati.
L’auto, industria italiana per eccellenza, è ora agli sgoccioli. Non è il
solo caso. Il settore chiave delle macchine utensili, per le quali aveva un primato
mondiale dietro la Germania, è in sofferenza. E si importano anche le buste di
plastica.
Cos’altro resta, oltre Meloni? Ah sì, la crociata
identitaria: Sinner (Sinner?), l’oro allo short-track all’Olimpiade, il made
in Italy di qua, il made in Italy di là. Tra sagre di patrimoni dell’umanità o
anche solo dell’Unesco, e frotte di turisti scappa e fuggi – c’è anche la visita
in tre ore di Firenze
L’America è più forte delle sue guerre
“Una cosa è diventata chiara negli ultimi mesi: i
tiepidi tentativi del governo di aggirare le garanzie costituzionali e di
intimidire coloro che hanno deciso di non farsi intimidire, che preferirebbero
andare in prigione piuttosto che vedere le proprie libertà rosicchiate, non
sono sufficienti e probabilmente non saranno sufficienti a distruggere la
Repubblica”.
Scrivendo dei “Pentagon Papers”, i documenti sulla
guerra in Vietnam pubblicati dal “New York Times” e dal “Washington Post”, H. Arendt
si congratula per avere scoperto che l’America non l’ha delusa, non è un paese
colonialista o imperialista come nella vecchia Europa, perché ha un’opinione
pubblica vigile. Comprovata dal fatto che tutti i “segreti” dei Pentagon Papers
erano in realtà pibblici, denunciati qui e là nei loro varia aspeti
pubblicamente. Ma rileva che l’opinione pubblica è intossicata dalle “notizie
di guerra”, una pratica anche necessaria di riarmo morale, che però è
degenerata in una sorta di arte della menzogna, passando per le agenzie pubblicitarie,
o di “formazione” dell’opinione pubblica.
“Non sorprende che la recente generazione di
intellettuali, cresciuta nell'atmosfera folle della pubblicità dilagante e a
cui è stato insegnato che metà della politica è «creare immagini» e l'altra
metà è l’arte di far credere alle persone nelle immagini” abbia saputo, come
tutti, ma non abbia reagito. Perché “ai numerosi generi dell’arte della
menzogna sviluppati in passato dobbiamo ora aggiungere due varianti più recenti….,
l’inventiva di Madison Avenue”, le agenzie di pubblicità commerciale a New York,
e le “relazioni pubbliche”, che gli enti, anche i partiti e le istituzioni,
modellano su” Madison Avenue” – “le pubbliche relazioni sono una variante della
pubblicità, quindi hanno origine nella società dei consumi, con la sua smodata
brama di beni da distribuire attraverso un'economia di mercato”. Come meglio “vendere”
la politica.
Con una considerazione suppletiva che, all’epoca solo
ipotetica, oggi sembra invece una constatazione: “Stranamente, l’unica persona
che potrebbe essere la vittima ideale di una manipolazione totale è il
Presidente degli Stati Uniti. Data l’immensità del suo incarico, deve
circondarsi di consiglieri”. La cui funzione, spiga Arendt citando uno di
questi consiglieri all’epoca, Richard J. Barnet, “esercitano il loro potere
principalmente filtrando le informazioni che giungono al Presidente e
interpretando per lui il mondo esterno”. Al punto che “si è tentati di
sostenere che il Presidente, presumibilmente l’uomo più potente del Paese più
potente, è l’unica persona in questo Paese la cui gamma di scelte può essere
predeterminata”. Peggio ancora, annota Arendt nel 1971, se se il Senato è
indebolito, la cui funzione originaria era, ed è stata, “di proteggere il
processo decisionale dagli umori e dalle tendenze transitorie della società in
generale”.
La rivista ripropone il saggio per il motivo che H. Arendt
ne dava presentadolo all’epoca: “Il famoso divario di credibilità, che ci
accompagna da sei lunghi anni, si è improvvisamente spalancato in un abisso. Le
sabbie mobili di dichiarazioni menzognere di ogni genere, inganni e
autoinganni, rischiano di travolgere qualsiasi lettore desideri approfondire
questo materiale, che, purtroppo, deve riconoscere come l’infrastruttura di
quasi un decennio di politica estera e interna degli Stati Uniti”. L’America
può fondamentalmente non essere imperialista, l’americano lo è, non è “jingoista”
come lo era l’inglese, ma è come se.
I “Pentagon Papers” erano stati fatti redigere nel
1967 da Robert McNamara, ministro della Difesa di Lyndon Johnson, che insieme col
presidente aveva voluto e organizzato l’escalation della guerra in Vietnam,
avviata da John Kenedy. McNamara li aveva approntati per Robert Kennedy, che si
preparava alla campana presidenziale l’anno successivo, prima di dimettersi
nello stesso autunno del 1967, convinto del fallimento della strategia della escalation
. Sono la documentazione di 23 anni di coinvolgimento degli Stati Uniti in Indocina,
con numerosi errori ed eccessi militari.
La battaglia di Nixon contro la divulgazione dei “Pentagon
Papers” lo porterà alle dimissioni forzate tre anni più tardi. McNamara vi
spiega che l’“incidente del Golfo del Tonchino”
- un attacco di motosiluranti nordvietnamite contro un cacciatorpediniere statunitense
- con cui il presidente Johnson si fece autorizzare dal Congresso ad attaccare
il Nord Vietnam senza dichiarare guerra, non era mai avvenuto.
Hannah Arendt, Lying in Politics: Reflections on
the Pentagon Papers, “The New York Review”, 18 novembre 1971, free online,
leggibile anche in italiano, Mentire
in politica: riflessioni sui Pentagon Papers)
martedì 10 febbraio 2026
Letture - 606
letterautore
Autore – “Trombetto e
recitatore delle altrui opere” è per Leonardo, se non è inventore” - nella serie
di “Proemi” raccolti nell’antologia Bur “Scritti letterari”, in polemica con chi
gli disconosceva la qualifica di autor e: “Se bene, come loro, non sapessi allegare
gli autori, molto maggiore e più degna cosa allegherò allegando la sperienza, maestra
ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, non delle
loro ma delle altrui fatiche; e le mie a me medesimo non concedono; e se me
inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori, ma trombetti
e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati”.
Dnipro – Il luogo dell’“ultima
(ma non ultima) strage”, questa volta di “minatori sul bus” che li portava al lavoro, è luogo-simbolo del
conflitto Russia-Ucraina. Per essere stata una città di creazione, e luogo di
elezione, della Russia, prima di diventare importante cent o minerario ucraino
– e uno dei “teatri di guerra”, della guerra interminabile, da quattro anni
ormai. Ricorrente nella letteratura russa come ora nelle cronache di guerra,
come Dnipropetrovskij. O anche come Ekaterinoslav, il suo nome fino alla creazione
dell’Unione Sovietica. La città cioè fondata da Caterina II di Russia – creata per
lei, che morirà poco tempo dopo, dal principe Potëmkin.
L’espansione della
Russia nell’attuale Ucraina fu una conseguenza della vittoria sull’impero
ottomano. Dnipro fu uno dei primi insediamenti russi in Ucraina dopo la
sconfitta dell’impero ottomano, a cui i territori facevano capo, sancita dal trattato
di Kücük Kaynarka, 1774. Fondata come Ekaterinoslav, la gloria di Caterina.
Il fiume non aveva
portato fortuna a Prokofiev, che aprì con la suite “Sul Dnepr” i suoi tentativi
un di sfondare nel balletto con quattro composizioni – prima del successo di
“Romeo e Giulietta”. Debuttò fiducioso nel genere con “Sul Dnepr” garantito del
successo da Sergej Diaghilev e i suoi Ballets Russes. Ma il balletto andò in
scena dopo la morte dell’impresario, e condivise il fallimento dei Ballets
Russes.
Gruppi di lettura – “La
Cassazione del libro” li dice Viola Ardone, che ne è oggetto preferenziale: “I gruppi
di lettura sono cassazione!”, “La Lettura” di domenica.
Libro – “Nei libri
puoi scoprire molte cose”, spiega a un ragazzo Florio padre Alberto, il parroco
del Carmine a Bagnare del romanzo di Stefania Auci, “L’alba dei leoni”: “Sono come
finestre…. Ne apri uno, e conosci la vita dei santi; nei apri un altro e impari
cosa si trova al di là del mare. È esattamente come se guardassi dalle finestre
di una casa… e ogni giorno puoi scegliere una casa diversa”.
Livorno – “Ho preso il
Livorno (la squadra di calcio, n.d.r.) perché me l’hanno chiesto gli armatori
israeliani”, Aldo Spinelli “il re della logistica portuale a Genova e altrove”,
sul “Corriere della sera” oggi - “maledetto quel giorno: in 20 anni ci ho lasciato
61 milioni e 700 mila lire”. Armatori israeliani appassionati del Livorno calcio
per essere di famiglia o di affetti sempre legati a Livorno, città dove molte radici
ebraiche affondano, per essere stata per prima liberata dalle “interdizioni
israelitiche” nel Mediterraneo occidentale.
Mussolini – “Un
improvvisatore”, Angelo Polimeno Bottai, nipote di Giuseppe Bottai, il
governatore di Roma e di Addis Abeba, ministro delle Corporazioni di Mussolini,
sul “Corriere della sera” lunedì l’altro: “Mussolini è sempre stato un improvvisatore,
forse non aveva neanche in testa di mettere in piedi un regime. Gli è venuto un
po’ alla volta…. Durante il regime fascista Bottai ha pubblicato il Capitale di
Marx, con la Utet.”.
Palmerston – “Mi è sembrato
un miscuglio stranissimo di uomo di Stato e di ragazzino”, Prosper Mérimée alla
contessa di Montijo, donna Manuela, la madre della futura imperatrice di
Francia Eugénie, sua confidente dal tempo del suo primo viaggio in Spagna, nel
1830, scrivendone tardi, ilx13 lglio1857: “Ha la sicurezza di un vecchio ministro
e il gusto delle avventure di uno scolaro., Lo credo molto confuso, uno che
confida nella sua buona stella e perfettamente senza scrupoli. Rivolterebbe il
mondo per avere un piccolo successo d’eloquenza. Ha tutti i pregiudizi e tutta
l’ignoranza di John Bull, con la sua ostinazione e il suo orgoglio. Per farla breve,
credo che sia uno dei cattivi geni della nostra epoca”. Henry John Temple, lord
Palmerston, si direbbe che è diventato il patrono dell’Italia liberale per caso
– lui stesso spiegò del resto che non sapeva nulla della Napoli che aveva
deciso di affondare.
Mérimée era stato spesso a Londra da giovane per svago o studio: nel 1825,
a 22 anni, con i pittori Delacroix e Gérerad, l’anno successivo in contemporanea
con Stendhal, ma senza conoscersi, nel 1832 e nel 1835. Negli ultimi due viaggi
era già un funzionario importante del governo in Francia.
Nel 1862, il 3 giugno, sempre alla contessa Montijo, racconta che i
Palmerston, dandogli più importanza di quanta ne potesse avere, lo trattavano amichevolmente,
E lady Palmerston una volta lo introdusse nel suo bagno privato (“cabinet de
toilette”) per spiegargli un furto con destrezza che aveva subito.
Lamentando che, dopo aver incamerato un petit Dunkerque, un piccolo ammasso
di gioielli, “si erano lavati le mani con un sapone profumato fabbricato espressamente
per lei”, e si eran “accuratamente ripulite le unghie con un limone”. Mérimée
racconta ancora di avere visto nel bagno un piccolo tavolo ingombro di carte
etichettate e legate con nastri rossi, per concludere: “È evidentemente a quella
tavola, tra milord e milady, che si fanno gli affari di quel Paese”.
Poesia – Non ce n’è mai
stata tanta quanta nel Millennio - Alfonso Berardinelli, sul “Foglio” sabato -
quando non ce n’è più: “Può facilmente succedere che la poesia venga annientata
da se stessa e quasi dal proprio nome. Dal vuoto di che cosa, di perché,
e quindi anche di un vero come”.
Di Berardinelli è anche “L’ultimo secolo di poesia italiana. Testi e
ritratti” – l’ultimo secolo, il Novecento, come finale di partita?
Ma Pasolini già lo diceva, che Berardinelli cita, nel 1973. Piovene ancora
prima, nel 1962. Una morte a rate?
Recensioni – Sul “settimanale”
di sabato 31 “il Foglio” ha una pagina durissima di Claudio Giunta, “Orge di barocco
brianzolo”, contro il film “Sirat”:, per “dissuadere”, dice alla prima riga,
“il lettore dall’andare a vederlo” – “come è possibile prendere sul serio
patacche del genere, pataccari del genere?” Mentre il mensile del quotidiano,
“Review”, che anch’esso si pubblicava quel sabato, la direttrice Annalena Benini
apriva con un panegirico dello stesso film,
raccomandandolo a “tutta la famiglia”, per mostrare “lo shock davanti alla vita
che cambia per sempre”.
letterautore@antiit.eu
