domenica 4 gennaio 2026
Le radici aeree della memoria
Alcune presenze riemergono insistenti
Un texano colto e sensibile è un albero dalle radici aeree che sia templi-ce e robusto. Tale è Alan Lomax, che per primo nel 1954 percorse l’Italia con pazienza per creare un archivio della musica tradizionale, registrando tremila danze e canti in un centinaio di paesi e città, dando un suono alle raccolte di Pitré, Raffaele Corso, il barone Lombardi Satriani, con Diego Carpitella, gnomo gentile:
Il ritorno dell’uomo salvatore
In una Citroën 2 Cavalli da vecchi fricchettoni,
rossa, una mamma giovane ma inquieta porta la sua bambina in fuga ogni volta
che in un posto si trovava bene. In fuga questa volta per una ragione buona, da
un padre che non ne ha mai voluto sapere ma ha ora bisogno della bambina per uno
dei suoi loschi affari, ha bisogno della patria potestà.
Non sapendo dove nascondersi, la madre inquieta torna
a casa, in Calabria, per tentare da lì, da un aeroporto remoto, un espatrio in
qualche modo anonimo verso un Paese lontano, la Norvegia, la Finlandia. E qui un
primo angelo salvatore di palesa nel vecchio zio, Frassica, “grande attore”, “diplomato
all’Accademia di Reggio Calabrie”, “premiato a Tindari”. Il secondo, più
accattivante e rassicurante, è Francesco Arca, avvocato tourné piccolo e
ricco Bezos. I cattivi naturalmente saranno vinti. Ma non dopo averci
fatto godere gli splendidi dehors di Fiumefreddo Bruzio sotto Cosenza,
con vista mare – e il suo caffè Convivio, il primo gestito in Italia da ragazzi
problematici.
Le fuggitive sono Marianna Lancellotti - che con la
“cugina” Chiara Tron spolvera una perfetta cadenza calabrese – e la piccola
Elena Sophie Senise, che dopo la serie di successo “Costanza” è ormai un’attrice,
detta i tempi. Ma il film conferma la tendenza “riprendiamoci lui”, il maschio:
come un addio all’uomo inutile o comunque delinquente, ora la salvezza viene dagli
uomini, dai maschi - anche da loro, ma soprattutto da loro.
Fabrizio Costa, Seduci&Scappa, Rai 1,
RaiPlay
sabato 3 gennaio 2026
Trump sulle orme di Reagan, atto secondo
Il 25 ottobre 1983 aviazione, esercito e marina americani invadevano
Grenada, “il secondo più piccolo Stato indipendente del continente americano
(dopo Saint Kitts e Nevis)”, un po’ più piccolo di Caracas, su ordine del presidente
Reagan – la regina Elisabetta II, capo di Stato di Grenada, non obiettò, e la
vittoria fu immediata. Trump lo ha imitato la notte tra il 2 e il 3 gennaio. Anche
lui senza l’autorizzazione preventiva del Congresso – come aveva fatto Reagan. Ci
potrà essere anche oggi, come nel 1983, una censura congiunta del Congresso,
per avere il presidente violato le prerogative costituzionali del Congresso di dichiarare
guerra. Ma la guerra non è stata dichiarata, è stata fatta. Come operazione di
polizia - narcotraffico, corruzione (proprietà in America), nazionalizzazione
interessi americani, emigrazione forzosa.
Trump è sempre più sulle orme di Reagan – come da un copione. Come già con
le misure economiche – indebolimento del dollaro, aumento delle esportazioni - analoghe
all’accordo del Plaza che Reagan volle e ottenne nel 185. Allora per mettere la
museruola al Giappone, oggi alla Cina - con Europa, Canada, Messico etc. “falsi
scopi”.
Resta il terzo volet dell’immedesimazione. Reagan, allora il cattivone
del “mondo libero”, cioè dell’Europa occidentale, quello che aveva voluto gli
euromissili contro la Russia e minacciava lo scudo spaziale, figurarsi, ne è poi
diventato il santo, quando il sovietismo scoppiò. A quando Trump santo?
L’anno finisce bene anche a Francini camionista
Chiara Francini è una improbabile camionista, con record
di chilometraggio sulle strade e autostrade. Ma sa tenere il ritmo delle
inevitabili, e altrettanto improbabili, disavventure per un’ora e mezza. Per la
serie Rai dell’ottimismo, ormai di dieci o dodici anni, “Purché finisca bene”.
Ago Panini, La voce di Cupido, Rai 1 RaiPlay
venerdì 2 gennaio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (619)
Giuseppe Leuzzi
Sono sessanta anni, ma senza
più nessuna eco, nemmeno femminista (italiani tutti nordisti?), dacché Franca
Viola, 17 anni, di Alcamo, rapita, picchiata e violentata da un Filippo
Melodia, spalleggiato da 12 (dodici) complici, rifiuta il matrimonio
riparatore. Rifiuta e denuncia. La “donna del Sud” che la Grande Firma Gian Antonio
Stella ridicolizzerà, benché ancora ragazza.
E non c’era nemmeno il
“delitto d’onore”, il codice non lo riconosceva per la figlia o la sorella
“disonorata”.
Il culto del toro, non solo topografico (topografico per essere di culto), come non pensarci? Ci pensa Marina Valensise, “Cuore greco. Il ritorno dei classici”, che dice la verità semplice di Pasifae e il toro – di Giove irresistibile in forma di toro. L’amplesso di una ninfa un po’ troietta, Pasifae (Europa)? No, è “la forza incontrollabile del desiderio femminile”. Si svela il mistero di tanta toponomastica – delle figure e le storie (il senso) che la sottendono.
Ricordando i sindacalisti vittime
di mafia, alla voce “Comparetto” del digesto postumo “Arcipelago Sud”, Fofi ricorda
di essere andato “un anno o due” dopo l’assassinio di Placido Rizzotto, “con
altri «volontari»”, per un’inchiesta sulla disoccupazione a Corleone, “a
intervistare il direttore di un ospedale finito di costruire da poco”, che li
accolse “generosamente offrendo caffè e biscotti e negando che a Corleone ci
fosse altro che la piccola delinquenza comune”. Scoprirà poi che era il dottor
Navarra, socio-rivale del capomafia Liggio, “il medico che aveva ucciso il
pastorello portato in ospedale perché sconvolto dall’aver assistito non visto
all’assassinio del giovane attivista” Rizzotto.
Sudismi\sadismi –
o del buongoverno
Non ci sono solo le graduatorie
dove si vive bene, che danno le città del Sud Italia infette, o quelle del
reddito, ovviamente peggiori, c’è anche una graduatoria (europea) del buon
governo regionale-locale. E anche qui per ultimo viene il Sud. Il Sud Italia. La
Sicilia nel 2024 era la terzultima della graduatoria, davanti a due modeste
regioni bulgare, al 208° posto su 210. In peggioramento: quindici anni prima era
al 201° posto. Poco meglio il Molise – che pure, in tutto il Sud, si direbbe
parecchio bene amministrato.
Questa “ricerca” non si vuole
scientifica - parametrata, su indici molteplici e incrociati, eccetera. È un
sondaggio, “European Quality of Government”, che l’università di
Göteborg effettua periodicamente. Nel 2024 ha toccato 130 mila soggetti di varia
nazionalità. Quindi riflette gli umori. E il Sud naturalmente pensa male di se
stesso.
Dell’Italia non si salva
niente, solo la Liguria, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.
Ma non c’è solo il Sud, con la
sua cattiva opinione di sé: Italia e Spagna sono sotto la media di qualità, al
livello dei paesi dell’Est Europa. Dove l’opinione politica è sempre
“polarizzata”, a vita, come per la squadra del cuore, basta che il campione sia
prevalentemente di sinistra se il governo è di destra, o viceversa, e la
graduatoria è fatta.
Miracolo a San
Ferdinando: killer alla nascita
“Ammazzare, nel gergo dei mafiosi, si dice ‘astutare’, cioè spegnere.
Nei suoi anni da soldato di ‘ndrangheta, Antonio Zagari ne ha ‘astutati’ troppi. Anche per uno come
lui, affiliato dalla famiglia di San Ferdinando fin dal giorno del battesimo, quando suo padre Giacomo
gli sputò sul colletto (?) mettendogli accanto un coltello e un libro. Se Antonio avesse mosso le sue
dita verso la lama sarebbe diventato un mafioso, altrimenti avrebbe avuto un destino da
‘sbirro’. Il neonato non deluse nessuno: sfiorò il coltello”. Lucio Luca, “Il killer che aveva paura
del sangue” – “Il Venerdì di Repubblica”, 28 novembre 2025.
Lucio Luca invece non è inventato, esiste. Il suo articolo seguiva sul
settimanale con questo sommario – era un un servizio promozionale? un blurb?: “Figlio di ‘ndrangheta, assassino
spietato, pentito e infine misteriosamente scomparso. Ora la vita di Antonio
Zagari è un film di Daniele Vicari”. E: “‘Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino’ è il film di
Daniele Vicari in sala dal 4 dicembre, con Gabriel Montesi”.
Poi il film non si è visto. Non a Roma – è stato al Barberini la sera
dell’uscita, col regista e gli attori in sala, ed è scomparso. Era anche stato al festival di Venezia, pare.
Vicari è uno e molti, dalla ricca biografia, benché ancorata ai Nastri d’argento, cioè al sindacato
critici cinematografici. Che come si sa non vedono i film, scrivono quello che devono scrivere. Anche
sullo Zagari del film, a giudicare dalla presentazione del settimanale di “la Repubblica”.
A meno che, se il film è “una storia vera” come si definisce, questo
esserci e non esserci non sia un un destino comune. Se il film era anche stato al festival di Venezia, lo era in
maschera? anonimo?
Quant’è triste la Sicilia di Arbasino, che è tanto ricca
Venuto, si chiede Arbasino viaggiando
per la Sicilia, “Passaggio in Sicilia” (in “Passeggiando tra i draghi addormentati”,
pp. 178-238), dopo tanti rinvii, giusto “per i Caravaggio e gli Antonelli, i
mosaici e i templi”? E si risponde: “E intanto si rinviava, si rinviava, la
visita alla vecchia parente malata. Anche perché tutti ripetevano, da decenni,
come per i Colli Euganei e la costa ligure e l’amalfitana e Procida: troppo troppo
tardi, bisognava andarci molto prima degli sfasci..., adesso rimangono soltanto le
sofferenze e le indignazioni sui degradi”. E “oggi infatti (1995, n.d.r.) il paesaggio
siciliano è quasi illeggibile, ricoperto di impalcature e cantieri, baracche e
bancarelle, macchine e motorini che si affollano in spazi stretti, e immondizie
che rivestono i panorami e la natura e le cose. Microcosmo del ‘techno’ o metafora
del ‘grunge’ (anche Goethe a Segesta: «tutta la regione dà l’impressione di una
fertilità triste»)?”
Però alla fine, scusandosi per
il ritardo, si giustifica con una chiamata di correo: “Non sarà un po’ razzista
un «ditino alzato » moralista, e dunque magari Settentrionale, che si rifà al pessimismo
di Lampedusa e di Sciascia, per abbandonare ogni speranza civile e industriale
e commerciale in base alle considerazioni antropologiche degli esperti insulari?”
In effetti tanta self-deprecation,
insistita, è eccezionale – scambiata per pessimismo della ragione, ma la
ragione non è pessimista. O non sarà, alla Arbasino, l’essere nati a Racalmuto
invece che a Parigi – o inetti e impecuniosi alla Lampedusa?
L’arcipelago a secco
Goffredo Fofi ha lasciato
una raccolta di ritratti di persone e cose, un centinaio, di una-due paginette –
eccetto un saggio su Brancati, finalmente una rivisitazione di tutto Brancati (lasciato
a mollo dai siciliani, bisogna dire - Sciascia incluso, che se ne voleva
discepolo), e uno inevitabile su Eduardo - che intitola “Arcipelago Sud”. Di cose e persone del Sud, del suo
Novecento. Ritratti rapidi e sapidi, da Sergio Atzeni a Angela Zucconi. Di cui
fa l’antologia sul presupposto che siano d’interesse dei lettori come lo erano
stati da ascoltatori (sono “vite” lette in un’apposita rubrica di Radio 3). Ma
specialmente dei lettori del Sud, poiché ne sono una celebrazione. Come, è da
suppore, nelle intenzioni dell’editore, che ha voluto il volume e lo ha
promosso, Feltrinelli. E niente, la disattenzione ha seguito la promozione,
pure nutrita e argomentata.
Nulla di male, o
di speciale, succede, un libro “funziona” e uno “non funziona”. Se non che la
disattenzione è massima al Sud. Da Roma in giù. Napoli compresa, la città “dell’anima”
di Fofi, la quale pure per i libri ha normalmente buona attenzione, diligente,
argomentata. Non una recensione degna di nota, una curiosità, un aneddoto, una qualche
forma di interesse.
L’arcipelago è
nazionale, di fatto – “Voci e luoghi della cultura italiana” è il sottotitolo.
Non è un libro sul Sud, né si può dire visto dal Sud, se non per le saltuarie
esperienze di Fofi, a partire, diciassettenne, da quella con Danilo Dolci a
Palermo, formativa ma limitata. Né c’è una prospettiva meridionale o
meridionalistica in Fofi. Ma ha una bibliografia “essenziale” di otto pagine.
Più due di film e documentari. E altri due di teatro e spettacoli. L’indice dei
nomi, su due colonne, prende 14 pagine. E niente, non un battito di ciglia.
Dice: il Sud non
legge. Ma no, segue Gratteri in tv, da quando Enzo Biagi le ha inventate si regala le vite e storie di mafia, storie nel senso della storiografia, con tanto di note, e se giovane di belle speranze fa volentieri lo stringher di
ogni turpitudine per le Grandi Firme dei Grandi Media del Grande Nord. È autocritico,
non vuole complimenti, è il non leggere nel caso di Fofi da leggere come un complimento, una
qualità surrettizia? Il sadomasochismo in forma geografica, di paralleli, a sud
di Roma, perché no – ancora uno sforzo.
“Una tesi cara a
Goffredo Fofi”, spiega in apertura Mirko Grasso, che il volume da ultimo ha
curato e ben conosceva Fofi, è - era - che “la cultura nazionale… ha nei momenti
più alti e in una miriade di espressioni meno note, ma ugualmente di grande
valore, una forte matrice meridionalista e di tenace ancoramento nel Sud”. Uno potrebbe
sempre dire: per questo non riesce involarsi, nemmeno a salpare. Alla fine la
verità trionferà, che siamo tutti leghisti.
leuzzi@antiit.eu
L’Annunciazione a un uomo
Riprogrammato per le feste, puntando al cult, dopo
quattro o cinque anni, in qualche misura ci riesce - il racconto è sempre vivo.
Una tramina da poco: l’Arcangelo Gabriele, scelto male dal consesso lassù, sbadato
e senza esperienze delle cose del mondo, ingravida il primo essere umano in cui
s’imbatte. Un uomo, perché la moglie vuole il divorzio. Solo e disperato al bar,
e mezzo ubriaco, col suo nuovo compagnone celeste, ma pur sempre un maschio. Una
disgrazia? Un miracolo doppio, l’uomo, per quanto benedetto, essendo pur sempre
un essere che non potrebbe concepire. Ma senza la greve ironia “laica”.
Non è il solo rovesciamento della “correttezza” degli
anni che ci sono capitati. La moglie non vuole alimenti, non vuole la casa, non
vuole niente, solo poter andare a letto con un altro uomo. L’arcangelo innocente
sarà sedotto da una monacella. E il bambino, benché in epoca d’infertilità
ricercata, è atteso da tutti. Le tipicità o modi di essere rovesciati,
soprattutto tra maschio e femmina. Un contropelo, ma garbato.
Francesco Amato, Santocielo, Sky Cinema, Now, Canale
5, Infinity
giovedì 1 gennaio 2026
Sostituto d’amore
Un maestro di scuola di Pico sposò a Roma la figlia della
pescivendola di Ponte Milvio. Donne per bene, anche l’odore era pulito. La
ragazza, in carne e eccitabile per la giovane età, sorrideva e parlava con
senno. I primi anni furono felici. Ebbero un figlio, il maestro divenne
imprenditore, tramite la politica, guadagnarono, e presero casa ai Parioli. La
suocera, che non teneva già più il banco del pesce, morì di tumore.
La crisi data all’incirca da quell’epoca.
Lei volle rendersi indi-pendente e si cercò un lavoro di commessa. Lui la
spinse a prendere un paio di franchising che le diedero buone
soddisfazioni, sia materiali che morali. Intervenne con cautela, poiché lei non
l’aveva messo a parte, e sì che non si separavano mai, della sua decisione di
lavorare. Ma s’instaurò allora quello che sarà lo schema del loro rapporto: lei
brusca, insolente perfino, lui conciliante. Eccetto che per periodi brevi, che
potevano durare una settimana, in cui lei sembrava subire i calori animali -
se lui ne avesse avuto la forza e la voglia lei si sarebbe detta insaziabile,
gli si avvinghiava senza pudore.
0La crisi, per solito muta, a volte durava
mesi. Sempre lui riapriva un contatto, il più delle volte tornando agli inizi,
alla fresca disponibilità di lei, i risentimenti mettendoli a proprio carico.
Ora si diceva assente, ora scortese, ora non abbastanza generoso, e spendeva,
in regali anche costosi, pellicce, diamanti. Ma l’esito era transitorio.
Spesso anzi ebbe la sensazione che la riconoscenza fosse manierata, che i
regali al contrario accrescessero il risentimento. Ogni suo pensiero, dal
risveglio alla notte, e sempre più spesso nelle ore del sonno, era ormai
indirizzato a sciogliere quel grumo d’incomprensione. Con costanza s’immaginò
un aiuto da un medico, un chirurgo famoso, che era stato a scuola con lei e
aveva-no ritrovato coinquilino ai Parioli. Ma l’uomo, affascinante,
s’incontrava di rado, era di modi spicci, evitava le assemblee e ogni altro
problema di condominio. Poi scomparve, si seppe che aveva sposato una
principessa. Avvenne in un periodo di amore sfrenato, lei gli faceva quasi paura.
La crisi si estese con gli anni per
periodi più lunghi, durava anche sei mesi. Gli rimproverava perfino il diploma
di maestro, per dire che era colto e la metteva nel sacco. Intervennero periodi
di separazione. Gli affari non andavano più, mutata la politica, e lui passò
sempre più tempo a Pico, dandosi obblighi inutili. Finì naturalmente anche
l’erratico contatto carnale. Dell’ultima volta mantenne un ricordo via via più
dettagliato, perché avevano appena saputo della morte improvvisa del chirurgo,
for-se di cuore, e per un momento era sembrato che la tensione fosse stata
spazzata via: lei era stata dolce, innamorata come all’inizio.
Poi lui si gonfiò e perse i denti. E
quando la ricerca del grumo gli procurò qualche disturbo mentale lei non volle
più vederlo, lasciò che se ne occupasse il figlio, al quale non chiese mai del
padre. Del resto, lei trovava il figlio somigliante al grande affascinante
chirurgo. Col quale non aveva mai avuto nessun tipo di rapporto.
Morte a Venezia, in musica, a Capodanno
Capodanno triste, malgrado le arie, le romanze e i
cori noti e notissimi e popolarissimi. Orchestra senza gioia, garbo, vigore –
senza fascino: come una banda di impiegati, maldisposti. Il teatro specializzato in musica “italiana”
si sa che è in lite per la nomina di un direttore artistico, Beatrice Venezi,
che si vuole sovranista: i nazionalismi sempre confliggono. Al confronto, subito
dopo, su Rai 2, Wiener Phiarmoniker smaglianti – sembravano lucidati anche gli
ottori: partecipi, divertiti, cantanti
anche. Per non dire, della Fenice, il coro: accigliato, lugubre, a minimo sindacale
– specialmente venendo da una sinfonia n.9 di Beethoven su Sky classica, di Abbado
venticinque anni fa con i Berliner, legnosa come si sa, che il coro della Radio
Svedese animava a ogni piega, alla gioia recondita.
Peggio ancora il balletto, il solito culturismo gay,
esibizionista, con frontali gonfiati opposti alla fragile Abbagnato. Anche qui
impietoso il confronto con i balletti del concerto viennese, specie per la Diplomat
Polka, lieve, veloce, fantasiosa – su un tema assurdo, le scartoffie impiegatizie.
Il giovane maestro Mariotti, specialista di arie e
cori, a Roma felice direttore artistico dell’Opera, provava invano a rianimare
il consesso. Erano della partita perfino gli spettatori: lugubri, mai divertiti,
e come fuori posto – la regia Rai ha dovuto rinunciare a inquadrarli, per
movimentare la scena è finita a inquadrare il pubblico dall’alto, da dietro. Eppure
il biglietto sarebbe costato 1.500 euro, una enormità – erano tutti invitati, “personalità”?
Come già venti anni fa alla Scala, quando cacciarono Muti
(all’unanimità…) - e ancora non si sono ripresi, si vede alle prime Rai ogni
anno - i trinariciuti non promettono nulla
di buono. Non in musica, la quale non è politicanteria – vuole entusiasmo.
L’unico merito di questa Venezia sarà stato la conferma
di Jonathan Tetelman, il tenore americano: finalmente un tenore che canta, non
di naso – Mariotti l’aveva già sperimentato a Roma, Cavaradossi trionfante nella
“Tosca” del giubileo. Ha perfino una dizione italiana perfetta, che per un
americano è un miracolo. E si diverte – e diverte.
Un dubbio è possibile: si voleva il concerto,
intitolato al Capodanno perché lo paga la Rai, in realtà una rievocazione-celebrazione
di “Morte a Venezia”, il film, di Visconti, sicuro compagno, 45 anni fa? Questa
cultura è propensa ai funerali. Ma, allora, perché non ce l’hanno detto, avremmo
visto il tutto con altro occhio.
Michele Mariotti, Concerto di Capodanno La Fenice,
Rai 1, Raiplay
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
