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giovedì 9 aprile 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (629)

Giuseppe Leuzzi


Ogni giorno una carta nuova dalla Procura di Roma contro l’ex sottosegretario Delmastro – hanno saltato il Venerdì di Passione, devono essere buoni credenti, oltre che democristiani (naturalmente del Pd). Dalla Procura anti-Meloni al\i giornalista\i fidato\i. Ma senza convincere – siamo ancora lontani dai colpi di teatro di Mafia Capitale (l’arresto in diretta video, sulla Smart, d’“O’cecato”…). È sempre l’antimafia al servizio delle carriere dei giudici, invece della buona vita. Protetta, purtroppo, dalla politica (di sinistra).
 
Buzzati inamorato a Messina
Esiste – esisteva a Messina prima che i vedi pre-Peloritani diventasero attraversamenti e svincoli autostradali – una Villa Marullo, meta di scolaresche e collegiali (all’epoca non usavano le coppie, e forse non c’erano gli amanti) per lunghe esplorazioni - un’intera mattinata di scuola o, in stagione, un lungo pomeriggio. Una “villa” sinonimo di “all’aperto”, di campagna ricca e bella, senza la villa-edificio né palazzo, nemmeno casolari, e senza recinzione - giusto il nome, forse su una cancellata, un ingresso - tenuta all’italiana, un po’ forra un po’ giardino curato, con corbezzoli e altre piante, di frutta e non.
Villa Marullo (di Condojanni), recita il sito. Onorandosi in particolare del soggiorno “in incognito, dal gennaio all'estate del 1942”, di “Dino Buzzati dei nobili Traverso, «inviato di guerra» segretamente operatore militare nella base della Marina di Marisicilia all’Arsenale, con il compito di compilare un manuale tecnico sulla «nostra attuale guerra navale», lavoro di «grande responsabilità e mole», che non portò a termine e di cui non esiste altra traccia”. La notizia concludendosi con: “Sul soggiorno nella città dello Stretto, dove si invaghì di una «donna del popolo» locale, si veda l’approfondito articolo di Sergio Di Giacomo, «Dino Buzzati e quell’amore sbocciato a Messina», con una scheda letteraria «Quel volto che ricordava Antonello e il brano di ‘Un amore’, in ‘Gazzetta del Sud, Messina, 15 agosto 2012, p.31”.
Inutile cercare in archivio, la “Gazzetta” non lo ha informatizzato – seppure ne ha ancora uno. Ma la “cosa” è nota. La “guardia al bidone” di Buzzati a Messina viene messa in relazione col passo finale di “Un amore”, iltardoromanzo, in cui il protagonista guarda una giovane dnna – “soprattutto colpivano i capelli neri, lunghi, sciolti giù per le spalle” – e all’improvviso si ricorda di “una Madonna di Antonello da Messina. Il taglio del volto e la bocca erano identici. La Madonna aveva più dolcezza, certo. Ma lo stesso stampo netto e genuino”. Ovvero, all’improvviso no: la scena è di un appuntamento, in una casa d’appuntamenti, e l’uomo-Buzzati è un signore di mezza età, senza storia e senza carattere, mentre la ragazza (nella trasposizione cinematografica nobilitata da Caterine Spaak) una piccola prostituta.


Perdere tutto per vincere a Lepanto

A proposito dei Marullo (di Condojanni). Presto i Marullo, di Messina, si nobilitarono del titolo “di Condojanni”. Che è calabrese, denominava una terra feudale oggi comune di Sant’Ilario dello Ionio – già appartenuta dalla fondazione, a metà ‘300, alla casa Ruffolo, dei conti di conti di Sinopoli e Bovalino. Un secolo e mezzo dopo, il 12 ottobre 1496, il re di Napoli Federico, insediato da appena quattro giorni, elevò il feudo di Condojanni a contea, con annesse la baronia di Bovalino, con Pandora (oggi Careri) e Potamia (San Luca), la baronia di Bianco con Precacore (Samo), e la baronia di Bruzzano con Torre Ferruzzano – la Contea di Condojanni.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni, Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò. Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino, Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni, Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò. Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino, Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
Col quarto conte Giovanni si estinse la linea primogenita dei conti di Condojanni - titolo onorifico che il Re volle far rimanere all’illustre famiglia messinese.
Una storia, si direbbe, molto calabrese – anche se di messinesi.
 
Milano Città Stato
A “Roma Today” corrisponde a Milano “Milano Città Stato”. Per “stimolare una Milano che pensa In grande”. Per farne “una città regione (in coerenza con l’art.132 della Costituzione)”. Per 
“decidere sul suo territorio”, farsi “punta di diamante dell’Italia nella competizione internazionale”, e naturalmente “riformare” l’Italia. Riformare da riformatorio?

E a Milano Città Stato chi sarebbero, nel caso, gli “italiani”? I meridionali, che “che a Milano realizzano il loro sogno”? Gli “italiani” che l’hanno soffiata all’Impero Austro-Ungarico, alla Mitteleuropa, al Bel Danubio Blu, e al Circolo di Vienna, con Wittgenstein incluso?

Perché Milano è sempre scontenta di sé? E, sogno o son desto?, nel 2016 questo linguaggio? Milano Città Stato riprende il ragionamento di “Limes”cinque anni fa, di una ristrutturazione delle Regioni sul tipo dei distretti francesi (quindi senza tanti poteri?), “a partire da alcune analisi della Società Geografica Italiana”. Nelle intenzioni della rivista “un modo per rendere più funzionale l’erogazione dei servizi al cittadino”. Una “pensata” giornalistica caduta nella disattenzione. Per “Milano Città Stato” è la via per fare di Milano una Londra – anche una Parigi? Il leghismo è insaziabile.
 
Se il dialetto (Pasolini) è lingua povera
Pasolini, “Dialetto e poesia popolare”, “Mondo Operaio”, il periodico socialista, 14 gennaio 1951, è una pagina poco letta (rimasta fuori dalle raccolte), e anche breve, ma configura con precisione la questione lingua. Sono considerazioni a margine del premio di poesia dialettale che si era celebrato a Cattolica l’anno prima, sulla “superiorià” della poesia dialettale, mentre l’“italiano” resta(va) fondamentalmente impraticato.
“La questione è grossa”, Pasolini premetteva, e “bisogna stare attenti”: “Non è chi istintivamente non pensi a quanto di falso permanga a minacciare la lingua chiamata ‘italiano’, non solo scritta (che in tal caso si conoscono bene i pericoli della tradizione) ma anche parlata. E a quanto, al contrario, di autentico vive nel dialetto. Bisogna stare attenti, però: perché il confronto (tutto positivo per il dialetto) vale quasi unicamente per il parlato, anche perché, infine, la lingua nazionale non è parlata da nessuno, se non per convenzione e approssimazione.
“Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà: il gironalista che parla italiano allude genericamente a una realtà sempre insicura. Per l’uso scritto è diverso: il dialetto in genere è abbandoanto all’istinto e all’improvvisazione, in un’assoluta mancanza di coscienza, scade nel sentimentale, nel coloristico; diviene, praticamente, molto più convenzionale della lingua”. Che invece, “usfruendo di una coscienza letteraria”, può liberarsi “dall’handicap istituzionale”, per dare “pagine d’espressione necessaria e pura”. Sarebbe “errore grave” considerare “il dialetto come mezzo «immediato» di poesia popolare”.
Palando di letteratura. Ma l’espressività non resta legata al “luogo” - alla gente, certo, che abita il luogo? Per Pasolini, alla fine del suo argomentare, il dialetto è “lingua povera”. Che è discutibile. Povera terminologicamente – quale forma di espressione è libera dala rincorsa, dall’“aggiornamento”?  Sintatticamente? Ogni dialetto (ogni linguaggio) ha la sua sintassi.  Quanto alla terminologia classica, in serbatio, farne l’inventario è cosa ardua, ma non se ne vede in principio una inferiorità – s’inventa, se non s’innova, anche in dialetto.
 
Cronache della differenza: Aspromonte
È in piazza Aspromnte che a Milano la “Nuova Urbanistca” ha costruito un grattacielo (insomma, dieci piani, ma di tre edifci) in un cortile, labellandolo ristrutturazione. Nomen omen, dacchè i Carabineri hanno detto la Montagna il luogo della ‘ndrangheta (o la Madonna della Montagna la Madonna della ‘ndrangheta)? Certo, non si può dire di mafie a Milano.
 
La Montagna è a cono, e sempre aperta. Tutte le vie sono aperte, verso il mare. Ha vegetazione alpestre e natura mediterranea. Il solo posto chiuso, remoto, un anfratto, è il fosso dove è sorto il santuario di Polsi, o della Madonna della Montagna- chaira localizzazione di un culto dendrico-agreste, e quindi di un’origine greco antica del santuario - di Polsi come luogo di culto.
È il tema di un vecchio saggio di questo sito, quello che raccoglie più visualizzazioni
http://www.antiit.com/2007/09/polsi-il-luogo-di-culto-con-pi.html
 
Polsi ha etimologia sfuggente – come tutte le etimologie? E perché non Mopsi, da Mopso, quello che ha fondato con la madre Manto il santuario oracolare di Apollo a Claro, e in aggiunta varie città? In certi mondi, in certi luoghi, il sacro è dappertutto.
 
Ma Polsi non è luogo misterico, come lo vogliono i Carabinieri, è forse il più conosciuto nella transeunte morfo-toponomastica in Calabria. L’origine archivistica del nome combacia con una convincente etimologia, che Rohlfs così sintetizza: “A. 1324 S. Maria de Popsi, a. 1328 S. Maria de Ypopsi, gr. antico epòpsios, onniveggente. Sofocle ha uno Zeus epòpsios”. Le due tracce sono del Catalogo delle decime.
 
Tra le radure che danno aria alla montagna, ai boschi (che la Guardia Forestale si occupa di riempire di ogni sorta di arborescenza, che la Montagna non prenda ‘aria’…), c’è una piazza (sic) Nino Martino. Una piazza di una radura – e chi era Nino Martino?
 
Il Parco lo ha popolato di cinghiali, di cui non c’era traccia prima, non ce n’era il bisogno, e sono voraci e distruttivi. E non si è mai curato dello scoiattolo, piccolo e nero – vederne uno è un miracolo. I parchi, intesi come Ente gestione di un parco, sono strani: come si “popolano” i Parchi, di flora e di fauna, con che criteri, a che fini, solo gli appalti?
 
A suo tempo si disse che in Parco, insieme con i cinghiali, avesse ripopolato la Montagna di vipere, buttandole con l’elicottero. Si scherza sempre, ma i Parchi sono capaci di nefandezze. Come riempire le radure, pensate a suo tempo per molteplici ragioni (riposo, respiro, antincendio), anche densamente, di specie arboree transcontinentali – si pianta al capriccio dei vivai? 
 
Piantumare è il grande business, dacché le guardie forestali
sono in declino. Gambarie, una terrazza aperta sul mare, a 1.300 metri, sullo Stretto caleidoscopico, è diventata una piccola triste giungla, senza luce e senza aria. Il Parco, che vi ha la sede, l’ha letteralmente ricoperta di alberature di ogni specie: ci si aggira in questo posto di montagna come sotto una cappa: tutto occurato, la visibilità perfino ridotta. Per piantare alberi, molti alberi, i più fitti possibile – all’odore di marcio.
 
Il Parco al suo nascere, sotto la guida di Tonino Perna, aveva inventato le guardie antincendio: volontari che si davano il turno da giugno a settembre, in posti strategici, per avvistare subito i primi fumi. Non costavano – un minimo rimborso. Li ha abbandonati. E cinque anni fa ha visto andare in fumo oltre settemila etatri, compresi boschi “storici”, come la foresta di Acatti e la Valle Infernale, di recente patrimonio Unesco. Dicendo: non si poteva fare nulla, troppo caldo, il vento….
 
All’ultima passeggiata di un giorno nel Parco, alla partenza, la mattina, in una pozza di un torrente che non si dirà per non avere problemi, le acque erano bianche: le guardie avevano “pescato” le trote fario la sera prima con la calce viva.
E le trote fario così carine, come mai stanno scomparendo anch’esse, magrado il Parco – doo averci prosperato per qualche millennio prima?


leuzzi@antiit.eu

Paul Robeson, o la memoria selettiva dell’America

Morto mezzo secolo fa, Paul LeRoy Robeson è stato per molti decenni un simbolo attraente dell’America, nera, colta, e socievole. Un baritono-basso americano, famoso per la voce, all’opera e negli spiritual, e per l’impegno saggio, in politica e nella società, attivista per i diritti civili. Nato a fine Ottocento, da padre ex schiavo, un fuggiasco al Nord che era riuscito a farsi ministro presbiteriano, Paul, analogo fisico e analogo carattere, andò all’università come giocatore di football, a una mezza dozzina di buone università, studiò legge, ebbe successo in politica (fu “considerato un possibile futuro governatore del New Jersey”).
Una storia molto americana. Compreso il finale: abbandonò sport e politica per diventare uno dei più grandi cantanti e attori del tempo. Durante e dopo la guerra, in America e in Europa. Finché le sue idee politiche non lo misero nel mirino del Congresso, del senatore McCarthy.
Una lenta agonia cominciò, la sua voce e il suo nome risuonando solo in Europa. Nell’Europa dove c’erano molti comunisti, in Italia e in Germania - e in Inghilterra, Simon Callow ricorda personalmente.
“A un certo punto degli anni Sessanta”, scrive Callow, “Robeson scomparve dalla scena pubblica. Disgustato dall’incapacità dell’America di rispondere alle sue appassionate richieste per il suo popolo”, il popolo afro, “si era recato a Mosca, appoggiando il regime sovietico. Nel frattempo, una nuova generazione di militanti neri, feroci demagoghi, era emersa sulla scena, e improvvisamente Robeson sembrò molto antiquato. Non c'erano più repliche televisive dei suoi film più famosi, ‘Sanders of the River’ (1935), ‘The Proud Valley’ (1940); la sua musica veniva raramente ascoltata. Quando giunse la notizia della sua morte nel 1976, ci fu stupore nel constatare che fosse ancora vivo”.
Morì a Filadelfia, non a Mosca. La rimozione era stata totale, anche tra i suoi compagni. E nella comunità afroamericana: non ci sono celebrazione di Robeson, fra le tante per i diritti civili.
Simona Callow, The Emperor Robeson
, “The New York Review of Books”, 8 febbraio 2018, in lettura libera, anche in italiano, L’imperatore Robeson)

mercoledì 8 aprile 2026

Il nucleare non è stanco ma è vecchio

Torna il nucleare, come fonte di energia compatibile con la transizione verde, ma con la consapevolezza che gli impianti in attività sono vecchi e\o obsoleti. Più vecchie sono le centrali nucleari negli Stati Uniti, che hanno in attività 94 impianti, per una potenza di 96 mila MW, con un’età media di 44 anni. Segue il Canada, con una decina di centrali, di 41 anni in media. E la Ue. Che ha impianti e capacità lievemente superiori agli Usa, 100 centrali per 97,6 mila MW complessivi, con 39 anni di età media (38 per la Francia, 40 per la Spagna).
Sta poco meglio l’ex Urss. Gli impianti russi, 36, per poco meno di 27 mila MW di potenza, hanno un’età media d 32 anni. L’Ucraina, 9 centrali per 7.400 MW, di 36 anni.
Il rilancio nucleare coglie meglio attrezzati – ma con potenza installata finora ridotta – i paesi asiatici di nuova ricchezza, venuti al mercato con la globalizzazione. La Cina meglio di tutti: con una potenza installata già rispettabile, poco meno di 57 mila MW su 59 impianti, età media appena undici anni. Segue la Corea del Sud, con 24 centrali, per una potenza di 24 mila MW, mediamente di 24 anni. Il parco indiano, che è mediamente di 25 anni, è costituito da mini-reattori: 21, per una potenza di 7.550 MW.

L’uomo che scoprì l’Asia

Un’altra Italia, protagonista della cultura nel mondo. Si fa colpa a Tucci di non essere stato antifascista. Di aver tratto profitto della politica antibritannica di Mussolini, che ne 1925 e nel 1926 corteggiò lo scrittore indiano premio Nobel Tagore, finanziandone il progetto di università indiana con una cattedra di sanscrito, affidata a Tucci. Colpevole anche di avere creato l’Ismeo, l’Istituto italiano per il Medio e l’Estremo Oriente, col filosofo Gentile ministro di Mussolini, e di avere organizzato col governo nello stesso anno, 1933, il viaggio di esplorazione del Tibet che molte visuali ha aperto e molte tracce ha lasciato, nella “scoperta” del buddismo. Ma un’altra spedizione Tucci era in grado di effettuare nel 1948, dopo la commissione di epurazione – l’ultimo contatto con il Tibet, prima che la Cina se ne impadronisse e lo chiudesse.
Può darsi, anzi senz’altro, che la figura e le attività di Tucci nel Centro Asia fossero di convenienza politica, come tutto ciò che l’Italia promuoveva a danno dell’Inghilterra. Ma questo non ne condizionò l’attività di ricerca. Che nel 1979, a 85 anni, cinque prima della morte, gli ha valso il premio Nehru, assegnato dal governo indiano, col contagocce, ai costruttori di ponti e di pace, “per la comprensione internazionale” - dopo Martin Luther King e il dr. Salk, e prima di Nelson Mandela. Quanto all’Ismeo, invece, si può fare colpa all’Italia repubblicana di averlo trascurato. Di averne trascurato l’attività di ricerca, documentazione, promozione culturale - fino a fonderlo, per risparmiare qualche centesimo, con l’Istituto italiano per l’Africa, in un Isiao, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (che è stato poco più di una sigla, e da quindici anni è chiuso).
L’approccio complessivo di Tucci all’Oriente si può dire del resto un progetto politico, il Tibet e il buddismo avendo analizzato e proposto come sostrato culturale comune, euroasiatico. La sua ricerca ambientando nella rilevazione di una memoria comune – lui stesso era partito studiando dapprima il cinese, poi il sanscrito, poi il tibetano. Nello spirito del viaggio, del contatto, delle esperienze dirette (il buddismo vissuto), dell’approfondimento vicendevole – una sorta di imprinting marchigiano, dei suoi luoghi di origine (era di Macerata), che tanti esploratori culturali hanno generato, a partire dai primi missionari, Mateo Ricci e altri. Degli innesti: lo studio delle culture antiche come invito a un nuovo viaggio.  
Giuseppe Cederna, che anima il documentario, lo spiega a più riprese: studiare come condividere, viaggiare, andare sui luoghi. Lo studio delle culture antiche prospettando come ponti verso il novo, un nuovo viaggio. E, soprattutto, privilegiando l’esperienza diretta. Sulle strade, on the road, è il logo del personaggio. Come mettono in rilievo la biografa, Alice Crisanti, e i tanti commentatori, in prevalenza accademici dell’Orientale di Napoli - più l’entusiasta, più convincente, Cederna.
Massimo Ferrari, Giuseppe Tucci. Sulle strade dell’Est, Rai 3, RayPlay

martedì 7 aprile 2026

La transizione verde sarà nucleare

Ha cominciato il cancelliere tedesco Merz, dichiarando “un errore strategico” l’abbandono della potenza elettrica nucleare, nel quadro della transizione verde, verso una produzione meno inquinante, da parte della cancelliera Merkel quindici anni fa. Merz si è mosso lungo la linea che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) sostiene: 1) l’energia di fonte nucleare è per ora insostituibile, e anzi più che raddoppierà di peso sui consumi totali di energia, crescendo di 2,6 volte entro il 2050; 2) il nucleare è la fonte di produzione elettrica più stabile, 24 ore su 24.
Dopo la critica di Merz, subito i dodici Paesi Ue dotati di centrali nucleari (Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Romania e Bulgaria) hanno avviato il riconoscimento da parte dell’Unione Europea della necessità del nucleare nel quadro delle fonti di energia rinnovabili. 

Fuori dalla Ue, la Gran Bretagna ha adottato col precedente governo conservatore Suniak la costruzione di quattro nuove centrali nucleari, in un’ottica di transizione verde - “per raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 in modo sostenibileLa potenza nucleare dovrà essere portata a 24 GW entro il 2050, un valore quattro volte superiore a quello attuale – un obiettivo che richiede l’approvazione di uno o due nuovi reattori ogni cinque anni dal 2030 al 2044 - progetti da aggiungere ai due già varati.

La Francia, che ha adottato il “tutto nucleare” per la produzione di elettricità mezzo secolo fa, ha in attività 57 centrali, con le quali copre i due terzi del fabbisogno elettrico francese – esporta anche elettro-nucleare per tre miliardi l’anno, in gran parte verso l’Italia.

Negli Stati Uniti investono nel nucleare anche le grandi aziende tecnologiche,  p.es. Amazon, Google, Microsoft.  

Lezione di vita, al tennis

Comincia col déja vu, dei genitori, il padre nella fattispecie, per cui il proprio infante non può perdere la partita. Ma presto si alza in volo: con qualche trucchetto un fallito campione del tennis, fallito anche nella vita, che vive di antidepressivi ma ha la dote di affascinare, si propone e viene accettato come coach della futura promessa – lo sport è qui il tennis. E lo imbarca in una tournèe estiva di tornei regionali, quindi lontani da casa, che si risolve in una perpetua vacanza. La promessa è eliminato a tutti i tornei, al primo match, in due set. Ma non sfugge al variegate mondo del tennis estivo, di personaggi veri del tennis, di personagge di gamba lesta, di ragazzine, vispe e non. Un’estate di fuochi d’artificio – pagata dal padre della promessa. Il ragazzo impara a parlare, anche con le ragazze, dice anche lui le bugie al padre fantasioso, salva il maestro da brutte azioni, e tentazioni, e mete in pratica alla fine, quando il maestro giustamente scompare dalla scena, il suo insegnamento: attaccare – al tennis si vince attaccando, sotto rete.
Un bel ruolo per Favino, che monopolizza la scena. Coadiuvato con la giusta misura (diretto con la giusta misura) dal giovanissimo Tiziano Menichelli. Di Stefano ha i tempi e i toni sempre calibrati, dopo gli eccessi di “Escobar”, affrontati con Benicio Del Toro, e l’irrisolto “L’ultima notte di Amore”, con lo steso Favino – rede commestibile pure il tennis, che al cinema riesce più pesado che in tv.
Antonio Di Stefano, Il maestro
, Sky Cinema, Now

lunedì 6 aprile 2026

Problemi di base bachmanniani - 909

spock
 
“L’essere umano è notoriamente un essere oscuro”, Ingeborg  Bachmann?
 
“L’inesplorato restiamo noi. L’Es”, id.?
 
“Non c’è stato un istante in cui non abbia detto la verità. Cosa che solo i bugiardi riescono a fare”, id.?
 
“La perfezione non è raggiungibile, anche se è stata resa dimostrabile”, id.?
 
“Il popolo non è (popol)areggiante” (Bertolt Brecht), id.?

spock@antiit.eu

Le generazione del silenzio

Un padre fricchettone, Tom Hanks, riceve la visita della figlia e del figlio, Maym Bialik e Adam Driver, per una volta uniti, nel suo rifugio remoto nel New Jersey in riva a un lago: molta conversazione all’inglese, di uhm e ahm, ricordi della moglie e madre amata, si brinda con acqua, i figli non vedono l’ora di andarsene, il vecchio padre li asseconda, ha l’amica pronta per la serata. A Dublino la madre perfetta, Charlotte Rampling, scrittrice rinomata di best-seller, aspetta le due figlie in visita, Vicky Krieps, brunetta nervosa, e Cate Blanchett, bionda svaporata – vanta affari strepitosi e non ha soldi per pagare Über, ci penserà la madre: si brinda con il tè. A Parigi si brinda con il caffè, al caffè, dove fratello e sorella, Luka Sabbat e Indya More, da sempre molto uniti, figli di una coppia avventurosa e amabile, si ritrovano dopo la morte dei genitori alle Canarie, che ci facevano alle Canarie?, quando lui ha provveduto a ripulire l’appartamento, accatastando le cose in un deposito: qui passano a rivedere qualche ricordo.
Dieci anni dopo “Paterson” Jarmush riprova con la poesia delle piccole cose, quotidiane, scontate – ha trovato il finanziamento per un altro azzardo (i tre episodi hanno nazionalità diversa in rapporto con le produzioni che hanno finanziato il film, americana, irlandese e francese). Questa volta premiato, alla Mostra di Venezia – per “Paterson” ci aveva provato dieci anni fa a Cannes, senza eco. Ambienti e atmosfere in attesa, di sorprese che non arrivano, se non nella forma di modi di essere e “sentimenti” comuni, scontati, per lo più di insofferenza dietro le maniere. Qui però – involontariamente? – con una connotazione generazionale, evidenziata dall’incontro dei figli inevitabilmente, in un momento dei loro spostamenti, coi ragazzi che volteggiano per strada sui pattini: i genitori sono i boomer, quelli del Sessantotto, che si sono presi e si prendono tutto, i figli sono i imillennial o Y, i cinquantenni, insicuri e insoddisfatti. 
Ma questa è una notazione storico-sociologica. Il racconto è affascinante perché fatto di niente, di eventi minimi, modi di essere sottaciuti o segretati, frasi fatte, come i doveri filiali - di che: affetto, amicizia, riconoscenza, ammirazione, repulsione, disattenzione, fatica?

Jim Jarmush, Father, Mother, Sister, Brother, S ky Cinema, Now

domenica 5 aprile 2026

Cronache dell’altro mondo – cattoliche (398)

Il cattolicesimo attrae gli uomini della Generazione Z. I giovani tra i 20 e i 30 anni sono sempre più attratti dalla Chiesa cattolica. Perché cercano la verità, la bellezza e, sì, anche una fidanzata.
Nella parrocchia di Saint Joseph a New York il parroco stima che la partecipazione alle funzioni sia cresciuta di un quinto negli ultimi sei mesi. In precedenza il numero di persone che hanno ricevuto i primi sacramenti a Pasqua (battesimo, prima comunione o cresima) era stabile, tra i 13 e i 16 ogni anno. Nel 2025, 35 persone hanno ricevuto i sacramenti. Quest’anno, se ne prevedono 88.
Un anno e mezzo fa, se 60 persone si fermavano al rinfresco domenicale con vino dopo la funzione serale, la serata era considerata buona. Oggi, la media è di circa 200 persone.
Se ne sono date molte spiegazioni. Il bisogno dei giovani di avere “qualcosa di più”, che chiacchierare sui social o comprare. Opinando che in un mondo brutto e inautentico, il cattolicesimo offra bellezza e tradizione. Si indica anche come catalizzatore la morte dell’attivista conservatore Charlie Kirk (Kirk non era cattolico, ma si disse che fosse in transizione al cattolicesimo). Il vice-presidente J.D.Vance, già autore di un bestseller, “Elegia americana”, sulla povertà, familiare e ambientale, nella quale è cresciuto, pubblica ora un altro bestseller annunciato, sul ritorno alla fede religiosa, tramite il cattolicesimo.  
In realtà il rinnovato interesse sarebbe dei giovani. Dappertutto nelle parrocchie di roccaforti cattoliche come New York, Washington e Chicago, si registra crescente partecipazione dei giovani, in particolare di giovani uomini. Lo stesso avverrebbe nella Bible Belt.
Il rinnovato interesse dei giovani potrebbe però contrastare con l’andamento generale. Secondo una indagine Pew, per ogni giovane che entra nella chiesa cattolica circa dodici la abbandonano – il che però contrasta con le cifre globali di chi si professa cattolico, che aumenta e non diminuisce.

La Filosofia consiglia di fregarsene

Boezio non è grande filosofo, come non era stato grande statista, benché protetto dal padre adottivo e poi suocero, il potente umo politico, oratore e scrittore romano Simmaco. Non il più famoso Quinto Aurelio Simmaco, che wikipedia consacra “il più importante oratore in latino dopo Cicerone”, e l’enciclopedia cattolica “uno dei più autorevoli esponenti del senato e anima della resistenza pagana allo strapotere del Cristianesimo sul finire del IV secolo d.C”, ma il pronipote Quinto Aurelio Memmio Simmaco, anche lui senatore e uomo di potere nell’impero, nonché scrittore, ma cristiano, e anche fervente. Fu lui ad adottare il ragazzo Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, quando restò orfano di entrambi i genitori, a formarlo nelle lettere e nella filosofia, e a sposarlo, con una delle proprie figlie. Severino ne seguirà la fortuna, e quindi presto la sfortuna, quando il barbaro (protonordista) imperatore Teodosio, da Pavia, dove già allora si diffidava dei romani, lo farà incarcerare – ai domiciliari. Nell’attesa della sicura condanna a morte, seppure in assenza di processo (la vicenda si concluderà con la decapitazione, il barbarico imperatore avendo creduto agli invidiosi accusatori), Severino si consola con la Filosofia. In versi e in prosa. Con lei discorrendo della fortuna, del potere (sula tema vanitas vanitatum), e della morte - per il cristiano, e anche per il non cristiano. A parziale discolpa di Teodosio si deve aggiungere che Boezio era già in quiescenza, e anzi reduce da un lungo esaurimento o depressione.
Un percorso senza sorprese: né agudezas né novità di pensiero. “Agli uomini giova più la sorte avversa di quella favorevole” – perché “è sempre vera”. Oppure: “Non sperare nulla, non temere nulla”. Cose così, ambigue seppure a fin di bene. E senza reale (auto)consolazione. Ma la saggezza al fondo delle fibrillazioni riesce gradevole, e forse anche utile, da rimemorare. È stato forse questo il segreto della straordinaria fortuna che “La consolazione” di Boezio ebbe nel tardo Medio Evo, specialmente in Dante, nella “Commedia” e nel “Convivio”. Mentre la chiesa ambrosiana provava ad avviarne la beatificazione.
In riedizione economica, l’edizione del 2010, curata da Maria Bettetini, con l’originale latino a fronte, tradotto (con felice pianezza, specie le parti in versi) da Barbara Chitussi. Il notevolissimo apparato di note, bibliografiche, storiche, poetiche, è di Giovanni Catapano, ora maturo professore di Storia della filosofia medievale. .
Severino Boezio, La consolazione di Filosofia, Einaudi, pp. XLIV + 287 € 12

sabato 4 aprile 2026

Ombre - 812

“Spero che stia cercando una via d’uscita”. Non va per parabole il papa americano col presidente degli Stati Uniti, talmente insensata è la guerra. Ma è uno dei pochi americani che sembrano saperlo – a parte il disappunto il sabato mattina quando gli altri americani fanno il pieno di benzina e il gallone costa un dollaro in più.
Non si può dire, il mondo è vario, ma l’aria all’improvviso è da fine impero – che parte dal non capire il mondo là fuori (non sapere e non voler sapere).
 
Una crisi dagli sviluppi impensabili, tutti negativi, si abbatte sull’Europa e molta parte del resto del mondo per la guerra di Trump e Netanyahu. Le psicologie contano, e quelle di Trump e Netanyahu sono autoreferenti – io è il mio Dio. Ma è anche chiaro che questa guerra fa gli interessi degli Stati Uniti, interessi economici – per il dollaro, per i Treasury, e per il fondamentale comparto dell’energia, che ricapitalizza per i necessari investimenti che programmava.
In un mese di guerra l’economia Usa riparte a passo di carica, il resto del mondo resta in surplace.
 
La Francia, che per quarant’anni e passa si è tenuta, polemicamente, fuori della Nato, ora si fa paladina della Nato contro gli Stati Uniti - contro Trump, ma comunque contro gli Stati Uniti. Battimani in Italia. L’ignoranza porta alla stupidità?
 
Trump ha avviato contro l’Iran una guerra che: 1) non può vincere, neanche se (soprattutto se) prova l’invasione da terra; 2) solo per fare un favore al suo amico Netanyahu, 3) la sta perdendo, per gli Stati Uniti e per mezzo mondo. È semplice. Ma non si dice. Anche se Trump non ha mai avuto buona stampa.
 
La guerra, anche questa, è un fatto politico, ma è pianificata, e combattuta, dai militari. Gli Stati maggiori americani sanno benissimo che una guerra contro l’Iran necessiterebbe di una mobilitazione n volte superiore a quella in atto. Ma non hanno detto, e nemmeno fatto, a quel che si vede, nulla. Questo non è il ruolo delle forze armate in una democrazia: se non devono sostituirsi al potere politico, hanno però l’obbligo di tenerlo informato e ammaestrarlo.
 
Di fronte a tanta insipienza uno si chiede come mai l’Europa si senta ancora protetta dall’America. Giusto quando bastava la deterrenza? Ma oggi che le guerre sono possibili e si fanno, una dopo l’altra, anche da parte di uno Stato tutto sommato piccolo e piccolissimo come Israele?  
 
Non è tanto l’adulterio che colpisce nella vicenda Piantedosi, dopo Sangiuliano (e la stessa Meloni),  quanto la pochezza degli scandali cui si espongono. Che governanti, ministri della Repubblica, si lascino irretire da persone di poco conto - sicuramente dotate di attributi, ma non sappiamo quali. E unicamente interessate alla loro posizione di potere.
Se ne è fatto un problema di ministri di destra, quindi di supposto trittico “Dio, patria, famiglia”, ma non è questo il punto, il punto è la capacità di giudizio.
 
O anche: che governanti, ministri, si impiglino in vicende e con persone senza qualità – senza glamour, senza passioni, 
giusto un po’ di notorietà social, di gossip. Un ministro che apprezza il gossip, o non gli si sottrae non è un po’ come il ladro che vuole fare il banchiere?

 
Ogni giorno una carta nuova dalla Procura di Roma contro l’ex sottosegretario Delmastro – hanno saltato giusto il Venerdì di Passione, devono essere buoni credenti, oltre che democristiani (naturalmente del Pd). Dalla Procura anti-Meloni al\i giornalista\i fidato\i. Ma senza convincere – siamo ancora lontani dai colpi di teatro di Mafia Capitale (l’arresto in diretta video, sulla Smart, d’“O’cecato”…). È sempre l’antimafia al servizio delle carriere dei giudici, invece della buona vita. Protetta, purtroppo, dalla politica (di sinistra).

 

Si terremota il calcio solo dopo il terzo Mondiale, dodici anni, di calcio perduto. Sembra. Ma è sempre la stessa manfrina, democristiana: Gravina, Abete, Lotito, Malagò, etc. - e non poteva mancare Renzi. Democristiani di destra e democristiani di sinistra – si dice per dire. Il calcio, la ricerca scientifica, l’energia, lo spazio sono feudi intoccabili.

Si può dire la Dc una scienza, del potere. Sul principio indefettibile “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, da Lucrezio a Lavoisier.

 

Ha dato all’Inter con la simulazione i tre punti decisivi per vincere il campionato, e con la stessa noncuranza ha affossato l’Italia ai Mondiale – che voleva e poteva andare al Mondiale del calcio, come le spettava. Uno così in altro ambito ne uscirebbe distrutto. Nel calcio italiano no.

 

Domenica delle Palme infausta per i devoti cattolici. A Gerusalemme a opera dei “perfidi ebrei”. A Roma del sindaco Gualtieri, che pure è della parrocchietta: il sindaco ha messo il petto in fuori e ha proibito la circolazione. Ai non milionari – quelli che non hanno le macchine elettriche. Non c’è rimedio, l’irenismo attiva fulmini e soprusi.

A Pilato le chiavi della storia

Caillois, che ha scritto moltissimo, da sociologo e da critico letterario, il suo primo e unico romanzo lo ha scritto tardi, a cinquant’anni, nel 1962, e lo ha fatto inventandosi un Pilato extra large. L’amletismo del suo Pilato facendo però non di poco conto: è nientemeno se fare o non fare la storia, duemila anni di cristianesimo - duemila anni all’oggi, più o meno.
Pilato è quello conosciuto, annoiato e al solito esasperato dagli ebrei litigiosi che gli toccava governare. Ma che in quella mattina fredda, fuori dal pretorio, dato che i grandi sacerdoti pretendevano di non contaminarsi, entrando nel pretorio un giorno di sabato, nel colloquio breve che ha col pregiudicato che gli portavano, lo trova pieno di senso. E anzi ne ricava come delle visioni - come era avvenuto a sua moglie Procula. Fa il suo dovete di prefetto: interroga l’accusato, interroga Giuda, valuta le sue leggi (romane) e la ragione di Stato (mi conviene più se…). E spinto dal sogno-visione della moglie cerca la verità della cosa con un mago caldeo. Che antevede tutto: gli prospetta nientemeno che il futuro del cristianesimo, con la condanna del Cristo.
Il disegno di Caillois romanziere è di elevare il personaggio e il suo ruolo ai destini della storia. Dopo il sogno o visione della moglie Procula o Procla – che, è bene ricordare, è santa per la chiesa greco-ortodossa ed etiope. Il mago non dissipa il dubbio, e anzi lo chiarisce: farsi complice del (di un) disegno divino, oppure imporre il diritto - la ragione e la libertà umane?
Un exploit notevole. Benché di fatto una sintesi della storia quale è già avvenuta. Di arduo, e riuscito, è fare diventare la storia una sorta di premonizione, afflizione, una scelta-non-scelta. E una veduta della religione come è, un fatto storico, non inevitabile.
Nulla di nuovo su tutti i fronti, ma un racconto di premonizioni tenuto su con maestria. In realtà, un racconto dell’inevitabilità della storia – le porte girevoli (sliding doors) sono solo esercizi mentali, un gioco.
Roger Caillois, Ponzio Pilato
, Sellerio, pp. 148 € 12

venerdì 3 aprile 2026

Letture - 610

letterautore 


Antonioni
– “Era soprannomato «il cretino»”, Anna Maria Mori ricorda fra i tanti personaggi che animano il suo ultimo libro, “Disordine”: “Dai suoi colleghi. Fu Monicelli a coniare l’epiteto. Non voleva essere una mancanza di rispetto, ma solo una trovata divertente come era la commedia all’italiana. «Il cretino», si disse, per tutta la vita aveva provato inutilmente a comunicare attraverso l’incomunicabilità”.
 
Brecht – “Con le sue tozze dita da criminale” lo ricorda Frederic Prokosch in “Voci”, 159, al termine di una discussione in birreria a New York, “da ‘Pete’, un piccolo, squallido bar in fondo a Third Avenue”, presente anche Klaus Mann, se Hitler non fosse omosessuale – questione posta da Brecht stesso. “La birra suggerì a Brecht pensieri filosofici. Era un uomo vigoroso, brutto, con una faccia animalesca, gli occhi infossati, grossi zigomi piatti, ciuffi di capelli sulla fronte. Era una faccia medievale, come se un intagliatore l’avesse ricavata da legno di quercia: non la faccia di un santo ma quella di un abate faceto e maligno”.
 
Cinema – “Ricordo ‘Satyricon’. uno dei film più difficili di Fellini: a Torino rimase tre mesi in programmazione. Adesso sarebbe impensabile” – Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia.
 
Dante – Sapeva di Budda – se non erta buddista in petto, come già “fratello d’amore”? È l’ipotesi di Dario Olivero, che presenta su “Repubblica” il film documentario su Tucci, l’orientalista (“Giuseppe Tucci, sule strade dell’Est”): “I francescani lanciati verso l’India inseguivano il sole che nasce al mondo «come fa questo talvolta di Gange», nelle parole volutamente oscure di Dante (al canto XXI del “Paradiso”, al panegirico dei grandi santi, Francesco e Domenico, n.d.r.) che già aveva visto le affinità tra il poverello di Assisi e la figura di Buddha”.
 
Fontana di Trevi
  Prima di diventare un “oggetto” turistico, viveva d’incanto. Ne “La dolce vita”, e nel ricordo di una notte che Frederich Prokosch vi passò con Dylan Thomas – ora in “Voci”, al racconto “Il calderone”: “La sorpresa maggiore mi capitò un giorno in via Poli…. Torrenti d’acqua uscivano con un rumore di tuono dal fianco di una roccia e si rovesciavano in una cascata spumeggiante tra dèi e cavali marini”. Prokosch ci prese l’abitudine: “Nella calura dell’estate la brezza che si levava dal turbine d’acqua dava un delizioso refrigerio e aveva un meraviglioso effetto musicale”.

Altri effetti miracolosi fa rilevare in altra occasione da “un amico, un uomo grassoccio che alla balaustra si godeva lo spettacolo dei cavalli”, il poeta Dylan Thomas, “un po’ ubriaco naturalmente”: “”Non sono stupefacenti, questi cavalli?... E più li guardo, più diventano misteriosi. La pietra si trasforma in acqua e l’acqua in pietra e i cavalli sono fatti per metà di pietra e per metà d’acqua… E quello che è ancora più strano sono le nuvole che si trasformano in marmo”.
 
Giuda – Uno zelota, un nazionalista ebreo? È l’ipotesi di Carlo Nordio, da vecchio Procuratore della Repubblica, esperto di indagini, in “Processo a Gesù”, la mini-serie pubblicata sul “Foglio” nell’estate del 2025 e ora raccolta nel mini-libro dallo stesso titolo – è l’ipotesi che cuce assieme tutte le (poche) testimonianze, e le (molte) analisi. “Forse fu proprio la delusione di uno o più dei suoi seguaci, inizialmente convinti che il proselitismo del Maestro fosse indirizzato alla rivolta politica, ad abbandonare Gesù e probabilmente a tradirlo”. Il Messia della Bibbia doveva venire con la spada in pugno e redimere il popolo di Israele. I discepoli, ignoranti e non, si affiancarono a Gesù in questa ottica: “La predicazione messianica, nella tradizione giudaica, era intimamente connessa a una affermazione nazionalistica, a maggior ragione quando il popolo gemeva sotto la dittatura straniera”. Che in questa materia era ferrea: “Le ricorrenti rivolte del primo secolo, che culminarono con la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, erano quasi sempre ispirate da predicatori apocalittici”. Nei cui confronti “i romani agivano con rapidità ed efficacia. I nomi di Varo, Coponio e dello stesso Tito sono associati a esecuzioni di massa quali si sarebbero viste, duemila anni più tardi, solo con il nazismo. Durante l’assedio di Gerusalemme le fonti oscillano fra le seicentomila e un milione di vittime, e concordano che non vi erano più alberi per le crocefissioni”.
 
Raffaello - “La scuola di Atene” come una matrioska, un soggetto a vari strati cabalistici. Fr. Prokosch, “Voci”, p. 209, ricorda la poetessa Marianne Moore a un ricevimento, eccitata dall’aver appena ascoltato una conferenza di Edgar Wind sull’affresco: “Secondo la sua interpretazione, ogni particolare aveva un significato cabalistico, e sotto quel significato se ne annidava un altro più profondo che ne nascondeva un altro ancora più profondo”.
Nella conferenza del celebrato iconologo, “un personaggio che univa una straordinaria vivacità d’ingegno a un aspetto ieratico”, commenta Prokosch, il dipinto “era diventato una specie di bambola russa”.
 
Scrivere – “È uno strano, singolare modo di esistere, asociale, solitario, dannato, sì, ha in sé qualcosa di dannato” – “soltanto ciò che si pubblica, i libri, diventano sociali, associabili, aprono una via verso un Tu, verso una realtà disperatamente cercata e a volte raggiunta…. È un atto compulsivo, un’ossessione, una dannazione, una punizione” – I. Bachmann, “Discorso di accettazione del premio della Confindustria tedesca, 2 maggio 1972 (ora nella raccolta “A occhi aperti”).
 
“Lo scrittore – anche questo è nella sua natura – è rivolto con tutto il suo essere verso il Tu, verso un Altro al quale vorrebbe far pervenire la sua esperienza dell’uomo (o la sua esperienza delle cose, del mondo e della sua epoca, sì, anche di tutto questo!), ma in particolare l’esperienza di quell’uomo che egli stesso o gli altri possono essere e delle situazioni in cui egli stesso e gli altri sono esseri umani al massimo grado. Sondando il terreno, cerca a tentoni la forma del mondo, i tratti dell’uomo contemporaneo” – I. Bachmann, “L’uomo può affrontare la verità”. Discorso al premio per radiodrammi Associazione ciechi di guerra, 17 maggio 1965, ora in I. Bachmann, “A occhi aperti”, p.99,
 
Tolstoj – “«Il destino ha voluto», diceva, «che Tolstoj non conoscesse l’ironia»”. Diceva Thomas Mann, in visita alla famiglia Prokosch in Texas un secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. E per questo, secondo Th. Mann, “è un miracolo che riuscisse a scrivere così bene”.
 
Davide Maria Turoldo - Ricordando con Gnoli sul “Robinson” i suoi anni difficili a Firenze, 1950-1960, profuga dall’Istria, Anna Maria Mori di positivo dice: “La bellezza asfissiante della città, certo. E alcune prediche di padre David Maria Turoldo nella Santissima Annunziata.  Ricordo la basilica serpe piena e l’uomo alto, biondo, ascetico con una voce profonda che tuonava contro le ingiustizie. Faceva un effetto strano vedere donne ricchissime avvolte nelle pellicce e cariche di gioielli rapite alle sue parole”.
 
Anni Venti – “Un decennio, quello degli anni Venti, che amava i libri”, Frederik Prokosch, “Voci”, p.52.

letterautore@antiit.eu

Ingordigia e malamori

La storia di due amiche, l’una bella l’altra studiosa, nelle spire di una normalità assassina, il disturbo alimentare. Un film didattico, sugli eccessi e i rischi della bulimia nervosa – divorare per vomitare. Sceneggiatura del libro dallo stesso titolo di Maruska Albertazzi, che racconta di centinaia di storie vere. Ed è dedicato a cinque giovani “che non ce l’hanno fatta”.
Di questo “disturbo” psico-alimentare infatti si può morire, di infarto. Figurativamente e in atto. Per inaffettività subite e per divorare il cibo (nel caso in questione anche rubando lo street food dove capita), per poi ributtarlo - piegati sul water. L’una per vivere sola in un ambiente frigido di lusso, l’altra per vivere stiracchiata tra due genitori separati e in lite, l’uno con l’altro, col mondo, con la vita.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità i morti per disturbi alimentari, anoressia e bulimia soprattutto, sono ogni anno più dei morti per incidenti stradali – solo muoiono in silenzio.
Un bel ruolo per la giovanissima Federica Pala - se solo alle giovani attrici fosse insegnata un po’ di dizione, o altrimenti passarle alle doppiatrici. Isabela Leoni prova a uscire dalla serialità ripetitiva, da pilota automatico, con momenti di grade richiamo.
Isabella Leoni, Qualcosa di lilla, Rai 1, RaiPlay

giovedì 2 aprile 2026

Il mondo è sempre fossile

Tanto parlare di transizione verde (che cosa a tutti gli italiani in bolletta dui 200 euro l’anno) da almeno un decennio, e il mondo dipende sempre dai combustibili fossili, per  l’86,6 per cento dei consumi di energia (“Statistical Review of the World Energy 2025” dell’Energy Institute). La Cina per l’88,2 – con larga parte al carbone. Gli Stati Uniti , l’altro grande mercato, per l’82,2. Anche l’Europa non si porta bene, dipendendo da carbone e idrocarburi per il 73,4 per cento dei consumi.
Le rinnovabili coprono appena il 5,5 per cento. Poco di più del nucleare, 5,1 – con l’idrogeno al 2,7.
L’unico Paese virtuoso si può dire la Francia, che dipende dai fossili per meno della metà dei consumi, il 45,7 per cento Ma questo in virtù della scelta decisamente nucleare fatta cinquant’anni fa, con una cinquantina di centrali nucleari oggi in esercizio, che forniscono una percentuale anche superiore, seppure di poco, a quelle dei fossili, il 46,1 per cento.
Del nucleare, l’Europa e gli Stati Uniti hanno ridotto nell’ultimo decennio il peso sulle fonti di energia. In Europa è sceso dal 32 per cento del 2014 al 23,1 nel 2024. – con una riduzione anche della Francia “tutto nucleare”, dal 17,2 per cento del totale mondiale al 13,5. Il nucleare americano, nel 2014 un terzo del nucleare mondiale, si è ridotto dieci anni dopo di quattro punti, aa 29,2 per cento. Mentre la Cina ha fatto il percorso inverso rispetto a Ue e Usa, passando dal 5,2 del nucleare mondiale al 16.

L’islam non venne dal nulla

 Un primo tentativo di “fare la storia” del regime iraniano, detto “degli ayatollah”, ossia della legge coranica, nella lettura sciita, del sacrificio come legge e meta. Dagli inizi di Khomeiny alla rivolta contro lo scià, al progressivo indurimento di Khomeiny – specie quando fu sfidato dai militanti integralisti di sinistra, i mujahiddin del popolo: nel 1981 fecero saltare in aria il ministero della Giustizia con il Grande Ayatollah Behesti (persona coltissima) che vi studiava l’adattamento della legge coranica alla vita moderna, e assassinarono il presidente Rajai e il primo ministro Bahonar. La lunga guerra contro la tentata invasione di Saddam Hussein. Il passaggio delle consegne di Khomeiny morente dall’ayatollah Montazeri, costituzionalista, ad Alì Khamenei, uomo di non grande dottrina.
Il resto è quasi cronaca, con le repressioni violente dei movimenti di protesta giovanili, le intromissioni in Iraq, nello Yemen (in guerra non dichiarata contro l’Arabia Saudita) e in Libano, l’inimicizia coltivata di Israele, il programma atomico.
Una rassegna dei fatti limitata all’interno. Che prima o poi necessiterà di una messa in quadro internazionale. Molto resta naturalmente da dire – mezzo secolo, quasi, di storia non è poco. Khomeiny non era nessuno, un oscuro ayatollah di poca scienza (auto)esiliato da Qom a Kerbala, altra città santa dello sciismo, in Iraq - una raccolta delle sue fatwa, i pareri giurisprudenziali in materia di etica e di condotta, pubblicata quando già era al potere, fu letta come opera goliardica di oppositori. Recuperato dalla Cia, e installato in un bosco non lontano da Parigi, supercontrollato dal Deuxième Bureau, il servizio segreto francese. Che organizzò per mesi  incontri quotidiani meridiani dell’ayatollah con i giornalisti e provvedeva, insieme con la Cia, alla registrazione e riproduzione in enormi quantità, in audio e videocassette, dei suoi messaggi, e alla loro diffusione immediata a Teheran, il giorno dopo. Un vero e proprio build-up, un’operazione politico-pubblicitaria organizzatissima, e di facile successo. 
Questa “rivoluzione” fu bizzarramente benedetta da Foucault - nelle vesti di teorico del potere. Quando la Francia s’illudeva di poter “entrare” nel petrolio iraniano, da sempre feudo anglosassone, dapprima inglese poi, dopo la guerra, americano. Khomeiny adottò per i primi anni anche un economista franco-iraniano, Abol Hassan Banisadr, come presidente.
Era il tempo che la politica americana agiva di concerto con l’islam jihadista. È finita come si sa.  Cominciando dal “caldo invito” del presidente americano Carter, con l’invio a Teheran anche del gen. Huyser, non un uomo di primo piano, vice-comandante delle truppe Usa in Germania, ma suo uomo di fiducia, per convincere lo scià ad abbandonare il Paese all’islam. È finita cioè con la fine politica anche di Carter: mandò i marines a liberare (chissà come pensava di poterlo fare) i cinquanta e più americani dell’ambasciata fatti prigionieri dagli “studenti della rivoluzione” (organizzati da un giovane mullah, Mussavì Khoiniha) a Teheran, gli elicotteri con le truppe sceltissime d’assalto si insabbiarono, e Reagan stravinse le presidenziali.
“Dedicato alle ragazze iraniane”, come fanno le autrici, è però limitativo, Come se la democrazia in Iran fosse una questione di velo. Un po’ perché c’è una “donna iraniana”, del tutto autonoma, ma riservata, con una sua mentalità e un modo di essere suo proprio e diverso da quello che si vuole “occidentale”. Un po’ perché il fermento anti-regime è prevalentemente politico, e coinvolge tutti, non solo le donne: contestata è la legge coranica, e il potere assoluto della polizia politica. E d’altra parte il regime c’è, dopo mezzo secolo è incistato anche nell’Iran urbano, il più moderno che si possa pensare. L’ultimo film di Panahi, “Un semplice incidente”, involontariamente lo fa vedere: tre giovani oppositori che hanno scoperto e rapito un torturatore di regime non sanno che farsene. Il regime ha tanta opposizione quanto radicamento - l’Iran non è una repubblica delle banane.  
Greta Privitera-Barbara Stefanelli. Gli ayatollah, “Corriere della sera”, pp. 63, gratuito col giornale

mercoledì 1 aprile 2026

Cronache dell’altro mondo – calcistiche (397)

I bosniaci tifosi della loro Nazionale di calcio, che ha espulso l’Italia dal Mondiale americano, potrebbero non poterci andare, in America, a veder giocare la loro squadra. La Bosnia Erzegovina rientra fra i 75 paesi che un decreto di Trump a metà gennaio ha escluso dalla concessione automatica del visto – bisogna fare una pratica per averlo.
Anche i brasiliani si trovano nella stessa situazione.
Altri Paesi qualificati per la Coppa del Mondo nordamericana inclusi nella sospensiva del 15 gennaio sono:  Iran, Colombia, Uruguay, Giordania, Uzbekistan, Haiti, Algeria, Capo Verde, Egitto, Ghana, Costa d’Avorio, Marocco, Senegal, Tunisia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo.

Cronache dell’altro mondo – bellico-religiose (396)

Una settimana fa il ministro della Difesa Pete Hegseth ha voluto guidare al Pentagono il servizio religioso, il suo primo dall’inizio della guerra contro l’Iran, invitando alla violenza “contro coloro che non meritano pietà”. E alla preghiera affinché “ogni proiettile colpisca il bersaglio” contro gli avversari della nazione.
La cerimonia si è tenuta in diretta streaming per tutto il personale, civile e militare. Da quando è capo delle forze armate Hegseth, che prima era un presentatore della tv Fox, fa costante riferimento alla sua fede evangelica, e ama parlare degli Stati Uniti come di una “nazione cristiana”, che si fa un dovere di militare contro chi ne menoma i principi.
La preghiera letta nella sua prima celebrazione post-Iran, attribuita a un cappellano militare, chiedeva: “Che ogni proiettile colpisca il bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione. Dona ai nostri soldati saggezza in ogni decisione, resistenza per la prova che li attende, unità incrollabile e una violenza d’azione travolgente contro coloro che non meritano pietà”. Concludendo biblicamente con i Salmi: “Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti, e non mi sono voltato indietro finché non li ho annientati”.

L’amerikano del Grande Israele

“Chi è forte sopravvive”, potrebbe essere la massima di Netanyahu, spiega Frattini in apertura, esumando una copertina di “Time”. Ma più vero è l’inverso: chi sopravvive è il più forte. Il più longevo dei primi ministri israeliani, quasi vent’anni al potere, ha nella durata la sua forza. E in nessun altro aspetto se non il sionismo intollerante, che però, pur praticandolo, nega.
È l’impressione – è la verità del personaggio – dei rapidi tratti che ne dà Frattini. Che tutti portano all’introduzione dell’“americanismo” in Israele, nella politica e negli affari, con l’aria condizionata nei kibbutz, da parte di questo leader israeliano che è a tutti gli effetti un ebreo americano. La disinvoltura in politica e negli affari – fino al processo, che da molti anni con vari accorgimenti evita, per corruzione. I tanti scandali, e le denunce anche degli aiuti domestici, delle intemperanze e  volgarità della moglie e dei figli. Il figlio maggiore Yael che se ne sta a Miami dopo il 7 ottobre, invece di arruolarsi.
Una vera biografia, in breve, per fatti significativi, del primo ministro israeliano più chiacchierato e più duraturo, e più combattivo. Che ha sdoganato l’estremismo sionista del Grande Israele, anzi se ne fa monumento. Nessun dubbio che resterà alla storia come quello che ha gettato le fondamenta fisiche del Grande Israele, distruggendo, più o meno, i palestinesi e i loro alleati e sostenitori, in Libano e nello Yemen. Ha “sistemato” la Siria. Ha comunque dato lezioni memorabili all’Iran, con gli assassinii eccellenti e con i bombardamenti.
Netanyahu, si può aggiungere, non nasce dal nulla. È succeduto, la prima volta a capo del governo, al premier laburista Shimon Peres, Nobel per la Pace, che aveva dotato Israele di un arsenale nucleare. Ha governato muovendosi dal centro sempre più verso l’estrema destra. Per restare al potere ma anche per convinzione, sotto la dissimulazione del moderato. E forse manca l’essenziale, anche in questa breve e polemica bio politica di Frattini, parlando di Netanyahu: l’impreparazione il 7 ottobre, di un Paese e un governo che sanno tutto di tutti – anche dove si trovano i generali iraniani in ogni momento e come possono essere uccisi - con la frontiera di Gaza letteralmente sguarnita, sono solo dovute all’impiego dell’esercito in Cisgiordania. La frontiera con Gaza non era presidiata il 7 ottobre perché l’esercito era impegnato in Cisgiordania, a sostegno della polizia, la quale presidia i territori a sostegno dei coloni, dei più violenti. Ed è un esercito di coscritti, popolare, non di professionisti delle armi dalla pelle dura.   
Davide Frattini, Netanyahu, “Corriere della sera”, pp. 61, gratuito col giornale

martedì 31 marzo 2026

Problemi di base borgesiani (di verità) - 908

spock


“Il tempo è oblio, ed è memoria”, J.L.Borges?
 
“Errare è necessario”, id.?
 
“La speranza, in un certo senso, è una forma d’incertezza, nella quale non si fa che attendere e  attendere….”, id.?
 
“Insistere nel dire sempre la verità è una pedanteria”, id.?
 
“Volere sempre affermare il vero sarebbe un esercizio di vanità e di egoismo”, id.?

spock@antiit.eu

Lo smemorato della Passione

“«Si chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine. Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi ricordo»”.
Nei Campi Flegrei, dove soggiornano per ristorare corpo e spirito, un Pilato ormai vecchio e acciaccato lamenta – a colloquio col filosofo epicureo “Elio Lamia”, amico degli anni in Giudea, che il filosofo amava frequentare per le danzatrici del ventre “siriane” - la fine turbolenta di un’onorata carriera. Vittima delle invidie burocratiche. E in specie del proconsole di Siria Vitellio. Lamia è sempre bel ami, Pilato è invece lagnoso. Lungamente. Di Vitellio e, di più, degli ebrei infidi che gli è toccato amministrare. Nella “triste Gerusalemme, dove gli ebrei mi abbeverano di amarezza e disgusto”, cattivi, infidi – “non potendoli governare, bisognerà distruggerli”.
La sinossi dice tutto. Un po’ poco per un racconto che Sciascia voleva “perfetto (uno dei più perfetti che il genere annoveri)”, e ha voluto tradurre personalmente, guarnendolo di una dotta lettura (ripresa nella più recente riedizione francese del racconto). La vicenda, viene da dire, era altrimenti romanzabile. Che non vuole dire nulla, se non che il personaggio in sé è piatto, un primo caso di banalità del male – o del bene in questo caso, procedendo egli al disegno del Signore?
Nemmeno un Pilato protoantisemita regge, non in questo racconto, dove invece l’amico filosofo può ribattere sugli ebrei tutto il contrario: “Io, che vivevo a Gerusalemme, da curioso, e mi mescolavo al popolo, ho potuto scoprire in questi uomini virtù oscure, che ti furono nascoste. Ho conosciuto ebrei pieni di dolcezza, i cui costumi semplici e il cuore fedele mi richiamavano…”, etc. etc..  
Giusto duemila anni fa, nel 26, Ponzio Pilato era nominato prefetto di Giudea. I Vangeli lo renderanno famoso, e a partire dal III secolo, a mano a mano che prendeva corpo il “deicidio” ebraico, è passato nella memoria popolare come un santo suo malgrado (è santo in cattedra per la chiesa etiopica), insieme con la moglie, quella del sogno premonitore. L’indagine di Carlo Nordio lo ridimensiona non poco: un burocrate romano, che applicò la legge romana, in ogni istante della Passione di Cristo:
http://www.antiit.com/2026/03/pilato-il-primo-procuratore-e-giudice.html
 
France pubblicò il racconto nel 1892. Nella raccolta “L’Étui de nacre”. È un primo approccio di A. France alla storia e civiltà romane, critico. Un primo germe nella fermentazione di un percorso progressivo della storia, che vedrà la luce nel 1905 in “Sulla pietra bianca” (tradotto nel 1960 dalla vecchia Bur): una collezione di dialoghi filosofici su razzismo e antisemitismo, storicismo e cristianesimo, nonché sul processo a san Paolo, la durata delle civiltà, la storia come incontro e conflitto, tra potenti e tra popoli, in una prospettiva già umanitaria, da Società delle Nazioni, o Stati Uniti del Mondo.
Anatole France, Il Procuratore della Giudea, Sellerio, pp. 48 € 7

lunedì 30 marzo 2026

La storia è scritta

Tonino Di Matteo era stato colpito e isolato dalla fama di jettatore. Nessuno gli parlò più alla Posta, dove era impiegato, né fuori in paese. In realtà era uno scrittore, a margine dei timbri e degli infiniti moduli in triplice copia scriveva. Era orgoglioso delle sue storie e le raccontava agli amici. In un racconto immaginò che il monte Antico franasse sul paese, la disgrazia si avverò, e il sospetto cominciò a insidiarlo. Tonino s’incupì, volle tenere fede per rivalsa ai pettegolezzi e s’inventò brutte storie, le quali si avverarono, più spesso che non: la bella moglie fedelissima del farmacista che invece agognava il cognato ufficiale dell’esercito, e con lui se ne fuggì, il benefattore usuraio, la fattura che portò alla demenza e alla morte la fattucchiera. Egli stesso finì per considerarsi un menagramo, concordando a considerare la sua attività non come l’intuito del poeta favorito dagli dei, che vede oltre le forme della luce e ode oltre i suoni, ma come un grumo di odio che s’insinua nell’ordine degli altri e lo scompagina. Finché, non avendo più interlocutori a cui raccontare le storie, perdette anche il piacere di scrivere. Passò prima i dieci, poi i venti anni migliori della vita, i più succosi, quelli in cui l’uomo ingravida e prolifica, nell’atonia: la Posta di giorno, la televisione la notte, Natale e Pasqua a pranzo dalla sorella, agosto a Fiuggi.
A Fiuggi, uscendo un giorno dal Palazzo della Fonte, immaginò distrattamente una storia. Non la scrisse, fu un racconto che si raccontò, goloso di ripetizioni e abbelliture, mentalmente ogni pomeriggio mentre lasciava scorrere le ore fra la pennichella e la cena, al caffè, in piazza o al parco delle Terme. E lei si materializzò. La incrociò una volta, due volte, la seguì, l’aspettò. Anche lei l’aspettava, e la prima volta che si parlarono fu come se si riconoscessero. Era espansiva e calorosa, dell’intenso calore dei febbricitanti, che lo accompagna anche ora, a distanza dal rapido incedere del male che la minava e la stroncò.

Rinascita senza resurrezione

“Un ragno porta guadagno, porta fortuna”. Non sarà il solo inconveniente della famiglia di Roma Nord costretta dalle alterne fortune ad accettare, protestando irriconoscente, la vecchia abitazione in un vecchio paese del vecchio compagno di scuola senza fortune di famiglia e senza fortuna propria, che ora fa il giardiniere al circolo del golf (ex) del milionario sfortunato. Marito dell’ex compagna di scuola che ora fa la collaboratrice scolastica, cioè, per Roma Nord, indefettibilmente “la bidella”.
Dal solito fatto di cronaca, dei ricchi di Roma Nord che perdono risparmi e capitali affidati a money manager truffaldini - in genere senza fantasia: adottano il vecchio “schema Ponzi” (guadagni sempre molto, fino a che non hai perso tutto). E dalla normale situazione di ricchi e poveri alla stessa scuola, un tempo. Un’idea semplice e promettente, che Cortese sceneggia, con Moccia, nei modi più scontati.
Ottimi anche i ruoli: Cucinotta si abbassa a fare la bidella, romanesca, e ne fa un (suo primo?) ruolo brillante, affiancata da un Memphis che sembra nato per quello. Paolo Ruffini e Ilaria Spada fanno i pariolini cretini, e sembrano nati per quello – Ruffini anche con la nasale toscana, per dire la puzza al naso. Ma non si ride – si dicono le solite cose.
Fabrizio Maria Cortese, Poveri noi, Sky Cinema, Now

 

domenica 29 marzo 2026

Ombre - 817

Che tipo di terrorista è il cardinale Pizzaballa, al punto da non consentirgli di celebrare Messa la domenica delle Palme? Certo, Netanyahu non si vergogna di niente – per questo è famoso. Ma non è solo: “un centinaio” gli oppositori in piazza a Gerusalemme, “un centinaio” a Tel Aviv.
Nello stesso giorno l’esercito israeliano uccide tre giornalisti in Libano, a sangue freddo, e gli Houthi geriscono dodici soldati americani in una base sorvegliatissima in Arabia Saudita. Non è un ritratto della guerra, ma lo è: è una guerra nata male che va a finire malissimo. Arrivano i marines, si dice come si diceva quando arrivavano “i nostri”, ma sarebbe un eccidio, di marines – occupare l’Iran, con i marines?

Accade di vedere Fo, Feydeau e Plauto di seguito in teatro, e nessuno ride. E poi di leggere Alberto Barbera, il direttore della Mostra del cinema di Venezia che dice: “Guardo quattromila film all’anno (ma Zalone ancora mi manca?”. E si capisce il perché, non ride neppure lui. O non si capisce, non sappiamo più ridere? 

Non Trump ma Rubio, che ha o ha assunto un’aria diplomatica, riservata, all’uscita dal G 7 con i colleghi dell’Occidente, parla di Zelensky come di un avversario, per giunta bugiardo – “dice, l’ho sentito io, insiste, ripete, ma non è vero”. Manca poco che gli Usa lo mandino al plotone d’esecuzione. La guerra del resto gliel’hanno pagata (e un po’, probabile, gliel’hanno anche fatta, non solo per lo spionaggio). L’America si è accorta che con gli slavi la partita è sempre aperta.
 
Callas contro Rubio al G 7 (G 8, con la Ue invece della Russia?). Callas – Estonia – che accusa gli Stati Uniti di non avere fatto nulla per difendere l’Ucraina. Risposta ovvia. Mah, ci sono anche i  Baltici nella Europa orientale, non solo gli slavi.
 
Il papa americano che per la sua prima visita in Europa sceglie Montecarlo significa che non ha capito nulla di Europa – e con lui il suo cancelliere Parolin,  l’indimenticato autore della mediazione tra Russia e Ucraina (affidata al cardinale di strada Zuppi….). Che in Europa vige l’ipocrisia, come sapeva a praticava il suo predecessore, anche lui americano ma latino.
 
La Norvegia dei colossi, incubo dell’Italia del calcio, che spesso umilia, iene battuta con semplicità dall’Olanda. Da un’Olanda senza più fenomeni. Eccetto uno, Koopmeiners, che invece nella Juventus, dopo averlo pagato, e pagarlo, a caro prezzo, non lo fanno nemmeno giocare, se non per fare numero, tanto è inutile. Sarà questo Koopmeiners un furbo, oppure è il famoso calcio made in Italy?
 
Ma il gruppo Antenna, a cui Elkann ha ceduto Gedi, cioè “la Repubblica”, è un gruppo audiovisivo – di intrattenitori, non di giornalisti. In pratica ha comprato (ha anche pagato, oltre ad assumersi i debiti?) Deejay, Capital e le altre emittenti del gruppo Gedi. Nel quale la sola “Repubblica” ha in organico 250 giornalisti – per fare un giornale da 50 mila lettori (con res e al  50 per cento, essendo un giornale nazionale e non localizzato – non come il ”Corriere della sera” a Milano, “il Messaggero” a Roma, “La Stampa” a Torino, “Il Mattino” a Napoli).
 
Non si celebra Habermas in Germania tanto quanto sui giornali italiani. Qua e là, curiosamente, non si ricorda che è un sopravvissuto, giusto perché suo padre era un clinico e lo salvò dall’incenerimento: nato con una malformazione alla bocca, era destinato al Programma T 4 di Hitler, di “purificazione della razza”. Il destino di cui fu vittima un cugino di papa Ratzinger, portato d’autorità “al sanatorio” e mai ritornato. Mentre capita di leggere in contemporanea, su “7”, il pittore Baselitz, classe 1938, che solo ricorda: “Non conosco nessuna famiglia, davvero nessuna, dove ci fosse resistenza. Solo persone fiere di ciò che stava accadendo. I genitori erano orgogliosi dei loro figli diventati soldati”.
 
Non suscita scandalo, e nemmeno curiosità, che Israele abbia una lista di persone a da uccidere nel mondo. Nemmeno fra i detrattori di Israele. Ci si abitua a tutto? L’odio (la critica si trasforma in dio) si accumula, e si nasconde?
Una bella cosa non è. Nemmeno come tattica bellica - rafforza il Nemico, lo moltiplica.
 
Mentre Netanyahu invade il Libano dopo Gaza (il sud del Libano, fino al Litani), storici e politologi israeliani affermano e documentano anche l’invasione della Cisgiordania. Con la tecnica delle infiltrazioni. Di un’avanguardia di coloni armata, protetta da polizia, esercito e tribunali israeliani. E con l’arresto indiscriminato di giovani e non più giovani palestinesi, possibili terroristi, In un quadro di espulsione in massa. Possibile che in Israele bisogna avere una cattedra universitaria per rendersi conto di cosa succede?


Dopo trent’anni e infiniti lutti lo Stato rientra nelle telecomunicazioni. Era all’avanguardia nella cablatura, col progetto Saturno della Stet-Sip, ha voluto bloccare tutto per privatizzare, e si ritrova in mano una ex Sip fatta di niente, se non del nuovo progetto di cablatura. Dopo trent’anni. Non è la sola privatizzazione sbagliata. Non si discutono in Italia le privatizzazioni, perché volute e operate da Ciampi e Draghi. Ma la buona volontà non basta.

Morte e resurrezione - una Pasqua al cinema

Un Natale, o meglio una Pasqua, in abiti e situazioni borghesi, di (piccole) speculazioni, (piccole) superchierie, (ingenui) battesimi-rivelazioni, e (piccolo) femminismo d’epoca. Un uomo dabbene, solo abbandonato dalla moglie livorosa con la quale condivide l’affido dei figli, è accusato di colpa nella morte accidentale della figlia problematica, lasciata “cinque secondi” sola in canoa per rispondere all’ennesima telefonata intimidatoria della ex moglie. Con richiesta di risarcimento, da parte della ex moglie e dell’altro figlio, che la madre tiene sotto custodia. Si fa per questo un processo, cui l’accusato, che ha abbandonato per senso di colpa compagna e professione, per vivere isolato in un tugurio, una stalla affittata come immobile d’epoca, in una campagna spoglia, non ha nessuna voglia di partecipare per difendersi - ma poi ci va.   
Un racconto tanto semplice che sembra di vita vissuta - ma è anche una situazione comune, a parte la morte accidentale. Sul quale Virzì ha imbastito un piccolo capolavoro. Aiutato anche da un Mastandrea che sembra in ogni espressione la forma michelangiolesca – perfetta – del colpevole-vittima.
Ingegnoso l’innesto, a contrappuntare la miserevole vicenda di odi familiari, di un gruppetto di giovani patiti che vogliono e fanno rifiorire i campi abbandonati, viti, erbe e fiori. Capitanati da una “contessina toscanaccia”, personaggio anomalo, ma Virzì dopotutto è ben toscano, ossia la ragazza adulta. Ruolo per il quale ha dovuto ricorrere alla francese Galatéa Bellugi, che a trent’anni sa fare la ventenne senza pensieri.     
Paolo Virzì, Cinque secondi, Sky Cinema, Now

sabato 28 marzo 2026

Il mondo com'è (493)

astolfo


Abate Barruel
– Si può dire il padre del complottismo – dello “stile paranoide” in politica, come lo chiama la Scienza Politica. Il nome che tanto spesso ricorre nei romanzi di Eco è un gesuita espulso dalla Francia nel 1783, per la soppressione dell’ordine da parte del papa Clemente XIV, con la bolla “Redemptor”, che nella città libera di Amburgo vent’anni più tardi, nel 1803, e nel generale contesto di reazione continentale alla Rivoluzione francese, fu in grado di far stampare cinque volumi di “Mémoires pour servir à l’histoire du Jacobinisme”, che divenne subito un classico. Di elaborazione e “prova” della rivoluzione come cospirazione. Un primo caso – il secondo in realtà, l’abate pubblicava dopo l’americano John Robison, che però si era esibito in un solo volume, nel 1798, “Proofs of a Conspiracy against All the Religions and Governments of Europe”. Come Robison (ma con più argomenti e maggiore diffusione: la sua opera fu subito tradotta in inglese e pubblicata sia a Londra che a New York), l’abate denunciava “una cospirazione tripla”. Ordita cioè da anticristiani, massoni e Illuminati – la società segreta di Monaco di Baviera, anni 1770, avversaria e concorrente della massoneria. Contro la religione e la pace. “Dimostreremo ciò che è imperativo far sapere alle nazioni e ai loro governanti”, premetteva l’abate: “A loro diremo: che ogni aspetto della Rivoluzione francese, fin ai crimini più orribili, fu previsto, contemplato, architettato, deciso, decretato; che tutto fu conseguenza della più profonda malvagità, e fu preparato e prodotto da uomini che soli tirano le fila delle cospirazioni intrecciate da tempo nelle società segrete, e che sapevano come scegliere e accelerare i momenti favorevoli ai loro piani. Sebbene nel quotidiano scorrere degli eventi storici siano capitate circostanze che non sembravano in alcun modo effetto di cospirazioni, tuttavia ci fu una causa con i suoi agenti segreti, che provocarono tali eventi, che seppero come approfittare delle circostanze o perfino come far sì che venissero in essere, e che indirizzarono ogni cosa al loro fine principale. Le circostanze possono aver servito da pretesto e da occasione, ma la casa madre della Rivoluzione, dei suoi grandi crimini, delle sue enormi atrocità, fu sempre indipendente e autonoma, e consistette di complotti escogitati già da lungo tempo e profondamente meditati”. Questa è la pagina iniziale, al volume primo.
Manzoni, che lavorò a lungo a una storia della rivoluzione francese in comparazione con la rivoluzione italiana, senza arrivare a una stesura definitiva, di proposito evitò l’abate Barruel e altre pubblicazioni analoghe – Manzoni morirà in odore di giansenismo, se non di eresia, e comunque di sostenitore della Rivoluzione (
la “Civiltà cattolica”, la pubblicazione dei gesuiti, non ne registrò nemmeno la morte, e un anno dopo lo ricordò negativament.  

 
Caboto – Scoprì il baccalà. Ha, in breve, una biografia avventurosissima da Marco Belpoliti in “Nord Nord”, p. 250: “Giovanni Caboto, un veneziano d’adozione, una delle vittime della fama di Colombo, noto in Inghilterra come John Cabot, nato probabilmente a Gaeta, anche se Kurlansky lo dà per genovese e lo suppone conoscente di Colombo, anzi testimone di un suo trionfale ritorno dal secondo viaggio verso le Indie. Caboto lavorava per il re d’Inghilterra ed esplorò le coste settentrionali del Nord America in suo nome aprendo la strada alla colonizzazione di quelle terre…. È lui che scopre la nuova fonte di merluzzo nel 1497. In una lettera di tal Raimondo da Soncino al Duca di Milano si riferisce che Caboto  dice d’aver incontrato un mare che pullula tanto di pesce da eclissare quello dell’Islanda: è la Terra Nuova di cui parla Artusi. Uomo sfortunato, se ne partì di nuovo verso le terre scoperte. Era l’anno 1498. E scomparve forse in mare. Nessun ne seppe più nulla”.
 
Complotto gesuita – Uno, reale, fu quello di Guy Fawkes a Londra nel 1605 contro il Parlamento eletto e contro il re Giacomo I, “La congiura delle polveri” o “Il tradimento dei gesuiti” (The Gunpowder Plot -  The Jesuit Treason). Nel secolo seguente i gesuiti furono risentiti
 ovunque in Europa, anche nei paesi cattolici, Portogallo, Spagna, Francia, Austria, Baviera, come un’organizzazione troppo potente, in parte per essere collegati e influenti presso alcune case regnanti, in parte perché messi nel mirino delle obbedienze massoniche. In Portogallo nel 1759 il marchese di Pombal, massone, primo ministro, soppresse formalmente l’ordine, che l’anno prima aveva accusato di ingerenza politica, e in particolare di essere coinvolti in un attentato al re, Giuseppe I, attentato che forse non aveva avuto luogo, deportando i gesuiti nelle Americhe e confiscandone i beni in Portogallo. Tre anni più tardi, nel 1762, i gesuiti vennero sotto accusa in Francia, alla corte di Luigi XV, aperta agli Illuministi, in quanto “troppo potenti”. Nel 1767, cinque anni più tardi, il re di Spagna Carlo III espulse i gesuiti col pretesto di “disobbedienza” alla Corona – su pressione del partito del “regalismo”, che sosteneva il controllo statale sula chiesa. Lo stesso fecero Giuseppe II a Vienna e il re di Napoli Ferdinando IV. Nel 1773 il papa Clemente XIV soppresse l’ordine, con la bolla “Dominus ac Redemptor”, sotto la pressione delle potenze cattoliche”, Austria, Spagna, Portogallo – verso Prussia, Russia, la stessa Gran Bretagna, e per un breve tempo anche l’Olanda, tutti  paesi non cattolici. Senza argomenti teologici, giusto “per ristabilire la pace nella Chiesa”. Dopo 41 anni, nel 1814, Pio VII ristabiliva l’ordine.

Ma la questione non si risolse con la bolla di Pio VII. Nel 1820 era la Russia a ostracizzare i gesuiti. Altri bandi li colpirono in Spagna, nel 1834 e nel 1932 – saranno riammessi da Franco, nel 1938.
 
Ku Klux Klan – Prese abbigliamento e liturgia dalla chiesa cattolica. Fondato a Natale del 1865, a Pulaski, nel Tennessee,  da un gruppo di Democratici che avevano combattuto la guerra civile con la Confederazione sudista, si pose nell’alveo evo del nativismo, avviato trent’anni prima, in ottica di guerra di religione “nativistica” contro i nuovi immigrati irlandesi, polacchi e austrotedeschi, cattolici. Adottando, Richard Hofstadter spiega ne libello “Lo stile paranoide nella politica americana”, una sorta di liturgia para-cattolica: “Il Ku Klux Klan imitò il cattolicesimo al punto da indossare paramenti sacerdotali, sviluppare un elaborato rituale e un’altrettanto elaborata gerarchia”.
 
Nativismo – Nasce in America con questo nome nel 1844, ma era già pratica corrente da circa un secolo, da molto prima della rivoluzione indipendentista, e s’intendeva a protezione dei coloni, non dei nativi americani. Dei coloni di origine britannica, contro gli immigrati di altra nazionalità dall’Europa. In particolare contro i tedeschi, i cosiddetti Pennsylvania Dutch. Si diffuse nel primo Ottocento, subito dopo la paranoia del complotto massonico, in funzione anticattolica – contro l’immigrazione irlandese e di lingua tedesca, di tedeschi e austriaci. Un movimento contro il cattolicesimo, inteso come una cospirazione contro certi valori, un certo stile di vita.
Due personaggi in particolare l’animarono. Uno era l’inventore del telegrafo, nonché pittore di grido, Samuel Finley Breese Morse – il cui padre, Jedidiah, si era già affermato come denunciatore degli Illuminati, la setta bavarese. L’influenza del cattolicesimo, perniciosa per la “libertà degli americani”, Morse denunciava dappertutto, nel 1835, col libello “Foreign Conspiracy against the Liberties of the United States”. Nel mondo della Restaurazione, l’America si ergeva baluardo di libertà politiche e religiose, e per questo stesso fatto si riteneva – si diceva - bersaglio inevitabile di papi e despoti. Principalmente del principe di Metternich: “L’Austria agisce oggi nel nostro Paese…Fa viaggiare per tutto il Paese i suoi missionari gesuiti, li ha ben riforniti di denaro, ne ha creato una fontana intera perché non sono mai al secco”. Presto qualche rampollo degli Asburgo verrà insediato come imperatore degli Stati Uniti, eccetera.
Sempre contro Metternich, sempre nel 1835, scese in campo anche Lyman Beecher – il padre di Harriett Beecher Stowe, che sarà l’autrice della “Capanna dello zio Tom”. Con un pamphlet che intitolò “A Plea for the West”: La battaglia è stata ingaggiata dai cattolici nel Grande West, argomentava, il futuro del Paese, una vasta marea di immigrati, ostile alle libere istituzioni, occupa il West, moltiplicando le violenze, riempiendo le carceri, affollando gli ospizi, moltiplicando le tasse, mandando “al timone del nostro Paese mani inesperte”. Tutto opera dei gesuiti, organizzati da Metternich. A differenza di Morse, Beecher disapprovava la violazione dei diritti civili dei cattolici e gli incendi dei conventi, ma invitava i protestanti a una più intensa militanza.
L’anno dopo, nel 1836, usciva “il libro probabilmente più letto negli Stati Uniti in quel periodo” (R. Hofstadter,”Lo stile paranoide nella politica americana”), presuntamente di una canadese ventenne, Maria Monk: “Awful Disclosures”. Un concentrato di nefandezze conventuali da “monaca di Monza”, che Maria Monk avrebbe vissuto in prima persona, per sette anni, dai tredici ai venti anni. Libero accesso a preti e monaci, anche attraverso tunnel segreti, gravidanze à gogo, neonati schiacciati, affogati o strangolati alla nascita, poi bruciati etc. Monk cadde presto in disgrazia: subito dopo la pubblicazione del libro, nell’ottobre dello stesso 1836, un editore newyorchese di giornali protestanti, il col. William Leete Stone, fece svolgere un’indagine nel convento teatro delle nefandezze narrate, da cui risultò che l’autrice non c’era mai stata. Ma le “Awful Disclosures of Maria Monk, or The Hidden Secrets of a Nun’s Life in a Convent Exposed” fu il libro più letto negli  Stati Uniti - prima della “Capanna dello Zio Tom”. Tanto da consentire grosse percentuali di diritti d’autore, che scatenarono tra gli aventi diritto, veri o presunti, molteplici cause. Maria Monk, che da ragazza era stata in manicomio, visse e morì in miseria – morì presto, nel 1849, di delirium tremens nell’ospedale del penitenziario di Roosevelt Island, dove era stata carcerata per furto.
 
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