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giovedì 9 aprile 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (629)

Giuseppe Leuzzi


Ogni giorno una carta nuova dalla Procura di Roma contro l’ex sottosegretario Delmastro – hanno saltato il Venerdì di Passione, devono essere buoni credenti, oltre che democristiani (naturalmente del Pd). Dalla Procura anti-Meloni al\i giornalista\i fidato\i. Ma senza convincere – siamo ancora lontani dai colpi di teatro di Mafia Capitale (l’arresto in diretta video, sulla Smart, d’“O’cecato”…). È sempre l’antimafia al servizio delle carriere dei giudici, invece della buona vita. Protetta, purtroppo, dalla politica (di sinistra).
 
Buzzati inamorato a Messina
Esiste – esisteva a Messina prima che i vedi pre-Peloritani diventasero attraversamenti e svincoli autostradali – una Villa Marullo, meta di scolaresche e collegiali (all’epoca non usavano le coppie, e forse non c’erano gli amanti) per lunghe esplorazioni - un’intera mattinata di scuola o, in stagione, un lungo pomeriggio. Una “villa” sinonimo di “all’aperto”, di campagna ricca e bella, senza la villa-edificio né palazzo, nemmeno casolari, e senza recinzione - giusto il nome, forse su una cancellata, un ingresso - tenuta all’italiana, un po’ forra un po’ giardino curato, con corbezzoli e altre piante, di frutta e non.
Villa Marullo (di Condojanni), recita il sito. Onorandosi in particolare del soggiorno “in incognito, dal gennaio all'estate del 1942”, di “Dino Buzzati dei nobili Traverso, «inviato di guerra» segretamente operatore militare nella base della Marina di Marisicilia all’Arsenale, con il compito di compilare un manuale tecnico sulla «nostra attuale guerra navale», lavoro di «grande responsabilità e mole», che non portò a termine e di cui non esiste altra traccia”. La notizia concludendosi con: “Sul soggiorno nella città dello Stretto, dove si invaghì di una «donna del popolo» locale, si veda l’approfondito articolo di Sergio Di Giacomo, «Dino Buzzati e quell’amore sbocciato a Messina», con una scheda letteraria «Quel volto che ricordava Antonello e il brano di ‘Un amore’, in ‘Gazzetta del Sud, Messina, 15 agosto 2012, p.31”.
Inutile cercare in archivio, la “Gazzetta” non lo ha informatizzato – seppure ne ha ancora uno. Ma la “cosa” è nota. La “guardia al bidone” di Buzzati a Messina viene messa in relazione col passo finale di “Un amore”, iltardoromanzo, in cui il protagonista guarda una giovane dnna – “soprattutto colpivano i capelli neri, lunghi, sciolti giù per le spalle” – e all’improvviso si ricorda di “una Madonna di Antonello da Messina. Il taglio del volto e la bocca erano identici. La Madonna aveva più dolcezza, certo. Ma lo stesso stampo netto e genuino”. Ovvero, all’improvviso no: la scena è di un appuntamento, in una casa d’appuntamenti, e l’uomo-Buzzati è un signore di mezza età, senza storia e senza carattere, mentre la ragazza (nella trasposizione cinematografica nobilitata da Caterine Spaak) una piccola prostituta.


Perdere tutto per vincere a Lepanto

A proposito dei Marullo (di Condojanni). Presto i Marullo, di Messina, si nobilitarono del titolo “di Condojanni”. Che è calabrese, denominava una terra feudale oggi comune di Sant’Ilario dello Ionio – già appartenuta dalla fondazione, a metà ‘300, alla casa Ruffolo, dei conti di conti di Sinopoli e Bovalino. Un secolo e mezzo dopo, il 12 ottobre 1496, il re di Napoli Federico, insediato da appena quattro giorni, elevò il feudo di Condojanni a contea, con annesse la baronia di Bovalino, con Pandora (oggi Careri) e Potamia (San Luca), la baronia di Bianco con Precacore (Samo), e la baronia di Bruzzano con Torre Ferruzzano – la Contea di Condojanni.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni, Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò. Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino, Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
I Marullo, famiglia le cui credenziali risalirebbero al 1194, erano cresciuti specialmente in Sicilia, la parte orientale dell’isola, tra Messina, Siracusa e Milazzo. E qui mantennero il centro dei loro affari. Fino alla battaglia di Lepanto, per la quale si dissanguarono, ipotecando il possibile. Il terzo conte di Condojanni, Vincenzo Marullo, vi partecipò con una sua imbarcazione, per armare la quale s’indebitò. Una galea, acquistata a Genova, e armata di gente della Contea. Per la quale prese in prestito, narra la storia di famiglia, 120 mila ducati. Dal marchese Don Vincenzo del Tufo di Genziano (PZ) e dal marchese Don Fabrizio Carafa marchese di Castelvetere (Caulonia). Per restituire il prestito dovette cedere i possedimenti della contea al marchese Carafa - tranne Precacore-Samo, Bovalino, Pandora-Careri, e Potamia-San Luca. Ma per poco. Con Giovanni, quarto e ultimo conte di Condojanni (per due soli anni, dal 1584 al 1586), la contea venne messa all’asta: Bianco, Condojanni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese Carafa, per i restanti 72 mila ducati dovuti. Pandora-Careri vendette a Cristoforo La Rocca (1585), Bovalino a Mario Galeota (1585), Bianco e Condojanni allo stesso marchese Carafa di Castelvetere-Caulonia (1589). Gli altri feudi “fruttarono il necessario per pagare il debito al marchese Del Tufo”.
Col quarto conte Giovanni si estinse la linea primogenita dei conti di Condojanni - titolo onorifico che il Re volle far rimanere all’illustre famiglia messinese.
Una storia, si direbbe, molto calabrese – anche se di messinesi.
 
Milano Città Stato
A “Roma Today” corrisponde a Milano “Milano Città Stato”. Per “stimolare una Milano che pensa In grande”. Per farne “una città regione (in coerenza con l’art.132 della Costituzione)”. Per 
“decidere sul suo territorio”, farsi “punta di diamante dell’Italia nella competizione internazionale”, e naturalmente “riformare” l’Italia. Riformare da riformatorio?

E a Milano Città Stato chi sarebbero, nel caso, gli “italiani”? I meridionali, che “che a Milano realizzano il loro sogno”? Gli “italiani” che l’hanno soffiata all’Impero Austro-Ungarico, alla Mitteleuropa, al Bel Danubio Blu, e al Circolo di Vienna, con Wittgenstein incluso?

Perché Milano è sempre scontenta di sé? E, sogno o son desto?, nel 2016 questo linguaggio? Milano Città Stato riprende il ragionamento di “Limes”cinque anni fa, di una ristrutturazione delle Regioni sul tipo dei distretti francesi (quindi senza tanti poteri?), “a partire da alcune analisi della Società Geografica Italiana”. Nelle intenzioni della rivista “un modo per rendere più funzionale l’erogazione dei servizi al cittadino”. Una “pensata” giornalistica caduta nella disattenzione. Per “Milano Città Stato” è la via per fare di Milano una Londra – anche una Parigi? Il leghismo è insaziabile.
 
Se il dialetto (Pasolini) è lingua povera
Pasolini, “Dialetto e poesia popolare”, “Mondo Operaio”, il periodico socialista, 14 gennaio 1951, è una pagina poco letta (rimasta fuori dalle raccolte), e anche breve, ma configura con precisione la questione lingua. Sono considerazioni a margine del premio di poesia dialettale che si era celebrato a Cattolica l’anno prima, sulla “superiorià” della poesia dialettale, mentre l’“italiano” resta(va) fondamentalmente impraticato.
“La questione è grossa”, Pasolini premetteva, e “bisogna stare attenti”: “Non è chi istintivamente non pensi a quanto di falso permanga a minacciare la lingua chiamata ‘italiano’, non solo scritta (che in tal caso si conoscono bene i pericoli della tradizione) ma anche parlata. E a quanto, al contrario, di autentico vive nel dialetto. Bisogna stare attenti, però: perché il confronto (tutto positivo per il dialetto) vale quasi unicamente per il parlato, anche perché, infine, la lingua nazionale non è parlata da nessuno, se non per convenzione e approssimazione.
“Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà: il gironalista che parla italiano allude genericamente a una realtà sempre insicura. Per l’uso scritto è diverso: il dialetto in genere è abbandoanto all’istinto e all’improvvisazione, in un’assoluta mancanza di coscienza, scade nel sentimentale, nel coloristico; diviene, praticamente, molto più convenzionale della lingua”. Che invece, “usfruendo di una coscienza letteraria”, può liberarsi “dall’handicap istituzionale”, per dare “pagine d’espressione necessaria e pura”. Sarebbe “errore grave” considerare “il dialetto come mezzo «immediato» di poesia popolare”.
Palando di letteratura. Ma l’espressività non resta legata al “luogo” - alla gente, certo, che abita il luogo? Per Pasolini, alla fine del suo argomentare, il dialetto è “lingua povera”. Che è discutibile. Povera terminologicamente – quale forma di espressione è libera dala rincorsa, dall’“aggiornamento”?  Sintatticamente? Ogni dialetto (ogni linguaggio) ha la sua sintassi.  Quanto alla terminologia classica, in serbatio, farne l’inventario è cosa ardua, ma non se ne vede in principio una inferiorità – s’inventa, se non s’innova, anche in dialetto.
 
Cronache della differenza: Aspromonte
È in piazza Aspromnte che a Milano la “Nuova Urbanistca” ha costruito un grattacielo (insomma, dieci piani, ma di tre edifci) in un cortile, labellandolo ristrutturazione. Nomen omen, dacchè i Carabineri hanno detto la Montagna il luogo della ‘ndrangheta (o la Madonna della Montagna la Madonna della ‘ndrangheta)? Certo, non si può dire di mafie a Milano.
 
La Montagna è a cono, e sempre aperta. Tutte le vie sono aperte, verso il mare. Ha vegetazione alpestre e natura mediterranea. Il solo posto chiuso, remoto, un anfratto, è il fosso dove è sorto il santuario di Polsi, o della Madonna della Montagna- chaira localizzazione di un culto dendrico-agreste, e quindi di un’origine greco antica del santuario - di Polsi come luogo di culto.
È il tema di un vecchio saggio di questo sito, quello che raccoglie più visualizzazioni
http://www.antiit.com/2007/09/polsi-il-luogo-di-culto-con-pi.html
 
Polsi ha etimologia sfuggente – come tutte le etimologie? E perché non Mopsi, da Mopso, quello che ha fondato con la madre Manto il santuario oracolare di Apollo a Claro, e in aggiunta varie città? In certi mondi, in certi luoghi, il sacro è dappertutto.
 
Ma Polsi non è luogo misterico, come lo vogliono i Carabinieri, è forse il più conosciuto nella transeunte morfo-toponomastica in Calabria. L’origine archivistica del nome combacia con una convincente etimologia, che Rohlfs così sintetizza: “A. 1324 S. Maria de Popsi, a. 1328 S. Maria de Ypopsi, gr. antico epòpsios, onniveggente. Sofocle ha uno Zeus epòpsios”. Le due tracce sono del Catalogo delle decime.
 
Tra le radure che danno aria alla montagna, ai boschi (che la Guardia Forestale si occupa di riempire di ogni sorta di arborescenza, che la Montagna non prenda ‘aria’…), c’è una piazza (sic) Nino Martino. Una piazza di una radura – e chi era Nino Martino?
 
Il Parco lo ha popolato di cinghiali, di cui non c’era traccia prima, non ce n’era il bisogno, e sono voraci e distruttivi. E non si è mai curato dello scoiattolo, piccolo e nero – vederne uno è un miracolo. I parchi, intesi come Ente gestione di un parco, sono strani: come si “popolano” i Parchi, di flora e di fauna, con che criteri, a che fini, solo gli appalti?
 
A suo tempo si disse che in Parco, insieme con i cinghiali, avesse ripopolato la Montagna di vipere, buttandole con l’elicottero. Si scherza sempre, ma i Parchi sono capaci di nefandezze. Come riempire le radure, pensate a suo tempo per molteplici ragioni (riposo, respiro, antincendio), anche densamente, di specie arboree transcontinentali – si pianta al capriccio dei vivai? 
 
Piantumare è il grande business, dacché le guardie forestali
sono in declino. Gambarie, una terrazza aperta sul mare, a 1.300 metri, sullo Stretto caleidoscopico, è diventata una piccola triste giungla, senza luce e senza aria. Il Parco, che vi ha la sede, l’ha letteralmente ricoperta di alberature di ogni specie: ci si aggira in questo posto di montagna come sotto una cappa: tutto occurato, la visibilità perfino ridotta. Per piantare alberi, molti alberi, i più fitti possibile – all’odore di marcio.
 
Il Parco al suo nascere, sotto la guida di Tonino Perna, aveva inventato le guardie antincendio: volontari che si davano il turno da giugno a settembre, in posti strategici, per avvistare subito i primi fumi. Non costavano – un minimo rimborso. Li ha abbandonati. E cinque anni fa ha visto andare in fumo oltre settemila etatri, compresi boschi “storici”, come la foresta di Acatti e la Valle Infernale, di recente patrimonio Unesco. Dicendo: non si poteva fare nulla, troppo caldo, il vento….
 
All’ultima passeggiata di un giorno nel Parco, alla partenza, la mattina, in una pozza di un torrente che non si dirà per non avere problemi, le acque erano bianche: le guardie avevano “pescato” le trote fario la sera prima con la calce viva.
E le trote fario così carine, come mai stanno scomparendo anch’esse, magrado il Parco – doo averci prosperato per qualche millennio prima?


leuzzi@antiit.eu

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