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Secondi pensieri - 581
zeulig
Esilio – “Perfectus vero cui mundus totus
esilium est”. C’è, ci può essere, un apprezzamento, fino a dirlo un privilegio, nel cambiare, nel dover
cambiare, casa e Paese, anche se obbligati, e Eric Auerbach, costretto da Hitler
a rifugiarsi a Istanbul, se ne è voluto alla fine compiacere con Ugo di San Vittore,
dal “Didascalion”.
Ugo ne parlava nell’ottica
della “vera vita”, nell’aldilà. Ma per Auerbach, e poi per Edward Said “Freud e
il non europeo”, l’esilio “naturale” del teologo (tedesco di Francia) ha senso come
proprio dell’antinazionalismo, della non riduzione al nazionalismo, nemico del
mondo.
La negatività della
condizione è però ora preponderante, a fronte del perdurare, se non di
estendersi, di forme oppressive di potere in un’epoca di libertà di movimento. La
dimensione del fatto ne muta la natura: ora l’esilio non ritorna con orgoglio.
La riflessione classica su questa linea di
pensiero è di Hannah Arendt, “Noi profughi”, il saggio del 1943 confluito in “Ebraismo
e modernità”: “Solitamente il termine «profugo» designa una persona costretta a
cercare asilo per avere agito in un certo modo o per avere sostenuto una certa
opinione politica. è vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non
abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione
politica radicale. Con noi, il significato del termine «profugo» è cambiato.
Ora «profughi» sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di
arrivare in un Paese nuovo senza mezzi”.
Frustrazione - In fisica il termine viene usato per
descrivere l’approccio all’equilibrio di sistemi tipicamente disordinati che
può protrarsi anche molto a lungo nel tempo. Il primo impiego interessante
della frustrazione si ha, per esempio, nei vetri di spin. I vetri di spin sono
magneti disordinati che, pur osservati in un largo periodo temporale, sembrano
non raggiungere mai un punto di equilibrio.
La scienza allontana gli ignoranti, perché non ne ha – non ne adotta – gli
strumenti conoscitivi.
Identità– La comunità si celebra, da che mondo
è mondo, in epopee di esilio e speranza: “Odissea” (ma anche “Iliade”),”Eneide”,
saghe nordiche, “Esodo”, poemi eroici (chansons de geste).
Il comunitarismo, Usa anni 1980, poi l’identitarismo, in Italia leghismo, ora
i movimenti MAGA, il nazionalismo sopraffattore. Una realtà mediatica, uno storytelling,
che diventa politica e azione di governo, va veloce, e trascura la storia. Da
cui si traggono realtà non disprezzabili. Il tribalismo – fermo negli studi agli
anni 1960, ma su cui si reggono i principati arabi del Golfo, con forti propaggini
in Iraq (come sapeva Gertrude Bell, che l’Iraq disegnò), la Libia, e tutta l’Africa
sub-sahariana. O il nazionalismo “archeologico”, che si costruisce radici lontane
per propiziarne il risorgimento – il caso limite è Israele, ma la tendenza è
forte in Spagna, e tra i berberi in Nord Africa, dal Marocco alla Libia.
Postumano – Si assume il progresso, che è solo
umano (l’evoluzione per adattamento non è il progresso, un progetto di
diversità), come una macchina autonoma, che andrà meglio, comunque di più, dell’uomo.
P.es. con l’intelligenza artificiale, di cui si vedono i limiti (tutti
vedono i limiti), ma di cui si fantastica che dirigerà l’uomo – non per una
fantasia, come si è sempre fatto, da Prometeo e anche prima, ma per “scienza”.
Succede a ogni mutamento tecnologico di peso – ogni novità apre uno spazio di riflessione
per macchine sempre più precise, sempre più servizievoli, e quindi “intelligenti”.
Ma da qualche decennio con seriosità, e anzi – perché dirci contrari al
progresso, perché reazionari? – con voluttà, con libero campo alle ipotesi. Con
i robot, che semplicemente si prestavano a liberare il lavoro “alla catena” (e
a ridurre i costi di produzione), poi con la rete, google, e i social, la Ict, e ora con la Ia.
Che sono tutti, robot esclusi, prodotti della “comunicazione di massa”, l’esito
ultimo dello sviluppo democratico nel dopoguerra – finché è durata la pace, il
periodo di pace più lungo della storia, in Europa. Per la cui lettura basta, volendolo,
Marshall McLuhan - una lettura “tecnica”, più che della Scuola di Francoforte. Mentre
sono andati subito perenti la clonazione – animale-uomo, dieci anni di chiacchiere
- e altri sortilegi. Che si rinnovano ora con l’Ia, un “pacco” voluminoso e
costoso (immensi falansteri di dati, che si nutrono di immensi flussi di energia),
anch’esso elaborato come i robot, giusto per ridurre i costi di produzione.
A ogni innovazione si accompagnano nuovi specialisti. Curiosamente, oggi,
tutti analisti della natura e del mondo. Scienziati. Un mondo di chiacchiere
vane in cui tutto si vuole scienza, lo spionaggio non meno della complessità – la
ricerca-invenzione, sempre definitiva. Con la turba dei sapienti dell’inconoscibile
scatenata da Freud – “psicologi, sociologi, politecnici, psicotecnici”, diceva
Montale (che però era conservatore), e tutti a vario titolo terapeuti, anche se
non si sa di quale salute. E tutti “rivoluzionari”, risolutivi, comunque “radicali”,
anche nella negazione del reale-tecnico.
La comunicazione di massa, il nostro futuro è tutto lì, a metà Novecento. Di
cui si può dire con Montale, benché conservatore, oltre mezzo secolo fa (“Auto
da fé”): “Come è possibile sostenere che la massificazione dell’individuo, l’imbottire
i cervelli, l’appiattimento del singolo sulla massicciata del collettivo siano
effetto del cattivo uso di macchine e invenzioni meccaniche, quando l’assetto
meccanico del reale, già denunciato da Goethe, era nell’enciclopedismo e nella
successiva rivoluzione industriale”? E “quale può essere il buon uso dei mass
media in un futuro formicaio umano scampato a una guerra atomica?”
Anche senza bisogno di “scampare”, l’appiattimento è generale nella forma
del gossip – dei social: l’unica comunicazione residua. Se il postumano
è gossip….
Vandee
-
Si liquidano senza più le vandee, i movimenti di popolo - semplificare piace,
non solo agli ignoranti: andrebbero analizzate. Specie la napoletana, benché per
molti aspetti nota, e anche istruttiva. Per i lazzari erano giacobini i nobili,
gli avvocati, gli esattori, e i preti. Non è una follia della storia che i
napoletani poveri, dopo cinque anni di Repubblica, abbiano dato la caccia ai
giacobini - anche se, in odio ai calabresi, sanfedisti, furono tentati di
passare con la Repubblica.
Erano
lazzari a Napoli, ma onesti contadini in Basilicata, Calabria e Salento. È lo
stesso vizio della borghesia che si erige a società civile per dirsi eletta,
intellettuale benché ignorante, e furba di necessità, si sa, per la condizione
umana. Si potrebbe perciò dire che la vera borghesia in Italia sono i lazzari,
la mafia.
zeulig@antiit.eu
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